LUIGI MALERBA Una storia senza fine

In fondo a un prato, davanti a un muro di mattoni, un uomo pallido è legato a una sedia da cucina. Ha gli occhi bendati e le mani dietro la schiena. Potrebbe essere un’alba invernale, ma non è proprio necessario che sia inverno. Improvvisamente risuona nell’aria una scarica di fucili e l’uomo ha un sussulto, poi ripiega la testa sul petto, fulminato. Sei uomini vestiti di panni borghesi si allontanano con i loro fucili sul viale umido, raggiungono un furgoncino a motore che parte subito scomparendo nelle brume. Non fanno commenti, ma dentro di sé ognuno di loro spera che il fucile caricato a salve fosse il suo. Pare che durante la rivoluzione russa non usasse lasciare questa pietosa possibilità di alibi ai plotoni di esecuzione, ma qui non siamo nella rivoluzione russa.

Allora dove siamo? Si tratta quasi sicuramente di una esecuzione sommaria durante la guerra partigiana in Emilia e l’uomo pallido deve essere colpevole di un grave tradimento altrimenti non lo avrebbero fucilato. Questo è soltanto l’inizio di una storia e, almeno per il momento, i particolari hanno poca importanza. Il muro potrebbe essere di pietra invece che di mattoni. Se la fucilazione avvenisse al tramonto invece che nelle brume dell’alba non cambierebbe nulla. Quello che conta è il seguito della storia. Dopo la fucilazione i sei uomini del plotone ritornano alla loro formazione partigiana e ognuno segue il proprio destino. Il più giovane dei sei, quello che provvisoriamente possiamo chiamare il Numero Uno, scomparirà proprio pochi giorni prima della liberazione e verrà trovato più tardi crivellato di colpi in un fosso, con le mani legate da un filo di ferro. Da questo momento il punto di vista narrativo è quello di uno dei sei uomini, che possiamo chiamare il Numero Sei, il quale racconterà il seguito in prima persona. Il seguito si svolge dopo la fine della guerra, quando ognuno ritorna alla vita civile. Il Numero Sei, che tiene il filo del racconto, è avvocato e mette su uno studio nella città della pianura padana dove è nato e ha studiato. Questa città potrebbe essere Parma o Piacenza. Ed ecco che una mattina un altro componente del plotone che chiameremo il Numero Due viene trovato ucciso da un colpo di pistola alla testa nel giardino della sua villa. Nessuno ha sentito niente, nessuno ha visto nessuno, buio totale. Il Numero Due era direttore di una fabbrica di vernici, era amato dai dipendenti e la sua vita si svolgeva nella assoluta tranquillità familiare e economica. Un errore di persona non è credibile perché l’uccisione è avvenuta in un luogo inconfondibile come la sua villa. I giornali non sanno che cosa scrivere, un delitto misterioso e niente altro, mentre la polizia non fornisce nemmeno una traccia, non sa proporre una ipotesi verosimile. Il Numero Sei ha seguito la vicenda un po’ distrattamente perché con l’ucciso aveva avuto solo brevissimi rapporti durante il periodo partigiano e poi non si erano più visti. Incomincia ad avere dei pensieri strani dopo qualche mese quando viene trovato in un viale della periferia il corpo senza vita del Numero Tre. Lo ha investito una macchina al buio, ma l’investitore è fuggito senza lasciare traccia. L’incidente è sospetto. Il viale ha larghissimi marciapiedi, di sera è male illuminato e non si capisce come l’uomo camminasse proprio sulla strada percorsa dalle automobili invece che nella parte riservata ai pedoni. Altro fatto non chiaro è come la macchina, in un viale larghissimo come quello, si fosse spostata su un lato rasentando gli alberi, fino a investire il poveretto. Probabile dunque che l’investimento fosse intenzionale, un delitto insomma. Il Numero Sei pensa che si stanno sommando ben strane coincidenze: già tre componenti di quel plotone sono morti di morte violenta. Dei colpevoli nemmeno l’ombra. A questo punto non può più escludere che anche il Numero Uno, apparentemente vittima dei tedeschi, in realtà fosse caduto vittima di un delitto privato. Il Numero Sei si mette alla ricerca degli altri componenti del plotone. Quando scopre che anche il Numero Quattro è morto in un incidente stradale, è uscito di strada con la sua macchina e si è schiantato contro un albero, la storia prende quota e tiene con il fiato sospeso sia il protagonista che racconta in prima persona, sia il lettore che ancora non c’è perché la storia non è scritta. Qual è il