Inemendabile

Il disegno di legge partorito con fatica dal governo Renzi è inemendabile. Non contiene neppure una cosa buona. Come la riforma Gelmini, con la differenza che questo testo è lungo, gronda di buone intenzioni, promette regali (gadget). Non lascia quasi nulla al caso, mentre lascia tutto al caos. Si occupa di ogni aspetto della vita scolastica per smontarlo e lo sostituisce con norme arbitrarie. Ridà vita al peggio del disegno di legge Aprea, alla riforma Moratti e a tutto ciò che della Gelmini è rimasto incompiuto. Sopprime ogni forma di democrazia nella scuola. Inganna i lavoratori (specialmente i precari) e gli studenti.

La strategia è chiara: ridimensionare la scuola pubblica e occupare quello che rimane. La tattica è sconclusionata. Il ddl attacca la scuola da ogni lato, smonta un sistema basato sui diritti e lo sostituisce con una piramide dove contano i legami personali. I docenti (tutti, una parte) finiscono in un albo e diventano clienti dei dirigenti. Saranno scelti in base a un curriculum.

Il curriculum. Noti esponenti del PD con (scarse) competenze di scuola dicono: non è chiamata diretta perché i docenti sono già assunti e “potranno esprimere al meglio le proprie competenze non solo di natura didattica”. Si potrebbe chiamare chiamata indiretta. I docenti iscritti all’albo saranno scelti in base al curriculum sulla base delle esigenze delle scuole. Che tipo di esigenze ha una scuola oltre a quella di assumere insegnanti che abbiano le abilitazioni per specifiche discipline? E chi lo scrive il curriculum? Il docente che entra a far parte di un albo si scrive un curriculum dove spiega cos’altro sa fare oltre che insegnare, o come crede di insegnare, se ha delle referenze o sono le scuole che compilano i curricula degli insegnanti tipo scheda informativa della polizia: arriva spesso in ritardo, mette voti bassi, non ha un buon rapporto con i genitori. Il ddl non lo dice, gli spacciatori della Buona Scuola fanno discorsi fumosi che cominciano con “la scuola che vogliamo” e finiscono sempre con “le vere esigenze della scuola”. In questo come in altri casi l’obiezione è: è un ddl, sarà emendato, alcune cose saranno definite meglio. Sì, ma quando? Non nei tempi “certi” di cui parla la propaganda.

Curricula o meno, i docenti per essere assunti devono sottostare a un piano triennale, il superpof, nel quale le scuole, grazie alla cosiddetta palla di vetro multimediale, individuano il fabbisogno di posti nell’organico dell’autonomia, secondo l’art. 2 comma 4, con un anno di anticipo (“entro il mese di ottobre dell’anno scolastico precedente al triennio di riferimento”). Resta  da capire che autonomia hanno gli organi collegiali dentro la scuola dell’autonomia. Dappertutto si legge: il dirigente decide, il dirigente delibera, il dirigente destina, il dirigente di qua e il dirigente di là. Qualche volta, pudicamente, dopo aver “sentito” il collegio e il consiglio di istituto, nonché gli attori sociali, economici e culturali del territorio, ma solo i principali però, i baristi e i parrucchieri no (art. 2 comma 9). Cosa significa “sente”? Forse il modello è l’ascolto di cui parlavano gli spacciatori della Buona Scuola quando hanno lanciato il questionario. I risultati dell’ascolto sono sotto gli occhi di tutti. Il ddl presentato al consiglio dei ministri non è parente delle linee guida presentate nel settembre scorso. L’obiettivo di sanare la piaga del precariato è sparito, sostituito da un piano assunzionale incoerente e senza garanzie.

A meno che l’obiettivo di eliminare il precariato non venga raggiunto con l’effettiva espulsione dei precari dalla scuola pubblica, come qualcuno sosteneva in tempi non sospetti (http://terraelibertacirano.blogspot.it/2014/09/la-cattiva-scuola-del-governo-renzi.html). Ovvero con il piano “usa e getta” previsto dall’art. 12 (“Divieto di contratti a tempo determinato”): “i contratti a tempo determinato… non possono superare la durata complessiva di 36 mesi, anche non continuativi”. La parola “esperienza” non ricorre nemmeno una volta nel ddl. In compenso ricorrono ossessivamente termini del gergo della fabbrica che evocano produzione, sfruttamento, sottomissione. Il modello è Eataly. Se il Made in Italy di cui parla l’art. 5 comma 5 non è un riferimento mascherato all’impresa di Farinetti, dove i diritti non sono contemplati, di certo è la prova della commistione sempre più inscindibile tra scuola e marketing da cui nasce il piano di Renzi.

