GIOVANNI MOSCA Il segreto del maestro

[da Ricordi di scuola, Rizzoli, Milano 1968]

Voi non conoscete il maestro Garbini, Antonio Garbini, della IV B, ma pensate al vostro maestro di quando eravate ragazzi, o a qualsiasi altro che abbiate conosciuto dei mille e mille sparsi per tutta Italia, nelle scuole di città e nelle scuole di campagna, dei mille e mille che alla fine del mese, tutti con lo stesso batter di cuore, ch’è fra la gioia e l’angoscia, entrano in segreteria per riscuotere lo stipendio, e la busta è così leggera che par debba volare da un momento all’altro, e se la ripongono in petto e vi premono forte una mano sopra perché non sfugga e non se ne vada via con le rondini; pensate a uno qualunque di questi maestri, tutti grigi anzitempo, stanchi già alla mattina perché una busta che vola con le rondini non basta a mantener la famiglia, e bisogna lavorar anche di notte, fino all’alba, quando la testa cade giù, e sulla fronte del maestro, rovesciate come su una carta asciugante, si leggono le cifre della contabilità d’una drogheria o d’una casa di spedizioni; stanchi già la mattina, e vi ricordate la loro giacchetta? Quando una giacchetta, per rammendi, macchie e rivoltature, è ridotta al punto che chiunque, anche il vecchio mendicante che tutte le mattine si vede all’angolo della scuola, la regalerebbe ai poveri, allora un maestro dice: “Mi par buona”, e stiratala e smacchiatala, vi si pavoneggia lasciando dietro di sé un acuto odor di benzina.
I sogni dei maestri non arrivano mai all’automobile, perché ciascuno fa i sogni che può, e quelli dei maestri giungono, al massimo, alla bicicletta; ma l’odor di benzina, c’è, e conferisce ai maestri quel lontano senso d’automobile che serve a donar decoro alla miseria delle scarpe rotte, del colletto sfilacciato, della cravatta che non ha più colore.
Ricordate il disco di Newton? Quando i maestri, davanti ai ragazzi, fanno girare velocemente il disco di Newton, e i sette colori dell’iride si fondono in uno solo, grigiastro, che sembra impossibile che sia la somma di quei sette splendidi colori, ebbene quello è il colore della cravatta dei maestri, il quale guardato attraverso un prisma restituirebbe, scomponendosi, i sette primitivi, e la povera cravatta risplenderebbe come un arcobaleno.
Ma chi va a guardare attraverso un prisma le cravatte dei maestri?
Aggiungete la mestizia rassegnata di chi sa che la sua vita non cambierà mai; una voce che un tempo era forte ed efficacemente imponeva: “Silenzio” e ora quasi non si sente più e lo implora; una mano che sulla carta geografica vorrebbe indicare la Francia, ma trema e non si sa se indichi l’Inghilterra o la Germania; una schiena curva sotto pesi che i ragazzi non vedono e non intuiscono, perché il maestro, secondo loro, non è un uomo come gli altri: è il maestro e basta, non mangia, non beve, non ha famiglia, non gli serve una casa, è un essere speciale che prende consistenza solo dalle otto e mezzo a mezzogiorno e mezzo, e poi si dissolve per riapparire solo la mattina dopo; e avrete press’a poco il ritratto del maestro Garbini, Antonio Garbini della IV B, il quale, un tempo, aveva gli occhi azzurri o neri, i capelli biondi o castani, il naso greco o aquilino, ma dopo vent’anni di servizio i maestri diventano tutti uguali, come le cravatte, acquistano gli stessi modi, mandano lo stesso odor di benzina, dicono con la stessa voce: “Enea sbarcò col figlioletto Ascanio alle foci del Tevere”, oppure: “II signor Lorenzo possiede una cupola emisferica di metri quattordici di diametro e vorrebbe ricoprirla di lastre di rame…”.
