CHIARA FOÀ – MATTEO SAUDINO Scuola nel caos: la guerra di tutti contro tutti

[Volerelaluna, 1 settembre 2020]

A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, fissato dal MIUR per il 14 settembre 2020, la scuola italiana vive una situazione di preoccupante caos che sembra divorare tutto e tutti, buon senso in primis. Il tema del diritto allo studio e della necessità di riaprire le scuole di ogni ordine e grado (dall’infanzia alle superiori), tema assolutamente centrale per la vita democratica di un Paese, ha generato uno scontro politico durissimo, dai tratti prevalentemente propagandistici ed elettorali, e un acceso dibattito pubblico, dai toni quasi sempre aggressivi e infarciti di imbarazzanti e denigratori luoghi comuni.

Dopo decenni di riforme scolastiche, fatte principalmente di riduzione della spesa e degli investimenti, accolte con indifferenza e superficialità dalla maggior parte dei cittadini, la scuola pubblica italiana sta avendo l’onore e l’onere di occupare, in modo del tutto strumentale e probabilmente passeggero, il centro della scena politica.

Di colpo la scuola sembra essere diventata ufficialmente importante per la nostro comunità. Ma discutere di un aspetto della vita associata così complesso e delicato in piena logica emergenziale sanitaria è il modo peggiore per affrontare e risolvere di colpo le innumerevoli problematicità strutturali e calcificate del sistema scolastico. Il Covid-19, infatti, ben lungi dal portare ponderatezza e lungimiranza nella classe dirigente e nella cittadinanza, ha sdoganato ancor di più le perverse logiche della cieca autoconservazione egoistica. Ora lo possiamo dire: è stata un’ingenua idiozia pensare, anche solo per alcuni giorni, che una pandemia globale avrebbe finalmente migliorato una società che da tempo ha archiviato i valori e i principi di solidarietà e comunanza, con l’assurda pretesa di fondarsi sulla ricerca individuale del profitto e della felicità, in un mondo in cui tutto è stato trasformato in merce, dalla cultura alla salute, dal lavoro all’istruzione. Il Covid-19 non poteva che peggiorarci e così pare sia stato. E un mondo fondato ancora su una dimensione di collettività e reciprocità, come è quello della scuola, non poteva che esserne drammaticamente travolto. La discussione intorno alla scuola, infatti, è diventato il luogo di una lacerante guerra di tutti contro tutti, dell’homo homini lupus est di plautiana e hobbesiana memoria. Proviamo ad analizzare alcune faglie di queste conflittualità che stanno logorando il terreno dell’istituzione scolastica.

1.

Innanzitutto il caos intorno alla scuola ha messo ancora una volta a nudo l’inadeguatezza della politica a partire primariamente dalla ministra Azzolina, la quale, in un contesto certamente anomalo, emergenziale e di difficile gestione, si è però mostrata inadeguata e fuori luogo. Dichiarazioni avventate poi smentite, imbarazzanti silenzi seguiti da fragorose e clamorose boutades (sparate), decisioni improvvisate, precipitose e poco razionali o motivabili: la Ministra dell’Istruzione in questi mesi ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto. Ma vi è un importante nodo da evidenziare. La ministra Azzolina è stata, come spesso è capitato in passato, immediatamente e volutamente lasciata sola dal Governo, diventando il facile bersaglio polemico nonché il capro espiatorio dei media, dell’opposizione e dell’opinione pubblica tutta. Ridurre la complessità alle inefficienze di una sola persona è uno scaricabarile comodo e molto italico, ma è un’operazione storicamente ed esperienzialmente poco analitica; come se la ministra decidesse da sola la linea scolastica, per di più durante una crisi medico-sanitaria. Di fronte a una situazione così articolata, serviva e serve tutt’ora unire le migliori intelligenze del Paese per innovare la didattica e per mettere in sicurezza le scuole in modo affidabile e non approssimativo (con improbabili banchi a rotelle a seduta singola o fantascientifiche tonnellate di plexiglass o di legno per dare slancio all’artigianato), con investimenti di medio e lungo periodo per evitare di aprire le scuole e poi richiuderle frettolosamente, generando ancor più sconforto e disagio sociale. Le emergenze si affrontano attivando capacità di progettazione: nuovi edifici, più insegnanti, più collaboratori scolastici, più mezzi di trasporto. Invece il nanismo della classe dirigente ha scelto la via dello scontro sterile, senza mettere realmente al centro del dibattito gli studenti e il loro diritto a una formazione di qualità in piena sicurezza. Concentrarsi sul far naufragare la ministra significa non tanto far naufragare un personaggio politico, per quanto mediocre e confuso, quanto soprattutto danneggiare un anno scolastico e la vita di milioni di studenti e studentesse.

2.

La seconda faglia di conflittualità riguarda la società. L’emergenza Covid-19 lungi dallo sviluppare solidarietà e unità tra i lavoratori e tra i cittadini, ha acuito le acredini e i rancori di una società che, al di là della ideologica retorica nazionale, è profondamente atomizzata e divisa: partite IVA contro lavoratori dipendenti, commercianti e lavoratori autonomi contro statali, imprenditori contro operai. In particolare il caos della scuola ha mostrato ancora una volta che vi è una parte del Paese che considera gli insegnanti dei privilegiati, dei fannulloni, con quattro mesi di vacanze l’anno, che rubano lo stipendio. Nessuna empatia con chi è addetto alla formazione dei propri figli. L’insicurezza sociale generata dalla pandemia anziché portare i cittadini a chiedere maggior protezione e diritti per tutti ha, infatti, determinato la più becera e ottusa guerra tra poveri e tra categorie. Dunque ‒ mentre giornali, tv e web puntano subito il dito contro gli insegnanti che non vogliono sottoporsi all’esame sierologico o si dimostrano timorosi o ostili alle condizioni del rientro in aula ‒ faticano ad emergere le vere questioni che dovrebbero stare a cuore a tutti.

