ROBERTO CONTESSI L’Italia e l’élite dei conservatori

[Replica a Chi ha bisogno della scuola? Su “Scuola di classe” di Roberto Contessi, di Federica Cappuccio]

Gentile professoressa Cappuccio,
il pregio del mio libro, credo lo riconosca anche lei, è la nettezza: la scuola attualmente è simile ad un distributore di titoli di studio proprio perché fallisce nell’essere un formatore di cultura. Il fallimento è comprovato dagli studi e dalle indagini che provengono da tutte le fonti che io conosca (Istat, Invalsi, Almadiploma, Ocse, Fondazione Agnelli e Associazione Trellle), laddove la cultura viene soppesata sulle capacità dei ragazzi di gestire competenze di base ultra-tradizionali: leggere, comprendere e far di conto. Tale cultura è posseduta oggi da una élite di italiani, circa il 30%, a cui la scuola è servita in realtà poco perché loro quelle competenze le possedevano già per conto proprio, mentre l’altro 70% deve morire con tutti i filistei.
Ora questo quadro lei dice che non è oggettivo, perché può essere che tutti gli istituti di ricerca che elaborano dati molto simili siano d’accordo nel sostenere il diabolico sistema capitalistico, secondo la tesi marxiana per cui la cultura è un prodotto manipolato da chi ha il potere economico. Sappia, però, che la Finlandia è una nazione blandamente capitalista e va molto bene nelle indagini, mentre gli Stati uniti vanno piuttosto male e sono il tempio del capitalismo. Infine, voglio farle notare che quello che dico l’ho personalmente toccato con mano fin dagli anni Ottanta quando portavo ancora i pantaloncini corti e facevo modestamente ricerca con la cattedra di Pedagogia all’Università di Roma 1, ma ancor di più lo tocco con mano tutte le mattine quando vado a scuola ed entro in classe. Quindi se a lei non convincono gli studi statistici, che senza dubbio vanno soppesati ed interpretati perché nulla è Vangelo, sappia che di mezzo c’è anche una esperienza vissuta, ad occhio e croce abbastanza comune.

La mia denuncia è che in questa élite del 30% c’è dentro qualche banchiere, qualche dirigente degli istituti asserviti al capitalismo ma soprattutto ci sono i professori – laureati e mediamente colti – come lei e me. Questi professori, in base ad una mentalità condivisa, in gran parte agiscono per non cambiare lo status quo: loro lo potrebbero fare, potrebbero immaginare metodi e sistemi didattici diversi, ma pochi agiscono e gli altri non vogliono neanche vedere i risultati numerici della loro azione. Lo sapeva bene Don Milani che i professori appartengono ad una “ditta”, perché lui per primo è conscio di appartenervi, figlio di famiglia ricca, borghese, colta e benestante, con ambizioni da pittore, prima di farsi prete. Solo che a questa ditta si può appartenere ad occhi aperti o chiusi: i professori di oggi in gran parte vi appartengono ad occhi ben chiusi.
Ora, le debbo dire con franchezza, non ho ben capito la sua critica a questa tesi. Credo che lei spinga verso un sistema scolastico che rimetta al centro la cultura: sappia che si trova in buona compagnia con l’odiata Paola Mastrocola (faccia un po’ mente locale), la quale, però, coerentemente sostiene che un sistema scolastico che punti sulle conoscenze non può essere per tutti. Io non credo che la cultura si insegni e temo che puntare sulle conoscenze ci faccia tornare o ad una scuola molto selettiva oppure andare verso una scuola ipocritamente “inclusiva”, perché il merito non conta nulla. Questa inclusione, che a me non piace, porta ad eliminare il valore legale al titolo di studio perché annullando il merito si perde il valore. A me non piace questa strada, lo ripeto, dunque sono contro la tesi della Mastrocola, sia nella versione selettiva ma anche nella versione ipocritamente inclusiva, e questa è l’originalità del libro. Ciò nonostante, credo che l’abolizione del valore legale del titolo di studio rappresenti la via più naturale che oggi stiamo intraprendendo: è bene qualcuno lo dica, tanto più se non è d’accordo.

