BEPPE FENOGLIO I ventitre giorni della città di Alba

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.

Ai primi d’ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esauriti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.

I repubblicani passarono il fiume Tanaro con armi e bagagli, guardando indietro se i partigiani subentranti non li seguivano un po’ troppo dappresso, e qualcuno senza parere faceva corsettine avanti ai camerati, per modo che, se da dietro si sparava un colpo a tradimento, non fosse subito la sua schiena ad incassarlo. Quando poi furono sull’altra sponda e su questa di loro non rimase che polvere ricadente, allora si fermarono e voltarono tutti, e in direzione della libera città di Alba urlarono: – Venduti, bastardi e traditori, ritorneremo e v’impiccheremo tutti! – Poi dalla città furon visti correre a cerchio verso un sol punto: era la truppa che si accalcava a consolare i suoi ufficiali che piangevano e mugolavano che si sentivano morire dalla vergogna. E quando gli parve che fossero consolati abbastanza tornarono a rivolgersi alla città e a gridare: – Venduti, bastardi…! – eccetera, ma stavolta un po’ più sostanziosamente, perché non erano tutti improperi quelli che mandavano, c’erano anche mortaiate che riuscirono a dare in seguito un bel profitto ai conciatetti della città. I partigiani si cacciarono in porte e portoni, i borghesi ruzzolarono in cantina, un paio di squadre corse agli argini da dove apri un fuoco di mitraglia che ammazzò una vacca al pascolo sull’altra riva e fece aria ai repubblicani che però marciaron via di miglior passo.

Allora qualcuno s’attaccò alla fune del campanone della cattedrale, altri alle corde delle campane dell’altre otto chiese di Alba e sembrò che sulla città piovesse scheggioni di bronzo. La gente, ferma o che camminasse, teneva la testa rientrata nelle spalle e aveva la faccia degli ubriachi o quella di chi s’aspetta il solletico in qualche parte. Così la gente, pressata contro i muri di via Maestra, vide passare i partigiani delle Langhe. Non che non n’avesse visti mai, al tempo che in Alba era di guarnigione il II Reggimento Cacciatori degli Appennini e che questi tornavano dall’aver rastrellato una porzione di Langa, ce n’era sempre da vedere uno o due con le mani legate col fildiferro e il muso macellato, ma erano solo uno o due, mentre ora c’erano tutti (come credere che ce ne fossero altri ancora?) e nella loro miglior forma.

Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città.

A proposito dei capi, i capi erano subito entrati in municipio per trattare col commissario prefettizio e poi, dietro invito dello stesso, si presentarono al balcone, lentamente, per dare tutto il tempo ad un usciere di stendere per loro un ricco drappo sulla ringhiera. Ma videro abbasso la piazza vuota e deserti i balconi dirimpetto. Sicché la guardia del corpo corse in via Maestra a spedire in piazza quanti incontrava. A spintoni ne arrivò un centinaio, e stettero con gli occhi in alto ma con le braccia ciondoloni. Allora le guardie del corpo serpeggiarono in quel gruppo chiedendo tra i denti: – Ohei, perché non battete le mani? – Le batterono tutti e interminabilmente nonché di cuore. Era stato un attimo di sbalordimento: su quel balcone c’erano tanti capi che in proporzione la truppa doveva essere di ventimila e non di duemila uomini, e poi in prima fila si vedeva un capo che su dei calzoncini corti come quelli d’una ballerina portava un giubbone di pelliccia che da lontano sembrava ermellino, e un altro capo che aveva una divisa completa di gomma nera, con delle cerniere lampeggianti.