Ma solo i vecchi maestri dicono così, quelli del tempo in cui i problemi d’aritmetica venivano ornati di nomi di persone e di luoghi, e i ragazzi scrivevano sul quaderno: “Un vecchio mercante di stoffe compera una pezza di metri quarantotto e settantacinque…”, o: “La zia è morta e Giannetto e Luigino vogliono portarle dei fiori da lire 0,05 l’uno. Giannetto ha una lira, e Luigino centesimi cinquanta…”, ed ecco, il vecchio mercante di stoffe ha una lunga barba bianca e chi vieta che egli tenga sulla spalla un pappagallo dai bellissimi colori. I ragazzi se lo immaginano così, entrano felici nella bottega del vecchio buon mercante, e carezzando il pappagallo risolvono i loro problemi. E la zia?
Povera zia. Cadono lagrime sui foglietti, quelle enormi, rotonde lagrime da scolari, che stemperano l’inchiostro, una larga macchia pallida ricopre tutto il foglio, e Giannetto e Luigino, sembra proprio che andando al cimitero si muovano in una lieve nebbia novembrina, Giannetto con venti fiori e Luigino con dieci, ecco il problema risolto, s’è risolto da sé, davanti ai cancelli del cimitero, in mezzo alla nebbia di novembre.
Oggi i problemi d’aritmetica vengono enunciati diversamente: non vi sono più zie, non vi sono più quei simpatici vecchi mercanti col pappagallo sulle spalle, né quegli strani clienti che per allenare i ragazzi all’uso dei numeri decimali entravano nella bottega e chiedevano con naturalezza, senza che il paziente mercante trovasse men che normale la richiesta, metri 0,001 di stoffa, cioè un millimetro, per farci che cosa?, nemmeno un taschino per nani, nemmeno una gonna per formiche, nulla: così, soltanto per allenare i ragazzi all’uso dei numeri decimali.
E quel signor Lorenzo che aveva una cupola di metri quattordici di diametro e voleva ricoprirla di rame?
Questi signor Lorenzo, vestiti forse a quadri rossi e blu, con un gran candido cappello ornato d’una piuma gialla, non sono di questo mondo: vivono, o meglio, vivevano solo nei problemi di aritmetica per la quarta e la quinta elementare, e a primavera, nel loro giardino, contavano i fiori del pesco, li sottraevano da quelli del mandorlo e portavano al Sindaco la differenza, al Sindaco che era alto metri uno e sessantadue, la quinta parte della grande quercia che sorgeva davanti al Municipio, e perciò faceva ghiande cinque volte più piccoline.
I ragazzi volevano bene a questi signori, e studiavano volentieri l’aritmetica.
Oggi, invece, tutto è più arido. Le parole affettuose, nelle lezioni di storia, vengono omesse, quasi i maestri ritenessero sconveniente commuovere i ragazzi, e contrario ai tempi nuovi.
Enea non sbarca più col figlioletto Ascanio alle foci del Tevere, ma, semplicemente con Ascanio, ed Amilcare Barca non conduce più dinanzi all’altare degli Dei il figlioletto Annibale, ma Annibale, nome così duro che senza quel figlioletto che lo illeggiadriva impedisce ai ragazzi di figurarsi un Annibale di nove anni: così che lo vedono già quarantenne, feroce e segnato di cicatrici, e la storia, che già ne aveva poche, perde tutte le sue immagini gentili.
Anche i problemi hanno perduto incanto e fantasia. “Un ragazzo sta leggendo un libro di quattrocentottanta pagine. Ne legge il primo giorno tre sedicesimi, il secondo cinque tredicesimi della parte rimasta. Quante pagine gli rimangono da leggere?”
Lo stupido e complicato giovinetto! Quale differenza tra lui e la semplice, buona vecchina che comprava metri 0,001 di stoffa!
Posti di fronte a questi problemi, i ragazzi non solo non si curano di risolverli, ma perdono anche ogni amore per la lettura.
