J. G. BALLARD La psicologia del grattacielo

Da «Il condominio», Feltrinelli, Milano 2003, pp. 57-9

Dal balcone studiò le imponenti sagome alla Alcatraz dei grattacieli vicini. Il materiale visuale e sociologico che si poteva tirar fuori da quegli edifici era praticamente illimitato. Gli esterni li avrebbero girati dall’elicottero e dalla costruzione più vicina, a quattrocento metri da lì. Con gli occhi della mente già vedeva un lungo zoom, sessanta secondi, che passava piano dall’inquadratura dell’edificio al close-up di un singolo appartamento, una cella di quel termitaio da incubo.

La prima metà della trasmissione avrebbe esaminato la vita nel grattacielo dal punto di vista degli errori nella progettazione e dei motivi di irritazione più banali, mentre il resto avrebbe puntato lo sguardo sui risvolti psicologici della vita in una comunità di duemila persone inscatolate nel cielo. Tutto: dall’incidenza di reati, divorzi e deviazioni sessuali fino ai cicli di permanenza degli inquilini, le loro condizioni di salute, la frequenza dell’insonnia e di altri disturbi psicosomatici. Le prove accumulate in vari decenni gettavano una luce critica sul grattacielo come struttura sociale attuabile, ma da un lato il buon rapporto qualità-prezzo per l’edilizia pubblica, dall’altro gli alti margini di profitto per l’edilizia privata facevano sì che si continuassero a spingere nel cielo queste città verticali, contro le reali esigenze di chi poi le abitava.

La psicologia del grattacielo era ormai stata svelata, con risultati schiaccianti. Ciò che, per esempio, aveva più colpito Wilder, che lo considerava in assoluto l’argomento più significativo, era l’assenza di umorismo. Tutti gli studi effettuati dai ricercatori confermavano che gli inquilini dei grattacieli non facevano battute su se stessi. In senso stretto, la vita in quei luoghi era «priva di eventi». Sulla base della propria esperienza, Wilder si era convinto che l’appartamento in un grattacielo era una conchiglia troppo rigida per rappresentare il genere di casa che incoraggia le attività, una casa diversa dal semplice posto dove si mangia e si dorme. Vivere in un grattacielo richiedeva un tipo particolare di comportamento: acquiescente, controllato, forse anche un po’ folle. Qui uno psicotico starebbe benissimo, rifletteva Wilder. Quelle strutture a torre e a lastrone avevano subito la piaga del vandalismo fin dall’inizio. Ogni pezzo di apparecchio telefonico strappato, ogni maniglia divelta da una porta antincendio, ogni contatore elettrico sfondato a calci rappresentava un appello contro la decerebrazione.

Ma quello che più faceva arrabbiare Wilder, della vita nel suo condominio, era il modo in cui un insieme apparentemente omogeneo di professionisti ad alto reddito si era strutturato in tre campi disuniti e ostili. Le vecchie suddivisioni sociali, basate su potere, capitale ed egoismo, si erano riaffermate anche lì come in qualsiasi altro posto.

Di fatto, il grattacielo si era già diviso nei tre gruppi sociali classici, la classe inferiore, la classe media, la classe superiore. Il centro commerciale del decimo piano costituiva un chiaro confine fra i nove piani più bassi, con il loro «proletariato» di tecnici cinematografici, hostess e gente simile, e il settore mediano del grattacielo, che andava dal decimo piano alla piscina e alla terrazza-ristorante del trentacinquesimo. I due terzi centrali del condominio formavano la sua borghesia, costituita da membri delle professioni, egocentrici ma sostanzialmente docili: medici e avvocati, contabili e fiscalisti che lavoravano non per conto proprio ma per istituzioni sanitarie e grandi società. Puritani in grado di disciplinarsi da sé, avevano l’alto grado di coesione di coloro che desiderano ardentemente piazzarsi secondi.

Sopra di loro, ai cinque ultimi piani del grattacielo, c’era la classe superiore, la prudente oligarchia di piccoli magnati e imprenditori, attrici televisive e accademici arrivisti, con i loro ascensori ad alta velocità e servizi di qualità superiore, con la passatoia sulle scale. Erano loro che stabilivano il ritmo dell’edificio. Erano i loro reclami a venir accolti per primi ed erano sempre loro che, sottilmente, dominavano la vita del grattacielo: stabilivano quando i bambini potevano usare le piscine e il giardino pensile, fissavano il menu del ristorante e i conti salati che tenevano lontani quasi tutti tranne loro. Ma, soprattutto, erano loro a gestire il delicato rapporto di patronato che teneva in riga il livello medio, con la carota perennemente penzolante dell’amicizia e dell’approvazione.