Perché una cassiera del supermercato o un idraulico hanno lavorato per tutto il lockdown, mentre i professori si nascondevano dietro le piattaforme comodamente in pantofole a casa e ancora si lamentano di dover tornare a scuola? Questa sembra essere la vulgata delle lamentele. Ma è questo il vero problema? Ricordiamo che una cassiera può essere maggiormente protetta, in quanto incontra un cliente pagante per volta, in un ambiente molto vasto e protetta dal plexiglas, mentre un insegnante sta a contatto (stretto) con minori (molti) che pare siano i principali veicoli della trasmissione del virus, in spazi angusti (pochi metri quadrati) per cinque o sei ore di seguito al giorno. Senza dimenticare che l’insegnamento presuppone la costruzione di un rapporto personale e che le misure intraprese per il distanziamento su indicazione del ministero sembrano essere davvero poche e di dubbia efficacia. E ricordiamo anche che buona parte del corpo insegnante ha un’età non propriamente giovane e dunque risulta maggiormente a rischio di contagio, soprattutto se esposta senza adeguate protezioni al contatto diretto con gli allievi e all’interno di un ambiente piccolo. Chi lavora all’interno della scuola conosce a menadito i problemi che possono emergere. È possibile tenere per ore e ore i bambini/ragazzi fermi e distanti tra loro? Seduti per ore con mascherine? Chi misurerà loro la febbre prima dell’ingresso in aula? E quando staranno male, come faremo a star loro vicini? Quando mangeranno, andranno al bagno, verranno interrogati toglieranno la mascherina: perché non dovrebbero essere pericolosi a livello di contagio? E se devono leggere?

Spaventa anche l’affermazione sbandierata dai politici secondo cui si aprirà assolutamente e ad ogni costo nella data stabilita. Perché questi costi dovrebbero essere pagati dal personale scolastico e dagli studenti per propagande politiche e per una manciata di voti? E se gli studenti saranno contagiati, non porteranno forse a casa, a genitori e nonni, il virus? Perché riaprire ad ogni costo se ci sono troppi rischi? Questo discorso alimenta le preoccupazioni. Se non sono state prese cautele e non ci si è mossi per tempo il buon senso direbbe di ripensarci poiché a scuola potrebbe capitare una diffusione rapida del virus. Come mai gli studenti non faranno il tampone?

Ma ragionando sulla reazione degli adulti, occorre anche soffermarsi sulla posizione assunta da molti genitori. Le famiglie degli allievi premono molto per la riapertura della scuole ma assai meno per la riapertura solo se in sicurezza. Se le aule diventano focolai, gli allievi tornando a casa diffondono il virus a macchia d’olio. Certamente il problema sotteso non è da poco ma, se analizzato attentamente, ci rivela anche qual è la funzione che per molte famiglie riveste la scuola. Intrattenere i figli, parcheggiati possibilmente almeno per otto ore senza i costi elevati che potrebbe avere una baby sitter o una struttura privata, mentre i genitori sono impegnati con il lavoro. Tutto ciò è comprensibile. Ma è anche lungimirante? La guerra di tutti contro tutti ha fatto sì che la salute non sia diventata un diritto da estendere il più possibile a tutti, ma che sia considerata un privilegio da togliere a chi lo rivendica. La scuola deve essere un luogo di inclusione e di risoluzione dei conflitti e delle disuguaglianze, in cui costruire una visione condivisa di comunità. Invece sta diventando un’arena in cui tutti si scannano senza esclusioni di colpi e in cui ancora una volta si decide scientificamente di delegittimare ancor di più gli insegnanti e di disgregare il tessuto sociale.

3.

Infine, vi è una terza faglia di conflittualità che riguarda l’essenza della scuola: l’emergenza Covid-19 ha evidenziato la crisi profonda delle istituzioni scolastiche, sempre più disorientate e alla ricerca di un senso. Il dibattito politico che si è innescato in questi mesi è miope e banale in quanto sorvola del tutto sulla principale delle questioni pedagogiche: a cosa serve oggi la scuola? La domanda è del tutto inascoltata da chi ha il potere di incidere sulla vita scolastica. La parte preponderante dello scontro è su questioni politiche di piccolo cabotaggio, da bar sport si potrebbe dire. Sarebbe importante lasciarsi alle spalle la logica della guerra e della competizione che attraversa il mondo della scuola per concentrarsi autenticamente su una rifondazione dell’istruzione. La sconfitta della scuola parte dal fatto che essa viene considerata sempre più un luogo dove realizzarsi come privato cittadino e non come membro di una comunità. Se le istituzioni scolastiche perdono il loro essere un bene comune e vengono fagocitate dalla logica dell’interesse individuale e del mercato non c’è nessun futuro per la scuola come luogo di realizzazione delle istanze democratiche contenute nella Costituzione.

La crisi in cui è precipitata la scuola è pericolosissima, perché si tratta di una stupida guerra di tutti contro tutti combattuta però sulla pelle della scuola stessa, al termine della quale non ci sarà nessun vincitore, ma solo una desolante sconfitta di tutti, nessuno escluso.