L’art. 9 è la cartina di tornasole del ddl. Il superamento dell’anno di prova “determina l’effettiva immissione in ruolo”. Non ci piove. il personale in prova è sottoposto “a valutazione da parte del dirigente scolastico” (non da parte di un comitato di valutazione), sulla base di un’istruttoria da parte di un tutor (che non è più una figura di riferimento, ma un giudice), sentiti (ancora) il collegio e quant’altri. Ma “in caso di valutazione negativa del periodo di formazione e prova, il dirigente scolastico provvede alla dispensa del servizio con effetto immediato, senza obbligo di preavviso”. Cioè licenzia, o non assume. Se si incrociano queste proposizioni con le varie formulazioni contenute nell’articolo 7 sui superpoteri del preside, si arriva alla conclusione che il “piano assunzionale straordinario” è un inganno. Tutti assunti per il grande carosello di televisioni e giornali, poi nel chiuso delle scuole si faranno i conti. Una parte a casa, una parte a fare su e giù da una scuola all’altra per altri dieci o quindici anni. Tutti più precari di quanto non fossero prima della Buona Scuola.

Qualcuno che per ora sta tranquillo sulla sua cattedra di ruolo si chiede se negli albi ci vanno a finire solo i precari, chi fa domanda di mobilità, chi diventa soprannumerario oppure tutti. Il comma 4 dell’articolo 7 sembra essere tranquillizzante (“al personale docente già assunto a tempo indeterminato alla data di entrata in vigore della presente legge non si applica la disciplina dell’iscrizione agli albi territoriali”). Ma non si applica “alla data di entrata in vigore”. E dopo tale data? E comunque questo comma postula il principio (medievale) dell’inamovibilità del lavoratore dal posto di lavoro. Se uno vorrà muoversi da una scuola per avvicinarsi a casa o perché semplicemente si rende conto che sta venendo meno la qualità del rapporto? Scriverà una lettera, una specie di supplica a un dirigente.

La meritocrazia nell’era di Renzi, ovvero il nulla. Si sono spesi i fiumi d’inchiostro per definire il merito, sono state istituite cattedre universitarie di docimologia. Prima di arrivare a questo paragrafo: “Il dirigente scolastico, sentito il Consiglio di Istituto (vedi sopra), assegna annualmente la somma al personale docente di cui al comma 1 (200 milioni) sulla base della valutazione dell’attività didattica in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, progettività… innovatività… bla bla bla”. I risultati ottenuti con che barbatrucco saranno valutati? Che differenza c’è tra alunni e studenti? Gli alunni sono quelli che vanno a scuola senza far niente mentre gli studenti studiano?

Una battuta finale sulle classi pollaio. Questo è il passaggio più grottesco di tutto il ddl. L’articolo probabilmente è stato inserito dalla sera alla mattina dopo che un sondaggista ha suggerito di annunciare: risolveremo la piaga delle classi pollaio. Sì, ma come? Grazie all’organico dell’autonomia, il grande ombrello: “I dirigenti scolastici, nell’ambito (ovvero nei limiti) dell’organico dell’autonomia assegnato e delle risorse, anche logistiche, disponibili, riducono il numero di alunni e studenti (più i primi dei secondi) per classe rispetto a quanto previsto dal dpr 20 marzo 2009, n. 81”. Se ci fosse stato bisogno di dimostrare che la Buona Scuola non vuole risolvere nessuno dei problemi strutturali creati dalle riforme precedenti (come enunciava il famoso dépliant di settembre) basterebbe questo. Invece di mettere mano al dpr 81 che fissava un minimo di 27 alunni per classi si preferisce assemblare classi con giochi di prestigio pescando dagli albi territoriali. Ma ci penserà il preside manager, che, come Renzi, può tutto.

(23/3/2015)

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