SAM SAVAGE Un caso ordinario di biblio-bulimia

[Sam Savage, Firmino, Einaudi, Torino 2008, pp. 24, 82-83, 85-87]

Ora, maltrattato e frastornato dalla vita, ripenso all’infanzia sperando di trovarvi una qualche conferma del mio valore, un qualche segno che io ero destinato, almeno per un certo periodo, a essere tutt’altro che un dilettante e un buffone, e che, se ho fallito, ciò è accaduto per un’ineluttabile circostanza e non per mia inadeguatezza. Che dicano pure: “Cattiva sorte, Firmino, e non: “Era prevedibile”. Strizzo gli occhi e punto il telescopio ma, ahimè, non coglie alcun afflato divino, non rivela neppure una scintilla di genio, ma solo un disordine alimentare. Al posto del telescopio, i dottori tireranno fuori tutti i loro stetoscopi, elettroencefalogrammi, tracciati, per confermare quella diagnosi che annichilisce: un caso ordinario di biblio-bulimia. E il peggio è che avranno ragione. Allora, dinnanzi a questa sostanziale verità, alla loro sentenza che, evidente com’è, umilia e annichilisce – annichilisce, sì, è l’espressione che mi piace usare – , io voglio urlare a gran voce a me stesso, come il vecchio Ezra Pound rinchiuso nella sua gabbia per ratti a Pisa: “Deponi la vanità, – dico, – deponila!”. Pound era Un Grande. [p. 24]

Continuavo a essere il sognatore di sempre. E, data la mia situazione, cos’altro potevo essere? Ma sapevo anche tenere i miei quattro piedini per terra, se necessario. E poi – imbevuto com’ero, per così dire, di realtà, che mi cadeva addosso come una pioggerella sottile – mi dispiaceva non poter fare niente, all’atto pratico, per aiutare il vecchio Norman a trarsi d’impaccio. Senso di inadeguatezza e origine della depressione nei maschi. Così cominciai a portare a casa dei piccoli doni. Una notte, mentre spazzolavo i popcorn sul pavimento del Rialto, avevo trovato un anello d’oro. Aveva la forma di due serpenti avviluppati. Avrei potuto benissimo mettere quell’anello in un posto dove potessero trovarlo le donne delle pulizie, ma non lo feci. A dire il vero, lo rubai senza provare il minimo rimorso. Da tempo avevo scoperto sul mio cranio una massa sporgente e piuttosto allungata, quasi un rilievo, che secondo Hans Fuchs – il primo ad applicare la scienza di Gall al concreto lavro d’indagine della polizia – è segno indiscutibile di “propensione al crimine” e “depravazione”. A parte l’evidente mancanza di un requisito necessario, in verità, rientravo perfettamente nella categoria definita da Fuchs monstrum humanum, il più basso livello fra le tipologie dei criminali. Sapevo che non serviva a niente spingere la mia coscienza a ingaggiare una battaglia che era destinata a perdere. Come ho già detto, so essere un tipo abbastanza pratico, se necessario. Così avevo trasportato l’anello a casa e lo avevo sistemato sulla scrivania di Norman vicino alla tazza del caffè, dove lui lo aveva trovato il mattino seguente. [pp. 82-3]

Non sono mai stato a posto con la testa, ma non sono pazzo. Inarcate pure un sopracciglio, inarcateli pure entrambi, ma rimane assodato il fatto che una cosa è sognare a occhi aperti e ingannare se stessi, tutt’altra cosa è avere una rotella mancante. E non è possibile che un tipo come me sia pazzo senza saperlo. C’è una quantità di gente che è in uno stato di gran lunga peggiore del mio. L’ho appreso da un’autorità nel campo come Peter Erdman, autore di Se stesso come Altro. In quel libro, il dottor Erdman riporta storie reali di persone incredibilmente grasse che, pur davanti ad uno specchio, si vedono non più in carne di una mannequin parigina, e di altre invece emaciate che, guardandosi allo specchio, si vedono grasse sino a scoppiare come rollò. Si vedevano così sul serio. Ora, questo sì che è un comportamento da pazzi. Per quanto mi concerne, il problema non ha mai riguardato l’immagine in sé riflessa nello specchio – nessuno esiste lì, a parte quel tipo senza mento -, ma l’immagine che ho di me stesso lontano dagli specchi, quella che vedo quando me ne sto supino a guardarmi le dita dei piedi e a raccontarmi tutte quelle storie meravigliose, quando cioè mi dedico a quel che io chiamo “sognare”, prendendo tutta la roba insensata di cui è fatta la vita e dandole un inizio, uno sviluppo e una fine. Nei mie sogni c’è tutto – o meglio, tutto tranne il mostro nello specchio. Quando sogno una frase come “La musica si fece sempre più flebile sino a dileguare, e nel silenzio tutti gli occhi erano puntati su Firmino, che se ne stava risoluto in disparte, all’ingresso della sala da ballo”, non vedo mai un ratto sottodimensionato all’entrata della sala da ballo. Cosa che avrebbe tutt’altro esito. NO, io vedo sempre qualcuno che assomiglia moltissimo a Fred Astaire: vita sottile, gambe lunghe e un mento appuntito come uno stivale. Talvolta mi vesto persino come lui. In questa scena, ad esempio, sono in marsina a ghette, e ho in testa un cilindro. Con le gambe incrociate all’altezza delle caviglie, disinvolto, la mano sul pomello d’argento. Faticate a tenere ancora le sopracciglia a quel modo? Talvolta, quando faccio un salto da Norman per una tazza di caffè, indosso un cardigan marrone chiaro e dei mocassini con le nappe. Appoggio la schiena contro la spalliera della sedia, sollevo i piedi sulla scrivania, e insieme chiacchieriamo di libri, donne e baseball. Accanto a quell’immagine ho messo l’espressione gran conversatore. Altre volte ancora, continuando a rassomigliare molto ad Astaire – ma un Astaire dissoluto, stanco della vita, con una Lucky Strike che gli penzola dalle labbra, alla maniera francese -, martello con impeto disperato sui tasti di una vecchia Remington. Adoro il rumore del carrello, quando strappo via una pagina e, come una furia, infilo la successiva. Potrei andare avanti all’infinito, dirvi di come qualcuno bussi alla porta, di come entra timida Ginger, portando un panino al formaggio che ha preparato per me, dello sguardo dei suoi occhi. Potrei anche dirvi cosa c’è scritto nelle pagine che si accumulano in una pila accanto alla macchina per scrivere. […] C’è passaggio nel Fantasma dell’Opera in cui il fantasma, un grande genio che vive nascosto lontano da tutti per via della sua spaventosa bruttezza, dice che quel che più desidererebbe al mondo è semplicemente passeggiare di sera sui boulevard sottobraccio a una bella donna, come un qualsiasi altro borghese. Anche se Gaston Leroux non era Un Grande, questo è, a mio avviso, uno dei passaggi più commoventi della letteratura. [PP. 85-87]

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