Intanto in via Maestra non c’era più niente da vedere: giunti in cima, i partigiani scantonarono. Una torma, che ad ogni incrocio s’ingrossava, corse ai due postriboli della città, con dietro un codazzo di ragazzini che per fortuna si fermarono sulla porta ad attendere pazientemente che ne uscisse quel partigiano la cui divisa o la cui arma li aveva maggiormente impressionati. In quelle due case c’erano otto professioniste che quel giorno e nei giorni successivi fecero cose da medaglie al valore. Anche le maitresses furono bravissime, riuscirono a riscuotere la gran parte delle tariffe, il che è un miracolo con gente come i partigiani abituata a farsi regalar tutto.

Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con l’armi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità d’automobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale di circonvallazione. Per le vie correvano partigiani rotolando pneumatici come i bimbi d’una volta i cerchi nei giardini pubblici. A conseguenza di ciò, la benzina dava la febbre a tutti. In quel primo giorno e poi ancora, scoperchiavano le vasche dei distributori e si coricavano colla pancia sull’asfalto e la testa dentro i tombini. – Le vasche sono secche, secche da un anno, – giuravano i padroni, ma i partigiani li guardavano in cagnesco e dicevano di vedere i riflessi e che quindi la benzina c’era. I padroni cercavano di spiegare che i riflessi venivano da quelle due dita di benzina che restano in ogni vasca vuota, ma che la pompa non pescava più. Allora i partigiani riempivano di bestemmie le vasche e lasciavano i padroni a tapparle. Benzina ne scovarono dai privati, pochissima però, la portavano via in fiaschi. Quel che trovarono in abbondanza fu etere, solvente ed acquaragia coi quali combinarono miscele che avvelenarono i motori.

Altri giravano con in mano un elenco degli ufficiali effettivi e di complemento della città, bussavano alle loro porte vestiti da partigiani e ne uscivano poi bardati da tenenti, capitani e colonnelli. Invadevano subito gli studi dei fotografi e posavano in quelle divise, colla faccia da combattimento che spaccava l’obiettivo.

Intanto, nel Civico Collegio Convitto che era stato adibito a Comando Piazza, i comandanti sedevano davanti a gravi problemi di difesa, di vettovagliamento e di amministrazione civile in genere. Avevano tutta l’aria di non capircene niente, qualche capo anzi lo confessò in apertura di consiglio, segretamente si facevano l’un l’altro una certa pena perché non sapevano cosa e come deliberare. Comunque deliberarono fino a notte.

Quella prima notte d’occupazione passò bianca per civili e partigiani. Non si può chiuder occhio in una città conquistata ad un nemico che non è stato battuto. E se il presidio fuggiasco avesse cambiato idea, o avesse incontrato sulla sua strada chi gliel’avesse fatta cambiare, e cercasse di rientrare in Alba quella notte stessa? I borghesi nell’insonnia ricordavano che la sera, nel primo buio, quel pericolo era nell’aria e stranamente deformava le case e le vie, appesantiva i rumori, rendeva la città a momenti irriconoscibile a chi c’era nato e cresciuto. E i partigiani, che in collina riuscivano a dormire seduti al piede d’un castagno, sulle brande della caserma non chiusero occhio. Pensavano, e in quel pensare che a tratti dava nell’incubo, Alba gli pareva una grande trappola colle porte già abbassate. Era l’effetto del sentirsi chiusi per la prima volta; le ronde che viaggiavano per la città nel fresco della notte erano molto più tranquille e spensierate.

Non successe niente, come niente successe negli otto giorni e nelle otto notti che seguirono. Accadde solo che i borghesi ebbero campo d’accorgersi che i partigiani erano per lo più bravi ragazzi e che come tali avevano dei brutti difetti, e che in materia di governo civile i repubblicani erano più competenti di loro. Accadde ancora che uno di quei giorni, all’ora di pranzo, da Radio Torino si sentirono i capi fascisti del Piemonte alternarsi a giurare che l’onta di Alba sarebbe stata lavata, rovesciata la barbara dominazione partigiana eccetera eccetera.

