CARMELO ALBANESE La DAD come la PS6

Sulla scuola (e sull’università, quasi totalmente scomparsa, insieme alle biblioteche, dai discorsi che ruotano intorno all’apprendimento) si è partiti da un delirio di fondo. L’idea che fosse sostituibile con la didattica a distanza. Non è così. Sono proprio due cose differenti. Il mezzo non è neutro nell’apprendimento (porta con sé un metamessaggio) e l’apprendimento non coincide con la nozione. Anche la sola nozione non è neutra rispetto al mezzo utilizzato per darla.

Sono considerazioni ovvie, banali, ma è diventata un’impresa farle notare, a un popolo di egoisti in malafede, o di insegnati timorosi, non del virus, ma di perdere il privilegio di poter essere retribuiti per svolgere un lavoro diverso da quello contrattualizzato. Tra l’altro non regolato da nessuna analisi nel merito della reale valenza del digitale come mezzo sostitutivo per l’apprendimento. Quando il bambino era bambino, direbbe Handke, vale a dire quando il mondo non aveva ancora ricevuto l’offesa tecnologica, nella misura in cui i signori delle piattaforme hanno deciso di darla al pianeta, esisteva l’incontro. Essere presenti l’uno all’altro. Non è detto che dovessero esserci necessariamente parole nell’incontro. Gran parte del messaggio si risolveva nella reciproca voglia di esserci e in una serie pressoché infinita di altri codici comunicativi: relazionali, emotivi, spaziali, che si attivavano a partire dalla presenza di corpi in un certo spazio, per un certo tempo, a determinate condizioni. I silenzi, nell’incontro, erano e sono pieni di messaggi, densi di nozioni. Questo è, in definitiva, l’apprendimento.

La DAD non è il surrogato virtuale della lezione, uno strumento di compensazione utile in un momento di crisi sociale, è proprio un’altra cosa. Ad altro prepara, ad altro forma. A cosa? Addestra ulteriormente all’uso delle tecnologie, qualora ce ne fosse ancora bisogno per allievi nati in epoca digitale e ammesso che non avessero piuttosto bisogno di un ritorno a metodi di apprendimento precedenti alla grande offesa. Nella DAD tutto è centrato sul canale di trasmissione dell’informazione. La sua funzione principale, di erudizione all’uso delle nuove tecnologie, è utile più per i docenti, spesso alieni al loro utilizzo, che per i discenti, che sulle piattaforme ne sanno più di chi le ha progettate. Elaborano ogni giorno centinaia di FAQ sulle loro criticità e sono i migliori collaudatori dei debug di ognuna di queste.

Non c’è nessuna possibilità per lo studente di percepire una differenza tra una lezione di scienze e una partita alla playstation. Sono la stessa cosa. Tra il professore di storia e Cristiano Ronaldo mosso dal joystick della PS6, anche volendo, non riescono ad individuare nessuna apprezzabile differenza, anche perché, non ve ne sono. L’informatica, tutta l’informatica domestica (non quella applicata alle normali attività umane, ambiti nei quali svolge il suo ruolo più che dignitosamente), riesce solo a sconvolgere il dimensionamento spazio temporale di cui necessita ogni individuo.

La DAD va intesa alla stregua di un social network qualsiasi, in parte perché lo è materialmente e in parte perché nell’informatica, sempre o quasi sempre, il mezzo prevale sul fine, sul messaggio. La scuola perciò, come ogni ambito che si è preteso sostituire con l’informatica, semplicemente non c’è stata per dieci mesi. La DAD ha impegnato il doppio, questo è vero, insegnanti e studenti, ha ragione chi lo afferma, ma non per avere la metà di ciò che si sarebbe ottenuto andando fisicamente a scuola, in questo caso sarebbe stata davvero un surrogato compensativo nella condizione d’emergenza (pagato però a stipendio pieno); ma per avere il doppio su un altro piano, che è quello specifico dell’apprendimento di nuove tecnologie informatiche.

Questi corsi di informatica durati dieci mesi, dei quali gli studenti non avevano bisogno e qualche insegnante forse sì, sono stati pagati dalla comunità “come fosse” scuola. Qui c’è un aspetto che suona di truffa alla collettività. L’impressione ingannevole di partenza, che il bar non potesse essere sostituito dalle emoticon dei cappuccini, ma la scuola sì, è precisamente il peccato originale di questo precipizio sociale e antropologico-culturale. La scuola, per dieci mesi, è stata una saracinesca chiusa a pieno stipendio. Ciascuno nelle proprie case si scambiava con il docente una emoticon del cappuccino senza berlo e la comunità lo pagava come se le cose fossero andate pacificamente nella modalità consueta. I docenti hanno imparato a giocare con la Dad/PS6, versando lacrime e sangue. Facendosi ore e ore di partite con ragazzi svogliati, che comprendevano bene come la DAD fosse un surrogato sì, ma di altre piattaforme informatiche infinitamente più divertenti e probabilmente persino più utili, frequentate da loro abitualmente nelle rimanenti dieci ore del giorno. La comunità, che mai avrebbe pagato per intero un barista costretto a chiudere al patto che continuasse a scambiare emoticon di cappuccini con i clienti, ha pagato questa manfrina “come fosse” scuola: la beffa oltre il danno.