Da «Morte a credito»
La mattina degli esami di licenza mia madre chiuse bottega per potermi incoraggiar meglio. Dovetti sostenerli alle Comunali vicino a Saint-Germain-l’Auxerrois, proprio nel ricreatorio. Per la strada lei mi raccomandava d’aver fiducia in me stesso. Il momento era solenne, lei pensava a Caroline, e quel pensiero la faceva di nuovo piagnucolare…
Tutt’intorno al Palais-Royal mi fece recitar le mie Fiabe e l’elenco dei Dipartimenti… Alle otto precise, davanti al cancello, noi eravamo lì, per essere iscritti. C’era della cura negli abiti, tutti o marmocchi eran ripuliti, ma nervosi che non vi dico, e così pure le mamme.
Ci fu prima il dettato, poi il problema. Mica troppo difficile, mi ricordo, bastava copiare. Facevamo parte, noi, dei rimandati d’autunno dalla sessione precedente. Per quasi tutti era una tragedia… Volevan diventare apprendisti… Agli orali, capitai molto bene con un bravuomo corpacciuto, col naso pieno di verruche. Portava una gran cravatta alla Lavallière, un po’ sul genere di zio Arthur, però mica era un artista… Farmacista era stato, in Rue Gomboust. Qualcuno lo conosceva. Mi fece alcune domande sulle piante… Non ne sapevo un’acca… Si rispose da solo. Ero molto confuso. Mi chiese allora la distanza fra il Sole e la Luna, eppoi la Terra e l’altro emisfero… Non osavo sbilanciarmi troppo. Dovette ritirarmi a galla lui. Sulle stagioni ne sapevo un pochetto di più. Barbugliai frasi vaghe. Davvero non era molto esigente… Finiva tutto lui al posto mio.
Mi chiese allora che avrei fatto in avvenire se avessi preso la Licenza elementare.
«Vorrei mettermi», gli risposi senza convinzione, «nel commercio».
«Il commercio è duro, figliolo mio!..» mi rispose… «Non potresti aspettare ancora un po’…. Un altro annetto, magari?».
Non doveva trovarmi abbastanza robusto… Di colpo credetti d’aver tatto una frittata… Pensai al ritorno a casa, al dramma che avrei scatenato… Sentivo venirmi il capogiro… Credevo di svenire… tant’eran le botte che già sentivo fioccarmi addosso…. M’aggrappai alla cattedra… Il vecchio mi vide impallidire…
«Ma no, figliolo mio», mi fa, «sta’ tranquillo! Tutto questo non ha nessuna importanza! Io ti promuoverò. Tu farai il tuo ingresso nella vita! Visto che ci tieni tanto!».
Tornai a sedermi al mio posto, lontano, di fronte al muro!… Ero sconvolto lo stesso. Mi domandavo se quella non fosse stata una comoda bugia… Per sbarazzarsi di me. Mia madre era davanti alla chiesa, sulla piazzetta, aspettava l’esito…
Non tutti avevano ancora finito… C’erano ancora dei bagarilli… Adesso ero io a guardar loro… Si barbugliavano dei suggerimenti, di sul tappeto… La Carta di Francia, i continenti…
Da quando m’aveva detto quelle parole a proposito del mio ingresso nella vita, io li guardavo, i miei compagnetti, come se non li avessi mai visti. Il patema della promozione li teneva tutti inchiodati al tavolinetto, si torcevano come in una trappola.
Era questo l’ingresso nella vita? Cercavano, nello stesso tempo, di smetterla d’esser soltanto dei bagarilli… Forzavano il loro aspetto, per prender già un’aria da uomini…
Suppergiù s’assomigliavan tutti, vestiti così, col grembiulino, eran figli, come me, di piccoli bottegai del centro, di cottimisti, di gerenti di «bazar»… Eran tutti piuttosto sciupatini… Sgranavan gli occhi, ansavano come cagnoli nello sforzo di rispondere al vecchio…
I genitori, lungo il muraglione, sorvegliavano la procedura… Fissavano i loro momi, gli lanciavano occhiate da far accapponar la pelle, sguardi che li lasciavano senza fiato.
Gli sgarzi s’impappinavano ad ogni domanda. Si rincantucciavano in sé sempre di più… Il vecchio non si perdeva d’animo… Rispondeva lui per tutti. Era la sessione dei cretini… Le madri s’imporporavano di volta in volta… Minacciavano sacrosante legnate… C’era aria di massacro nell’aula…. Dàgli e dàgli, tutti i babanetti passarono… Non restava ormai che compilar le menzioni d’onore… Era il meglio di tutto il miracolo!… Tutti eran stati promossi, finalmente! Il Provveditore agli Studi lo proclamò dal palco… Aveva un pancione con tanto di catena, con pendaglione che gli sballonzolava ad ogni frase. Farfugliava un pochetto, sbagliò tutti i cognomi… La cosa era assolutamente priva d’importanza…