La mattina del 24 ottobre, le scolte sul fiume che di buonora pescavano colle bombe a mano facendo una strage di pesci che ancor oggi i pescatori se ne lamentano, videro sulla strada Alba-Bra avanzarsi un nuvolone di polvere e da questo usciva un tuono di motori. Spiando negli intervalli tra un pioppeto e l’altro, contarono una dozzina di grossi camion e un paio di piccoli carri armati.

Su Alba suonò la sirena municipale, i civili s’incantinarono e la guarnigione corse agli argini che già sul fiume s’incrociavano i primi colpi.

La  repubblica stabili un fronte di non più di mezzo chilometro, disteso tra un pescheto e un arenile, e cercò di far forza nel punto migliore per il guado, immediatamente a valle del ponte bombardato dagli inglesi. Ma i partigiani concentrarono le mitraglie e quando quelli si presentarono al pulito, fecero una salva che li ricacciò tutti nei cespugli. Finché mandarono avanti uno di quei carri armati che si calò nel greto come un verme. Facendo fuoco da tutti i suoi buchi, entrò nella prima acqua alta due palmi, ma un mortaista partigiano azzeccò un colpo da 81 che rovinò giusto sul carro che fece poi molte smorfie per tornarsene via. E dopo un altro po’ di bordello tanto per prorogare il pranzo ai partigiani, all’ora una pomeridiana la repubblica se ne andò, ma non cosi in fretta che una squadra partigiana non guadasse il fiume e arrivasse al sedere della retroguardia, e se non la catturarono tutta fu perché persero tempo a raccattare le armi che quelli gettavano.

La sirena suonò il finis, e fu un bel pomeriggio con in piazza Umberto I il sole e la popolazione tutta ad aspettare i partigiani che tornavano dagli argini cantando la famosa canzone che dice:

O tu Germania che sei la più forte,
Fatti avanti se ci hai del coraggio, Se
la repubblica ti lascia il passaggio,
Noi partigiani fermarti saprem!

Si dichiarò il pomeriggio festivo, la gente riempi i caffè e offriva le bibite ai partigiani. Fecero accender le radio sulla stazione di Torino e siccome Radio Torino taceva, gridavano: – Parla adesso, parla adesso! – e la presenza di tante signore e signorine patriote non era un motivo per cui non si dovesse dar forte del fottuto a quelli di Radio Torino.

Ma la sera e la notte molti pensarono che era forse meglio che i partigiani non l’avessero date tanto secche ai fascisti, perché poteva darsi che si dovesse poi pagare il conto.

L’indomani, da Radio Torino parlò il federale di tutto il Piemonte e, sorvolando sul fatto d’armi del giorno precedente, disse che Alba sarebbe stata riconquistata alla vera Italia ad ogni costo e quanto prima. Tutti in Alba lo ascoltarono e, partigiani per primi, presero le sue parole interamente sul serio. Le pattuglie notturne sugli argini furono triplicate; era un servizio che portava l’esaurimento nervoso, col fiume che di notte fa migliaia di rumori tutti sospetti e sull’altra riva luci che s’accendono e si spengono. Una parte dei borghesi lasciò la città dicendo ai vicini che andavano a passare un po’ di giorni in campagna, e nessuno si ricordò d’obiettare che non era più la stagione.

Ma verso la fine d’ottobre piovve in montagna e piovve in pianura, il fiume Tanaro parve rizzarsi in piedi tanto crebbe. La gente ci vide il dito di Dio, veniva in massa sugli argini nelle tregue di quel diluvio e studiava il livello delle acque consentendo col capo. Pioveva notte e giorno, le pattuglie notturne rientravano in caserma tossendo. Il fiume esagerò al punto che si smise d’aver paura della repubblica per cominciare ad averne di lui. Poi spiovve decisamente, ma il fiume rimase di proporzioni più che incoraggianti. Sugli argini, a tutte l’ore, conveniva parecchia gente, quasi tutti oziavano perché non c’era più la costanza di lavorare in quello stato di cose, e tra quella gente c’erano vecchi soldati della guerra del ’15 che esaminavano il Tanaro e facevano paragoni col Piave.