Ora, il maestro Antonio Garbini era, appunto, di quelli che seguivano ancora l’usanza antica, e i ragazzi, all’ora di aritmetica, trattenevano il respiro per non perdere una parola dei suoi problemi che aprivano, a loro, un magico mondo di personaggi bizzarri e straordinari, e a lui, al povero maestro Antonio Garbini, il cui stipendio era leggero come una piuma, un mondo fuori d’ogni tempo e d’ogni luogo, dove anche il più povero degli uomini poteva vivere comodamente, e aveva cavalli, carrozza, e sua moglie poteva comprarsi perfino pellicce di zibellino.
Il maestro Antonio Garbini della IV B, faceva così per non morire.
Questo era il suo segreto, il segreto d’un povero maestro elementare, finito con lui, ch’io oggi rivelo perché altri, imitandolo, possa trovar difesa contro la troppo dura vita cui non si resiste se non rifugiandosi in qualche mondo speciale.
E perché nessuno venisse a turbare quel mondo, il maestro Garbini chiudeva a chiave la porta dell’aula, e coprendosi gli occhi con le mani per non veder nulla che lo richiamasse a quella realtà cui voleva sfuggire, cominciava a dettare, lentamente, per godersi ad una ad una le parole: “II signor Alberto entra nella bottega di un salumiere e compera per lire 0,25 una larga ed alta fetta di prosciutto del peso di ettogrammi tre e settantacinque…”.
Qualche volta non terminava la dettatura. Si fermava al peso di quella larga fetta di prosciutto, e se i ragazzi esclamavano: “Ma, signor maestro, è impossibile!”, egli batteva con forza la bacchetta sulla cattedra e li riduceva al silenzio.
Povera bacchetta che riduceva al silenzio solo i ragazzi, ma al maestro Antonio Garbini bastava, contento di assaporarsi mentalmente la larga fetta comprata con cinque monetine da un soldo, di quelle nuove, che sembravano d’oro, e forse d’oro erano davvero, e noi non lo abbiamo mai saputo.
Né si fermava qui il maestro Antonio Garbini, cui piaceva il vino, e allora entrava nella bottega di un vinaio che aveva “una botte contenente litri mille di vino generoso, costategli complessivamente lire dodici e quarantadue. Quanto al litro? E a quanto doveva rivenderlo se per ogni decalitro intendeva guadagnare lire 0,0015?”.
“Oh, buon vinaio!”
“In fretta, ragazzi”, raccomandava il maestro Antonio Garbini.
E i ragazzi, in fretta, per far piacere al maestro, facevano i loro calcoli, e ne veniva, per un litro di vino, una somma sì esigua che il maestro avrebbe potuto berne anche due.
Ma non ne bevve mai più di uno perche non gli piaceva trasmodare, specialmente di fronte ai ragazzi.
E il viso gli s’accendeva tutto d’un bei colore, e abbondante sangue caldo gli gonfiava le vene. Allora la mano non tremava più, e quando indicava la Francia era la Francia e non l’Inghilterra o la Germania.
Aveva quattro figli, il maestro Antonio Garbini, i quali sembravano quattro candeline di cera che il più leggero dei venti, quello che avrebbe fatto volare lo stipendio del padre, avrebbe spento. E il padre, a scuola, pensando a loro, dettava problemi che facevano venir l’acquolina in bocca agli scolari. “In una pasticceria del centro entra un signore con quattro bambini e li invita a scegliersi le paste che più loro piacciono. Gilberto ne prende dodici, Mauro otto, Luigi nove e Zeno, ch’è il più ghiotto, quindici. Se il prezzo è di centesimi uno per tre paste, quanto spenderà questo signore?”
Altre volte dettava:
“II signor Baldassarre ha quattro graziosi e vispi figliuoli di statura non superiore a quella dei maggiolini. Venendo l’inverno e dovendo provvederli di vestiti pesanti, entra nella bottega di un vecchio mercante e compera complessivamente centimetri ventuno 15 di calda e soffice lana…”.
