CARLO LUCARELLI Cucina

[da «Il lato sinistro del cuore»]

Don Pasquale disse: — Ma chi l’ha avuta questa bella pensata? — E tutti guardammo Mimì.
L’incarico di costruire un covo sotterraneo per quando fossero arrivati i carabinieri l’avevano dato a lui, e lui l’aveva fatto. E, tecnicamente, l’aveva fatto anche bene. Brandine, frigo bar, televisore, bagno, perfino la doccia. La botola d’entrata perfettamente nascosta tra le assi del pavimento, impossibile da individuare. I carabinieri avrebbero potuto perquisire tutta la casa e tenerla sotto controllo per un mese intero, che non ci avrebbero mai trovati. L’unico problema era la stanza che Mimì aveva scelto per metterci sotto il covo. Tra tutte quelle della villa l’aveva fatto fare sotto la cucina. — Meglio qui che sotto il bagno, — aveva detto Mimi, — no, don Pasqua’? — Don Pasquale non gli aveva neanche risposto. Aveva alzato un dito, indicando il soffitto, e lo aveva fatto girare, come per mescolare l’aria. L’odore di soffritto stava riempiendo il covo come il gas in un film di 007.
— È il maresciallo Lombardini, dell’Antimafia, — avevo detto io, — di Bologna, e lui il ragù lo fa con tutti gli odori, principalmente la cipolla. Vedrai che tra un po’ si fa più dolce perché ci mette le carote. Don Pasquale mi lanciò un’occhiata che sapeva di lupara bianca e io abbassai subito gli occhi. Andai veloce verso la dispensa e gli presi una scatoletta di tonno. Naturale, senz’olio, perché Mimi era a dieta. Don Pasquale strinse i denti fino a farli scricchiolare. Da sopra, dalla cucina, sentimmo la voce del brigadiere Lomonaco che urlava: “Spaghetti o bucatini?”.
Erano arrivati che era quasi mezzogiorno. Ce l’aspettavamo, e infatti don Pasquale mi aveva fatto mettere tutte le carte compromettenti in una borsa, a portata di mano, intanto che Mimì stava di vedetta. Eravamo proprio in cucina quando lo abbiamo sentito gridare: — Arrivano! — Cinque minuti dopo, i fuochi d’artificio, Antimafia, reparti speciali, pure i cani, tutti dentro la villa. E noi sotto, chiusi, ad aspettare. La borsa me l’ero portata dietro e dentro ci avevo messo tutto, ma una cosa, Cristo, una cosa sola, l’avevo dimenticata di sopra. Ed era a quella che pensavo.
Dalla cucina l’odore cambiò e si fece di prezzemolo e d’aglio. Sentimmo sfrigolare l’olio nella padella, l’olio buono, quello che don Raffaele ci aveva regalato per sancire la pace con la cosca dei corleonesi, e immaginammo tutti che tra poco ci sarebbero finiti dentro i totani, i gamberetti e la paranza che don Pasquale in persona aveva scelto al mercato quella mattina. A lui, quella cosa che i carabinieri se ne stavano nella sua cucina a farsi da mangiare dopo la perquisizione, con la roba del suo frigo, sembrava uno sgarbo personale.
Io, invece, pensavo ad altro. A quella cosa dimenticata di sopra. A quella cosa che avevo lasciato. Mi voltai verso il muro, e mi morsi le labbra fino a farle sanguinare. Prima o poi i carabinieri, i tecnici della Scientifica, il magistrato. prima o poi qualcuno l’avrebbe trovata.
Cosi aspettai la notte, e mentre gli altri dormivano, uscii dal covo e mi consegnai ai carabinieri per farmi pentito.
Prima però corsi al frigo e lo spalancai per vedere se stava ancora lì.
E c’era.
Un culo di salame.
Rosso scuro, con i lardelli candidi e la buccia quasi nera. Corto e rotondo, da affettare ancora fino al cordone con il piombino. Punteggiato di pepe, a noccioli grossi.
Bellissimo.
Come si fa a resistere a un culo di salame?
Sono sicuro che anche don Pasquale mi avrebbe capito.

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