Lo stesso giorno che spiovve, il Comando Piazza, per certe vie note a lui solo, venne a sapere che i repubblicani avrebbero attaccato, attaccato agli ordini di generali e non più tardi del 3 novembre. Il Comando provvide a far minare qualche tratto d’argine, ad allagare dei prati tra il fiume e la città deviando un canale d’irrigazione e a far preparare le liste dei civili da reclutare per la costruzione di barricate alle porte della città. Altro non gli riuscì di fare perché gli portò via un gran tempo il dare udienza ad una infinità di gente che aveva cose importantissime da riferire; erano per lo più commercianti ambulanti che battevano i mercati dell’Oltretanaro presidiati dalla repubblica e sapevano adocchiar tutto guardando in terra. Cosi si seppe tra l’altro che sulla collina di Santa Vittoria avevano già postati i cannoni da 149 prolungati coi quali, in caso di difesa irragionevolmente protratta, avrebbero spianato la città di Alba, e che a monte di Pollenzo c’era ormeggiata una flottiglia di barconi per il passaggio del fiume.

Ma la notizia più interessante e sicura la portò al Comando un prete della Curia: si trattava che i capi fascisti chiedevano un colloquio in zona partigiana e si auguravano che per il bene della città di Alba i capi ribelli lo concedessero. I capi partigiani non dissero di no e il giorno fissato si recarono con scorta al punto stabilito, alquanto distante dalla città che era il nocciolo della questione. I capi fascisti, i più terribili nomi di quella repubblica, arrivarono tagliando il fiume con un barcone e siccome quella traversata poteva rappresentare una prova generale, i partigiani sull’altra sponda rimasero malissimo a vedere con che sicurezza quel barcone passò il fiume gonfio. Sbarcarono, e mentre i più salirono a riva col fango alto agli stivali, alcuni vecchi e grassi s’impantanarono irrimediabilmente. Si videro allora i partigiani della scorta calarsi in quel fango, caricarsi i gerarchi sulle spalle e riarrampicarsi poi a depositarli sul solido. I gerarchi ringraziarono, offrirono sigarette tedesche, quindi s’appartarono coi parigrado partigiani.

Fu un lunghissimo parlamentare che fece crescer la barba alla scorta, ma alla fine si restò come se niente fosse stato detto. I fascisti non vollero dire che non avevan voglia di riprendersi Alba con la forza, i partigiani non vollero dire che non si sentivano di difenderla a lungo, e da queste reticenze nacque la battaglia di Alba. I capi fascisti infangatissimi ripartirono col loro barcone dicendo: – Arrivederci sul campo, – i partigiani risposero: – Certamente, – e stettero a guardare se quelli per caso non facessero naufragio. Non lo fecero.

La mattina del primo di novembre, i comandanti di tutte le squadre della guarnigione furono convocati al Comando Piazza e poi congedati all’ora di mezzogiorno dopo aver sentito parlare di difesa a capisaldi, di massa di manovra, di collegamenti a vista e cosi via. Insomma ne uscirono con le idee confuse, ma poiché nessuno si decise a fare il primo, non tornarono sui loro passi a farsele, se possibile, chiarire. Lungo la strada di ritorno ai singoli accantonamenti, pagarono questa conservazione di prestigio con dei tremendi interrogativi di coscienza. Due sole cose erano ben chiare, e cioè che la repubblica avrebbe attaccato all’alba dell’indomani e che avrebbe cercato di passare sul ponte sospeso di Pollenzo, quel ponte che i partigiani non erano riusciti a rompere semplicemente perché era guardato dai tedeschi che alloggiavano fin dall’armistizio in quel castello reale, in numero sufficiente per infischiarsi di tutti i partigiani delle Langhe.

