GOFFREDO PARISE Sentirsi diversa

Da Il crematorio di Vienna

Sono una ragazza di ventitré anni e da cinque lavoro come commessa in un grande magazzino. Posso dire di essermi fatta la mia vita, ho cominciato molto presto a conoscere il valore del denaro, infatti, proprio per ragioni di denaro me ne sono andata di casa appena compiuti i ventuno anni. Ora abito in un appartamento di due stanze e servizi, tutto ammobiliato da me e non dipendo da nessuno.

Ogni anno faccio la mia villeggiatura marina (mi piace il mare, mentre la montagna mi dà tristezza) in un di prima categoria, in una città di mare molto frequentata. Insomma, ora come ora, le cose non mi vanno male; ma un amore sfortunatissimo l’ho avuto due anni fa e mi ha lasciato piuttosto malridotta. Ma era poi vero amore o voglia di sposarmi per non essere diversa da tutte le altre? Questo non lo so ancora bene, anzi, quando me lo chiedo non so veramente cosa rispondermi. So soltanto che, di quel tempo e di quell’amore sfortunato, ricordo bene una frase: una frase, come si vedrà, molto importante, che lui mi ripeteva sempre, anche nei momenti di grande felicità. Mi diceva: “Tu diversa da tutte le altre. Però mi piaci lo stesso”. . Queste parole, che avrebbero dovuto farmi felice, mi sono restate sullo stomaco fin dalla prima volta. Infatti, per me, suonavano così: “Sei diversa da tutte le altre e nonostante questo mi piaci”; come dire che la regola era quella di amare una come tutte le altre, non diversa come lui mi giudicava. E poi questo discorso cosa voleva dire? Che ero brutta? Perché, se ero diversa da tutte le altre, voleva dire che ero anormale e dunque brutta, o peggio ancora. Glielo chiedevo in continuazione e lui, con aria vaga e tentennante, non sapendo nemmeno cosa voleva dire e quasi giustificandosi, mi spiegava:

“No, non significa che sei brutta, significa che sei diversa dalle altre”.

“Perché le altre come sono?”.

“Le altre sono, … sono diverse da te”.

“Bella risposta!” finivo sempre col dire. E non insistevo più lui si seccava e mi diceva che ero poco intelligente.

Pensa e ripensa proprio non capivo cosa voleva dire, così ho scritto a  un settimanale femminile. Mi ha risposto:

 “Diversa da tutte le altre vuol dir e unica. Dunque si compiaccia, cara signorina, invece di crucciarsi. Vuol dire che per il suo fidanzato, che I’ha scelta proprio tra tutte le altre, lei è unica. Le pare niente?”.

Risposta più stupida di così non avrebbero potuto darmi e infatti non era passato un mese che già lui mi aveva lasciata. Non ho fatto tragedie, come fanno tante, almeno davanti a lui. Ho fatto finta di prenderla con filosofia , invece avevo la morte nel cuore e un esaurimento nervoso che è durato undici mesi durante i quali sono vissuta praticamente di acqua e tranquillanti.

Guardavo per la strada le ragazze della mia età e mi dicevo: “Cos’ho io, di diverso da loro?”. Poi ho incominciato a osservare i manichini da da esposizione che tocca proprio a me di vestire e anche quelli erano diventati un’ossessione. Mi ripetevo: “Lui ha ragione: io mi vesto con gli stessi vestiti di questi qua, ho la stessa gonna, la stessa camicetta, le scarpe che hanno migliaia e migliaia di altre ragazze, in tutto simili a questi manichini, come questi graziose e invece io sono diversa. Questo essere diversa non va bene, è una brutta cosa che può dare e dà fastidio, me lo dice l’istinto. Ma almeno, sono o brutta?”. Allora ho cominciato a guardarmi allo specchio delle ore. Posso dire. in tutta coscienza, che non ero bella, ma nemmeno brutta: avevo la fronte alta e un poco sporgente, capelli corti, neri e ricci, e occhi lunghi e grandi, di colore giallo, giallo come le caramelle al miele. La bocca piccola e tonda, un po’ da negra, il mento piccolissimo, con un lieve solco nel mezzo. Il naso dritto, minuscolo e sottile. Non in giù, né in su, come è di moda. Con una sua espressione di serietà, forse di fermezza e anche di caparbietà,che del resto risponde al mio carattere; serio, deciso, forse un poco testardo. Insomma una faccia con una espressione mia, certo diversa da altre espressioni di altre facce. Ma se quella faccia aveva fatto sì che lui e anche altre mi dicessero quella parola, diversa, voleva dire che era proprio da quella faccia e da quella espressione che loro mi giudicavano diversa. Se avessi avuto un’altra faccia come se ne vedono tante nelle riviste di moda o nella pubblicità, o, appunto, nei manichini che arrivano dall’America, nessuno più avrebbe trovato da ridire e io sarei stata uguale alle altre.

Non mi restava dunque che cambiare faccia. Per questo, come tutti sanno, è abbastanza facile. Basta andare da un medico , come ce ne sono tanti in questa città.

Ne ho girati di medici e di chirurghi, mamma mia! Finalmente mi sono decisa e sono andata dall’Americano, un chirurgo giovane che è stato dieci anni in America e lì ha imparato il suo mestiere. Ho capito subito che lui, il suo mestiere lo sapeva molto bene; molto meglio degli altri che mi mandavano dallo psichiatra dicendo che il mio viso era un viso normale e che erano tutte idee mie, la mia diversità dalle altre, idee nervose, di cui avrei dovuto guarire con altre cure e non con un intervento chirurgico.