filo misterioso che lega in un unico destino tragico i componenti di quel plotone di esecuzione? Ormai è evidente che qualcuno agisce nell’ombra. Ma chi? Un buon titolo potrebbe essere Il plotone maledetto. Il Numero Sei si mette all’erta, segue con attenzione tutte le mosse del Numero Cinque, una sera scopre che sta camminando nella nebbia sotto la sua casa. È incerto se andargli a parlare direttamente o continuare a spiarlo. Finalmente un giorno va nella agenzia di viaggi dove lavora, ma viene accolto con diffidenza. Il Numero Cinque non vorrebbe parlare del periodo partigiano e tanto meno di quella fucilazione, ma l’altro insiste. Chi era quel tale che abbiamo fucilato? Niente, un tipo insignificante, un rigattiere , senza idee politiche. Nessuno ha mai capito perché avesse fatto la spia ai tedeschi indicando il rifugio dove stavano nascosti i partigiani. Il rifugio era stato circondato e dato al fuoco. C’era la neve tutto intorno e man mano che i partigiani uscivano venivano falciati dalle raffiche di mitra uno dopo l’altro. Diciotto, non se n’era salvato nemmeno uno. A questo punto la storia dovrebbe proseguire fino alla morte improvvisa e violenta del Numero Cinque. Apparentemente un incidente di caccia, colpito alla testa da una fucilata a breve distanza. In realtà un altro delitto. Ormai il Numero Sei è lì che aspetta la fine, adesso tocca a lui. Ma a un tratto scopre il segreto che ha provocato la morte dei suoi ex compagni. Fine. Prima che il Numero Cinque muoia nell’incidente di caccia, il lettore dovrebbe pensare che il responsabile di tutte le morti precedenti sia lui. Insomma la storia dovrebbe assumere l’andamento di un giallo tipo Dieci piccoli indiani, con uno svolgimento a suspense e un finale a sorpresa. Ho incominciato sette volte a scrivere questa storia senza arrivare mai alla fine. Chi è che uccide i primi cinque componenti del plotone di esecuzione? Non mi venite a dire che è il Numero Sei, quello che racconta la storia. Sarebbe troppo facile e anche prevedibile dal momento che gli altri sono tutti morti. E perché vengono uccisi? Se non riesco a trovare una risposta a queste domande è inutile che perda tempo a riscrivere ancora la prima parte. Certe volte mi illudo che la soluzione possa venire fuori dalla pagina, invece deve venire fuori dalla testa. Per il finale dovrei avere una idea molto semplice, plausibile , imprevedibile, altrimenti la storia non si regge. Bisogna che l’assassino abbia un movente, che rimanga sconosciuto fino all’ultimo, che alla fine ci sia la sorpresa. Ho provato a raccontare la prima parte di questa storia e ho notato che chi l’ascolta vi prende interesse man mano che va avanti, ma naturalmente vuole sapere come va a finire altrimenti si sente preso in giro, si arrabbia. Il protagonista, quello che racconta in prima persona, quando trova il Numero Cinque che cammina sotto casa sua viene preso dal panico, non riesce più a dominarsi e dovrebbe fare un errore, anche piccolo. Forse è proprio questo errore che lo porta alla scoperta del colpevole. Detto così sembra tutto facile e la soluzione a portata di mano, invece è un rebus difficilissimo. A queste difficoltà esterne devo aggiungere il mio disagio interno di fronte a tutti questi delitti. Ormai è come se ci fossi dentro anch’io in questa storia, certe notti non riesco a prender sonno perché mi si presenta davanti agli occhi, anche se cerco di tenerli chiusi, la scena di quella fucilazione là sul prato davanti a quel muro di mattoni come se io fossi al posto del Numero Sei. Quel Numero Sei che parla in prima persona non lo conosco, non esiste, l’ho inventato io, ma ormai è come se io e lui fossimo la stessa persona, mi sento seguito, spiato da occhi nascosti nel buio, da un momento all’altro temo che mi succeda qualcosa come agli altri. Ho paura. È più di un anno che sto tentando tutte le combinazioni per trovare un finale a questa storia. Ho sperato per un momento che il fucile caricato a salve potesse nascondere la chiave del mistero. Niente, non sono riuscito a trovare niente che mi soddisfi. Ho raccontato la prima parte anche a un produttore cinematografico e mi ha detto che se trovo un bel finale è pronto a pagarmi il soggetto per fare un film. C’è anche un editore disposto a pubblicare un libro dalle centocinquanta alle duecento pagine. Se a qualcuno viene in mente un bel finale gli do subito un milione.