Il dopopranzo le squadre, tempestando di domande i loro capi, uscirono di città e infilarono la strada Alba-Gallo tirando a mano dei carretti sui quali avevano caricato le mitragliatrici e le casse delle munizioni. Si fermarono dove i capi dissero di fermarsi, presero visione del tratto di fronte loro assegnato e, lasciateci le sentinelle, andarono a trovarsi tutt’insieme sull’aia della cascina di San Casciano che era in metà giusta delle posizioni. Su quell’aia grande come una piazza si trovarono insieme i duecento uomini sui quali pesò quasi interamente la battaglia di Alba. Fecero un coro di O tu Germania che sei la più forte,: celiarono in tutti i modi e senza pietà sul fatto che l’indomani era il due di novembre giorno dei morti ed ebbero anche lo spettacolo. Due polacchi, disertori della Wehrmacht e partigiani badogliani, ubriachi marci, fecero segno a tutti di stare a vedere, andarono a collocare due bottiglie vuote sul muretto in fondo all’aia, sbandando tornarono all’altro termine, puntarono i loro fucili tedeschi e le due bottiglie laggiù volarono in polvere. Tutti applaudirono e pensarono che domani in quei mirini ci sarebbe stata carne di fascisti. Così fecero sera e tornarono ciascuna squadra alla cascina più prossima alla rispettiva posizione.

Là cenarono a pane e salame e poi si riposarono. Per le finestre videro farsi notte di colpo e sentirono che faceva un freddo crudo. Fuori rumoreggiava il fiume, dentro si udiva solo respirare, il massimo rumore era quello dei zolfini sfregati per le sigarette. Il fatto è che tra loro non c’era un adulto, quelli che avevano fatto il soldato nel Regio Esercito erano forse cinque ogni cento. Nel buio di quella vigilia di battaglia, molti di quei minorenni che, per non aver mai voluto tirare alle galline, non avevano mai sparato il fucile, si domandavano ora se sparare poteva esser complicato e se il colpo faceva male alle orecchie. Poi pensavano a quelli che aspettavano per l’indomani sul presto, ammettevano che quelli sparare sapevano, e allora si tastavano la pelle o anche solo la camicia.

Poco prima di mezzanotte arrivò un portaordini del Comando Piazza ad avvisare che il posto di medicazione era dietro il cimitero e che il servizio sanitario lo prestavano volontariamente gli studenti albesi in medicina e farmacia. Si senti un singhiozzo nel buio, ma mezz’ora dopo che il portaordini se n’era andato, per il fatto e la fortuna che erano tutti ragazzi, s’erano già tutti addormentati nelle stalle e sui fienili. E s’addormentò anche qualche sentinella.

La mattina del 2 novembre ci fu per sveglia un boato, verso le quattro e mezzo. I partigiani a dormire sui fienili trascurarono le scale a pioli e saltaron giù da due e più metri. Solo per una formalità i comandanti mandarono a vedere se c’era rimasto qualcuno addormentato. Parti una pattuglia dei più vecchi a vedere cos’era successo. Tornò che erano già tutti in trincea e riferì che un uomo, un borghese, era passato per il campo minato ed era subito saltato in aria ed era là morto. Tutti alla notizia sorrisero e qualcuno disse che era pronto a scommettere che la repubblica non veniva. C’era chi gli avrebbe scommesso contro, ma non ebbe il tempo perché, mentre ai campanili di Alba battevano le cinque, sul fiume scoppiò un rumore da non sapere se erano gli uomini a farlo o la terra o Dio, il rumore che comincia le battaglie, e dalla collina dei Biancardi la mitragliera partigiana prese a far pom pom, si vedevano le sue pallottole traccianti profondarsi nei pioppeti del fiume e niente più.

I repubblicani avevano passato il fiume sul ponte sospeso di Pollenzo con tutta fanteria e vicino al punto dove presero terra, una pattuglia di quattro partigiani, stanca di far la guardia su e giù, s’era ritirata in un casotto di pesca e stavano col lume acceso a far dei giri a poker. Arrivarono loro, non corsero spiegazioni, li ammazzarono colle carte in mano.