L’Americano invece, appena mi ha visto, ha detto : “Guardi signorina, il suo volto è del tutto normale ma lei invece crede che sia diverso dagli altri. E sa perché ha questa idea? perché il suo viso è lo specchio di che è lei; e lei non vuole essere quello che è. È vero si o no?”.

“È verissimo” ho risposto subito con entusiasmo. “Come ha fatto a indovinarlo”?.

“Semplicissimo: se lei, con un volto normale è venuta qui, vuol dire che il suo volto non le piace e con il suo volto nemmeno il suo carattere; anzi, lei non tanto vuole cambiare il suo volto, quanto il suo carattere e se potesse anche il suo nome. In altre parole vuole diventare un’altra”.

Era proprio vero e lo scoprivo in quel momento.

“Allora, prima di tutto, mi dica, ha idea di come essere?”.

“Guardi, io vorrei essere come tutte le ragazze della mia età, insomma quello che si dice normale, e naturalmente graziosa. Insomma che non si possa dire di me che sono diversa dalle altre ma che sono diversa dalle altre, perché questo mi dispiace e so che non va bene”.

“Ecco qua” mi ha detto mettendomi nelle mani un pacco di fotografie, “le guardi e mi dica quale preferisce”.

Le ho guarda te tutte, saranno state una cinquantina di fotografie a colori, volti di donna di faccia e di profilo. Via via che le sfogliavo mi sono resa conto che quei volti, apparentemente diversi, erano in realtà tutti uguali: le brune come le bionde, le rosse come le castane. Cioè quei volti, pure mostrando linee e armonie diverse, alla fine si confondevano in una sola espressione. Non so, per esempio, come i bicchieri, che ce ne sono tanti e di tanti tipi, eppure sona tutti di vetro e servono tutti per bere. E questa espressione, delle fotografie, era una espressione vaga e sorridente, come di dolce, modesta e soddisfatta, insomma di persona a cui va tutto va bene, a cui piace tutto, che non si domanda tanti perché, che non trova da ridire su niente e anzi approva e si stupisce delle cose come fossero ogni volta delle novità. Dunque proprio quello che andava a me. Ero però molto indecisa e l’ho detto al dottore che ha sorriso:

“Innanzi tutto lei è bruna e dunque dovrebbe scegliere semmai tra  le brune, non tra le bionde, a meno che lei non intenda cambiare colore dei capelli, e insieme al colore dei capelli, anche il tipo”.

Mi sono sempre piaciute le rosse, chissà anche tra i manichini che ho tra le mani quando facciamo le vetrine ho sempre avuto simpatia per le rosse: mi sembrano più originali, più gattine, forse un poco matte e imprevedibili, e proprio per questo, attraenti. Mi sono detta: “Ma si, già che ci sono divento rossa. Cosi non si potrà dire di me che sono diversa, questa parola cretina e antipatica, ma si dirà che sono come tutte le rosse, cioè originale, gattina, un poco matta e imprevedibile”. E la stessa cosa ho detto, ridendo, al dottore. Ho chiesto però:

“E avrò, oltre ai capelli che si fa presto, una fronte così, un naso così, gli occhi verdi così, una bocca e un mento così?”.

“Certamente. Non solo avrà quella fronte, quegli occhi, quel naso, quella bocca e quel mento, ma avrà anche l’essenza di quella fronte, quegli occhi, quel naso e quel mento, essendo, l’una e gli altri, la stessa cosa”.

Così ho fatto l’operazione, o meglio le operazioni, che non sto a descrivere solo a pensarci mi vengono i sudori freddi. Fatte queste operazioni, compresa quella del parrucchiere e quella dell’oculista che mi ha applicato due piccole lenti a contatto color celeste chiaro, sono corsa davanti allo specchio. Era la prima volta che mi vedevo dopo due mesi di dolori e di speranze, perché durante tutto quel tempo mi avevano proibito nel modo più assoluto di guardarmi. Così ho potuto vedermi soltanto a lavoro finito. E devo dire che è un gran bel lavoro e che i soldi spesi sono i meglio di tutta la mia vita: eccomi dunque, uguale alle altre, coi capelli rossi, la fronte liscia, gli occhi verdi, il nasino all’insù, la bocca di prima (il chirurgo l’ha appena modificata), le guance, quelle più di tutte, poiché quando rido fanno le fossette. È vero a toccarmi sono tutta un po’ fredda, in faccia, ma questo non dovrebbe dare nessun fastidio. Quello che conta è che l’espressione è completamente cambiata, anzi più che cambiata è scomparsa per lasciare il posto a tutte quelle cose che sono appunto i capelli, la fronte, gli occhi, il naso, le guance e la bocca.

Proprio ieri sera un giovanotto, un ingegnere di una grande ditta che da qualche mi fa la corte, mi ha detto guardandomi fisso:

“Sa che mi sembra di averla già conosciuta? Volevo dirglielo tante volte e tante volte mi sono chiesto dove “.

“Ah sì? E dove, dove? Cerchi di ricordare”.

“Ci ho pensato e solo ora m’è venuto in mente. Guardi là” e ha indicato con un dito un calendario dietro il del bar dove stavamo bevendo un aperitivo.

Era vero. Ero uguale a quella ragazza del mese di dicembre, persino il cappuccio del paltò , col bordo di pelliccia bianca, era uguale al mio che avevo in quel momento. Ho riso, tutta contenta e mi è parso anche di arrossire.

“Ma sono io” ho detto, così in fretta che non mi sono accorta nemmeno di mentire. Ma mentivo? Pensandoci mi sono detta che non mentivo affatto: quelli erano i miei capelli, il mio naso, i miei occhi, la mia bocca e il mio cappuccio del paltò. Dunque che differenza c’era tra me e quella ragazza? Proprio nessuna.