Solo così il maestro Antonio Garbini poteva andare avanti con quella piuma di stipendio che gli passava lo Stato, e alla fine dell’anno scolastico si trovava ad aver messo da parte una bella sommetta. Solo così i maestri elementari riescono a difendere dal freddo i propri figliuoli; figurandoseli piccoli come maggiolini.
L’ultimo giorno di scuola i ragazzi entravano in classe pieni di curiosità, “Che cosa comprerà il signor Baldassarre coi suoi risparmi?”
Ma bastava guardare gli occhi del maestro per capire che il signor Baldassarre si sarebbe comprato un cavallo.
Povero signor maestro.
Era come tutti i maestri all’ultimo giorno di scuola, cioè aveva il petto vuoto, e diceva come in un soffio le ultime parole rimastegli.
Vacillando, il maestro Antonio Garbini discese dalla cattedra, e appoggiandosi al primo banco così dettò: “Per trecentosessantacinque giorni il signor Baldassarre ha messo da parte, ogni sera, in uno scrignetto d’avorio, lire 0,05. Quanto ha messo da parte in tutto? Intendendo egli acquistare un cavallo che costa lire diciassette può, senza ricorrere a prestiti, comperare anche un paio di staffe nichelate, simili all’argento, del prezzo di lire una e venticinque?”.
Scricchiolarono le penne, e poco dopo : “Sì, può”, esclamò Leoni Mario ch’era il più rapido nel risolvere i problemi. E lesse: “II signor Baldassarre ha messo da parte in tutto lire diciotto e venticinque. Gli rimangono, dopo aver comprato il cavallo, lire una e venticinque, vale a dire proprio la somma occorrente per acquistare le staffe che sembrano d’argento”.
Poi: “Signor maestro”, domandò, “il cavallo com’è?”.
“Bianco”, rispose il maestro Antonio Garbini, e da quel momento non parlò più perché altre parole non aveva nel petto vuoto, e la campanella del finis tardava a suonare.
Agli occhi di Leoni Mario e dei suoi compagni sorse il grande cavallo bianco che anche a guardarlo punto per punto non aveva la minima macchiolina, e le staffe parevano davvero d’argento. Pensare che erano costate una lira e venticinque, nulla.
Il maestro Antonio Garbini della IV B era raggiante. Non poteva più parlare, ma quell’acquisto lo riempiva di gioia, e non e’era bisogno che parlasse per farlo comprendere ai suoi ragazzi, che a un certo punto batterono le mani, felici che nella loro aula, e solo nella loro, ci fossero un sì bei cavallo e un sì bei paio di staffe.
Pensava, intanto, il maestro: “Era tempo, un viaggio lo dovevo pur fare dopo tanti anni di casa e scuola, scuola e casa, e lavorar di notte, e non saper più che cosa sia il verde della campagna, l’azzurro non dico del mare, ma d’un laghetto tra gli alberi. Presto, ora la campanella suona, e, se non m’affretto a balzare in sella, il cavallo sparisce”.
Salì sul cavallo, anzi tentò di salirvi, ma cadde, e, poiché non si moveva più, i ragazzi chiamarono e venne il bidello con la campanella del finis e vennero gli altri maestri, e tutti i ragazzi della scuola, e davvero, come dicevano gli scolari della IV B, che sulle prime non vennero creduti, il maestro Antonio Garbini doveva essere caduto da un cavallo, e molto alto, perché altrimenti come si poteva spiegare la sua morte?
Con una mano il maestro si premeva forte il petto.
Gliela sollevarono e si vide una busta prendere la via del la finestra e unirsi alle rondini che volavano sempre in torno ai tetti delle scuole.
Così morì il maestro Antonio Garbini, che benché il suo stipendio fosse così leggero, era ricco, mangiava larghe fette di prosciutto, nutriva di pasticcini i suoi quattro figliuoli, li vestiva di calda e soffice lana, e s’era comprato un cavallo bianco. Molto alto, con staffe d’argento, e vi salì.
Ma disgraziatamente, proprio in quel momento, il bidello suonò la campanella del finis.

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