Su Alba suonò la sirena municipale e i partigiani in trincea s’irritarono per quel fracasso superfluo e gridavano verso il Comando Piazza, quasi da laggiù potessero sentirli: – State tranquilli che abbiamo sentito, state tranquilli che siamo in allarme!

Si sentivano assai meglio che la notte, e tutti attenti e seri osservavano la traiettoria della loro mitragliera, le nuvolette delle mortaiate dei fascisti che mettevano un colpo sopra l’altro come tanti scalini per arrivare in cima alla collina dei Biancardi, e facevano congetture molto sensate. Uno spettacolo che assorbiva tutt’intera la loro attenzione, e fu un peccato che una staffetta venisse a disturbarli col trasferimento, spiegando che non era più necessario vegliare sugli argini e che tutti dovevano adesso portarsi sulla linea di San Casciano, perpendicolare alla strada Gallo-Alba che era evidentemente la direttrice d’attacco del nemico. Nel momento che si mossero, prese a piovere, una pioggia pesante che marcì la terra al punto che quando arrivarono dopo non più di dieci minuti di cammino e posarono le mitraglie, la terra cedeva sotto i treppiedi.

Quella era la linea principale e correva giusto a filo del muro di cinta della cascina di San Casciano. Dal finestrone della torretta della cascina si sporse un comandante con sul petto i binoccoli e gridò ai nuovi arrivati: – Ricordatevi che non si spara se non ve lo dico io. E non fumate, razza d’incoscienti! – urlò a certuni che pur ascoltandolo attentamente s’eran messi a fumare colle mani a cupola sulle sigarette perché la pioggia non le marcisse.

Tutti tenevano d’occhio la traiettoria della mitragliera di Villa Biancardi, convinti che stava facendo un bel lavoro e che a quest’ora i fascisti non erano già più vergini di morti. Di quando in quando studiavano il terreno davanti a loro e smuovevano di continuo i piedi per non trovarseli al momento buono imprigionati nel fango che cresceva come se avesse il lievito dentro.

Di colpo la mitragliera obliquò paurosamente il tiro, cercava di battere i piedi della sua collina, e nella trincea di San Casciano un partigiano che sembrava competente disse: – Significa che le sono spuntati sotto senza farsi notare -. La mitragliera lasciò partire un rafficone lunghissimo, frenetico, poi tacque. Dopo due minuti erano tutti persuasi che a Villa Biancardi era veramente finita, nemmeno le mortaiate scoppiavano più sul fianco della collina.

Mancava poco alle sette, e il partigiano competente disse: – Mah! Adesso entra in batteria la mitragliera di Castelgherlone -. Tutti guardarono a Castelgherlone, una grande villa rustica sul versante a sinistra: si vedeva la tozza canna della mitragliera sporgere d’un palmo dall’ogiva della torre. A San Casciano quel comandante coi binoccoli s’affacciò al finestrone e disse: – Tocca a noi, – e nient’altro.

Ma aspettarono un pezzo, i repubblicani nemmeno si sentivano, e i partigiani, siccome non li sentivano, speravano di vederli. Ma per quanto sforzassero gli occhi tra quella pioggia e il verde, non li vedevano. Tanto che dopo un po’ qualcuno, a forza di non vederseli davanti, pensò di voltarsi a guardare se per caso non gli erano già dietro. Macché, pareva che avessero abbandonato la campagna per mettersi al riparo da quella grande acqua. Perché pioveva come in principio, e le armi si arrugginivano a vista d’occhio.