A me convince una scuola che punti sulle capacità che servono nel mondo adulto, le “competenze trasversali” o soft skills per citare l’altro odiato Abravanel: non ti specializzo in un lavoro, perché altrimenti diventerai un disoccupato a 30 anni, ma ti insegno la grammatica del lavoro (capacità logiche, argomentative, parlare in pubblico, problem solving, responsabilità) dentro le materie che affronto. Queste capacità si apprendono non solo sui banchi, ma mediante lo sport, i periodi di studio all’estero, l’uso consapevole del digitale, il volontariato, e la scuola può fare la sua parte, in particolare non mollando sul merito, anche perché i numeri di come vanno i ragazzi dai 19 ai 29 anni, quando escono dal fortino scuola con un titolo di cartapesta, oggi sono durissimi. Nel libro ne tengo conto, per chi abbia l’ardore di leggerlo.
Mi lasci dire, infine, che giudico uno scivolone le sue affermazioni più ricche di acrimonia: possiamo non pensarla allo stesso modo (seppur stento a rintracciare una contro-tesi), e sicuramente le sedicenti associazioni “democratiche” non sono al centro dei miei interessi, ma non capisco perché l’avversario debba per forza diventare un facilone ignorante. Se le cose stanno veramente così, è la conferma che lei appartiene saldamente all’élite che intende tacitare chi disturba i manovratori – cioè i professori ad occhi chiusi – e che bolla come fastidiosi “interventisti” tutti i ministri da Berlinguer fino alla Giannini. E io invece non mi sto zitto.

5 pensieri riguardo “ROBERTO CONTESSI L’Italia e l’élite dei conservatori”

  1. La sua risposta non mi convince: parte dal presupposto che la scuola formi per il lavoro, il grosso equivoco è questo. La scuola forma persone che possano ANCHE lavorare, oltre che ovviamente vivere. La cultura è un bene vitale i soft skills un bene strumentale che ogni persona mediamente colta può costruirsi in una settimana, intensa certo, ma non vale la pena barattarla con 12 anni di soft skills pasticciati quotidianamente. Mi perdoni, spero che capisca che il lavoro deve essere per l’uomo è non l’uomo per il lavoro, tantomeno la scuola.

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  2. Anche perché se è vero che si può apprendere cultura anche attraverso una didattica per competenze, con fatica e con tempi lunghi, è ancora più vero che il sapere, la cultura formano ben più competenze di quelle sinora individuate dai pedagogisti della UE. Chi può insegnare meglio a parlare in pubblico di Demostene, a non mollare di Achille, o Patroclo per altro, o problem solving di Ulisse? La cultura è un bene immateriale, duraturo, complesso e condivisibile. Io penso vada condivisa il più possibile con più persone possibili, cioè con la massa dei giovani che frequentano le nostre scuole. Tutti, anche con quelli che per aspettative lavorative e ceto sociale di provenienza voi vorreste si accontentassero di soft skills.

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    1. assolutamente d’accordo con Margherita Romano. Ho avuto, in passato, alunni di estrazione molto popolare che si interessavano in modo commovente a temi che, secondo Contessi (nomen omen) e i pedagogisti della UE, sarebbero dovuti essere completamente alieni e privi di qualsiasi utilità. Invece la forza della cultura, e la debolezza delle “competenze”, è proprio quella di preparare davvero per la vita. Che non è solo lavoro, vivaddio,

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  3. Oltretutto, sono convinto che sia illusorio pensare di costruire competenze finalizzate al lavoro: le tecniche cambiano in fretta e i ragazzi rischiano di imparare procedure che saranno obsolete molto prima di quando riusciranno a farsi assumere…

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