Per i partigiani che cominciavano a guardarsi in faccia fu un sollievo sentire a un certo punto la mitragliera di Castelgherlone aprire il fuoco. Rafficava piuttosto spesso e i suoi traccianti cadevano piuttosto obliqui nella pianura. Dall’angolo di caduta calcolarono che la repubblica non era più distante di trecento metri. Allora si misero bene a posto loro e le armi, obbligando le palpebre a non battere guardavano fissi avanti a sé e con le orecchie tese fino al dolore aspettavano che dal finestrone quello dei binoccoli dicesse qualcosa. Seguitò a non dir niente, finché un minorenne perse la testa e sparò e cinque o sei altri l’imitarono, mirando nel verde all’altezza dei ginocchi di nessuno.

La risposta ci fu, repentina e diretta come il rivoltarsi d’un cane che pare che dorma e gli si pesta la coda; una gran salva complessa e ordinata che passò alta un metro sulla trincea di San Casciano e si schiacciò contro il muro del cimitero.

Stavolta c’erano, proprio di fronte, e si tirarono su dalla molle terra e spararono con tutte le armi, avendo i mirini accecati dal fango. Ora finalmente si vedevano, verdi e lustri come ramarri, ognuno col suo bravo elmetto, e il primo doveva essere un ufficiale, stava tutto diritto e si passava una mano sul viso per toglierne la pioggia. Un attimo dopo, era ancora diritto, ma le sue due mani non gli bastavano più per tamponarsi il sangue che gli usciva da parecchi punti della divisa.

C’erano di qua mitragliatrici americane e di là tedesche, e insieme fecero il più grande e lungo rumore che la città di Alba avesse sino allora sentito. Per circa quattro ore, per il tempo cioè che i partigiani tennero San Casciano, fischiò nei due sensi un vento di pallottole – che scarnificò tutti gli alberi, stracciò tutte le siepi, spianò ogni canneto, e fece naturalmente dei morti, ma non tanti, una cifra che non rende neanche lontanamente l’idea della battaglia.

Così, dalle sette fino alle undici passate, quei dilettanti della trincea inchiodarono i primi fucilieri della repubblica, uomini che sbalzavano avanti e poi s’accucciavano e viceversa a trilli di fischietto, assaltatori ammaestrati.

Un po’ dopo le undici, in un riposo che sembrava si fossero preso i fascisti, quelli giù a San Casciano videro affacciarsi tra gli alberi di Castelgherlone un partigiano, e verso di loro faceva con le braccia segnali disperati. Come vide che da basso non lo capivano, si scaraventò giù per il pendio mentre, forse per fermare proprio lui, i fascisti riprendevano a sparare. Quel partigiano arrivò scivoloni nel fango e disse che la repubblica, visto che al piano non passava, s’era trasportata in collina, in faccia a Castelgherlone, preso il quale, avrebbe aggirato dall’alto San Casciano. Portarsi tutti in collina e spicciarsi, adunata a Cascina Miroglio, perché Castelgherlone l’abbandonavano a momenti. Lui tornò su, i partigiani saltarono fuori dalla trincea, sgambavano già nel fango verso la collina senza aspettarsi l’un l’altro, a certuni scivolavano dalle spalle le cassette delle munizioni e non si fermavano a raccoglierle, quelli che seguivano facevano finta di non vederle.

Il pendio di Cascina Miroglio è ben erto, i piedi sulla terra scivolavano come sulla cera, unico appiglio l’erba fradicia. Qualcuno dei primi scivolò, perse in un attimo dieci metri che gli erano costati dieci minuti, finiva contro le gambe dei seguenti oppure questi per scansarlo si squilibravano, cosi ricadevano a grappoli improperandosi. Qualcuno, provatosi tre o quattro volte a salire e sempre riscivolato, scappò per il piano verso la città e fu perso per la difesa.

Arrivarono sull’aia della cascina vestiti e calzati di fango. A Cascina Miroglio c’era il Comandante la Piazza, un telefono da campo che funzionava e i mezzadri inebetiti dalla paura che porgevano macchinalmente secchi d’acqua da bere.

Marciando piegati in due arrivarono per la vigna gli uomini della mitragliera di Castelgherlone. Ma la grande arma non veniva con loro, l’avevano lasciata perché le si era rotto un pezzo essenziale. Gli altri, a quella vista, si sentirono stringere il cuore come se, girando gli occhi attorno, si fossero visti in cento in meno.

Era mezzogiorno, chi s’affacciò colle armi alle finestre, chi si postò dietro gli alberi, altri fra i filari spogli della vigna. E spararono alla repubblica quando sbucò dal verde di Castelgherlone. Piombò una mortaiata giusto sul tetto e il comignolo si polverizzò sull’aia. Un partigiano venne via dalla finestra per andare a raccogliere sul pavimento la mezzadra che c’era cascata svenuta.

Difesero Cascina Miroglio e, dietro di essa, la città di Alba per altre due ore, sotto quel fuoco e quella pioggia. Ogni quarto d’ora l’aiutante si staccava dal telefono e si sporgeva a gridare: – Tenete duro che vi arrivano i rinforzi! – Ma fino alla fine arrivarono solo per telefono.

In quel medesimo giorno, a Dogliani ch’è un grosso paese a venti chilometri da Alba, c’era la fiera autunnale e in piazza ci sarà stato un migliaio di partigiani che sparavano nei tirasegni, taroccavano le ragazze, bevevano le bibite e riuscivano con molta facilità a non sentire il fragore della battaglia di Alba.

Che così fu perduta alle ore due pomeridiane del giorno 2 novembre 1944.

Fu il Comandante la Piazza a dare il segno della ritirata, sparò un razzo rosso che descrisse un’allegra curva in quel cielo di ghisa. Parve che anche i fascisti fossero al corrente di quel segnale, perché smisero di colpo il fuoco concentrato e lasciavano partire solo più schioppettate sperse.

Tutti avevano già spallato armi e cassette, ma non si decidevano, vagabondavano per l’aia, al bello scoperto. Pensavano che Alba era perduta, ma che faceva una gran differenza perderla alle tre o alle quattro o anche più tardi invece che alle due. Sicché il Comandante fu costretto a urlare: – Ritirarsi, ritirarsi o ci circondano tutti! – e arrivava di corsa alle spalle dei più lenti, come fanno le maestre coi bambini delle elementari.

Scesero la collina, molti piangendo e molti bestemmiando, scuotendo la testa guardavano la città che laggiù tremava come una creatura.

Qualcuno senza fermarsi raccattò una manata di fango e se la spalmò furtivamente sulla faccia, come se non fossero già abbastanza i segni che era stata dura. È che la via della ritirata passava per dove la città dà nella campagna: li c’erano ancora molte case e si sperava che ci fosse gente, donne e ragazze, a vederli, a vederli cosi. Ma quando vi sbucarono, nel viale del Santuario quant’era lungo non c’era anima viva, e questo fu uno dei colpi più duri di quella terribile giornata. Soltanto, da una portina uscì una signora di più di cinquant’anni, al vederli scoppiò a piangere e diceva bravo a tutti man mano che la sorpassavano, finché da dietro un’imposta il marito la richiamò con una voce furiosa.

Tagliarono il viale del Santuario e andando contro l’acqua che ruscellava giù per la stradina, attaccarono a salire la collina di Belmondo che è il primo gradino alle Langhe. A mezza costa si fermarono e voltarono a guardar giù la città di Alba. Il campanile della cattedrale segnava le due e dieci. Gli arrivò fin lassù un rumore arrogante, guardando a un tratto scoperto di via Piave videro passarci due carri armati, e poi altri due, ciascuno con fuori dell’orlo una testa con casco. Oh guarda, così avevano i carri e non li hanno nemmeno adoperati.

I partigiani ripresero a salire, era spiovuto, i fascisti entrarono e andarono personalmente a suonarsi le campane.