La scuola del Grullo Parlante

Premetto: le affermazioni tipo “questa classe politica è screditata” mi sembrano equivalenti a “tutti i poliziotti sono bastardi” o “i sindacati sono tutti uguali” ecc. No grazie, mi tengo la mia facoltà di distinguere. Non voterò per il meno peggio, casomai resterò a casa o voterò scheda nulla. Meglio la prima perché la seconda non è dimostrabile. Di certo non voterò per il peggio.

Altra premessa: il il programma di Grillo l’ho letto. E non solo quello. Ho letto tutti gli articoli che parlano di contiguità con il neofascismo. Vedo che a molti non importa nulla, a me sì. Io trovo alcune somiglianze (alcune) tra Grillo e il fascismo delle origini. Gli manca naturalmente lo squadrismo a cui può sopperire in vari modi, facendoselo prestare o imperversando sul web e bastonando tutti quelli che non la pensano come lui. Il fatto di non avere un’ideologia, di potere essere qualificato a seconda dei casi come sinistra moderata, radicale, ecologista ecc. è ancora più sinistro, nel senso delle somiglianze. Forse qualcuno può pensare che faccio parte di quella larga fetta di persone che demonizzano Grillo e il suo movimento. E allora mi soffermo solo sul programma. Solo su quello che il programma dice sulla scuola. Anche perché basta e avanza. Ma faccio notare: qui chi demonizza chi è difficile stabilire. Quando vedo sti comizi mi pare che come ogni movimento anche quello di Grillo parte da una strategia di devastazione di tutto quello che c’è. Buono e cattivo.

Nel programma di Grillo per la scuola apparentemente la pietra dello scandalo è il punto 5 (abolizione del valore legale del titolo di studio), ma a ben vedere in mezzo ad alcune dichiarazioni di facciata (abolizione della legge Gelmini, ma in che senso, come ritorno allo status quo ante? quindi anche reintroduzione del tempo pieno nella primaria, dei corsi tradizionali nella secondaria ecc. con relativo orario, anche se questo significa aumentare la spesa pubblica della scuola di circa 6 miliardi? ci va benissimo), ma sono molto controversi anche i punti 2 (“Diffusione obbligatoria di Internet nelle scuole con l’accesso per gli studenti”), 3 (“Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità, con l’accessibilità via internet in formato digitale”) e soprattutto l’11 (“Insegnamento a distanza via Internet”). I punti 2 e 3 non solo perché sono inutilmente stuzzicanti ma perché cavalcano l’onda di chi crede che gli strumenti multimediali sono determinanti per migliorare l’apprendimento. E non semplicemente strumenti. E configurano un’idea della didattica appiattita sulle tecnologie e non sui contenuti, svalutando le risorse umane che della scuola sono i pilastri. Tra l’altro del collegamento internet dentro la classe non so cosa farmene. Gli studenti ce l’hanno già, ci copiano le versioni, chattano con altri studenti. Si tratta di rendere gratuito quello che ora è a pagamento. Ma per chi?

Ma è il punto 11 che mi infastidisce di più. Provate a pensare al momento in cui il principio della scuola come luogo fisico viene sostituito dal principio della scuolaskype. Questo è molto più che un cavallo di Troia. Incrociate questi punti con il punto 5, quello che prevede, l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Cosa ne viene fuori? Una scuola on demand. Allora teniamoci la Gelmini, per dire, con i licei di nuovo ordinamento a orario ridotto e il tempo pieno straziato dallo spezzatino. Per lo meno si tratta ancora di scuola. Faticosamente, ma scuola.

Un chiarimento sul senso del termine. L’abolizione del valore legale del titolo di studio non è, ovviamente, un’invenzione dei grillini. In modo molto circostanziato è stato sostenuto negli anni del primo dopoguerra da Luigi Einaudi in nome della “libertà della scuola”. L’abolizione del valore legale del titolo di studio presuppone che tutti vadano a scuola solo per imparare. Che abbiano a interesse a farlo perché altrimenti non vanno avanti, l’università non vuole (non voleva) degli incapaci e il mondo del lavoro neppure (voleva). Quindi in sostanza secondo Einaudi con l’abolizione del valore legale del titolo di studio la scuola privata avrebbe dovuto assicurare un alto livello di istruzione per competere con la scuola pubblica, una specie di circolo virtuoso, non un modo per risparmiare un sacco di quattrini espellendo dalla scuola una massa di studenti. E comunque Einaudi non è solo un liberale ma viene prima della scolarizzazione di massa, normale che abbia un’idea della scuola piuttosto elitaria.

L’abolizione del valore non serve a eliminare la farsa dell’esame di stato. L’esame di stato era stato di fatto abolito dalla Moratti senza ricorrere anche all’abolizione del titolo. Facciamo l’ipotesi che venga abolito. Quei due o tre studenti che bocciati fanno i due o tre anni in uno per recuperare diventano diverse centinaia escono dalla scuola e si ripresentano dopo due anni ai test universitari. Ma se pure i test per un concorso a cattedra sono ripresi dalla settimana enigmistica? Se non fosse che si tratta di un programma confuso ed estemporaneo, dettato da esigenze di demagogia istantanea (vedi il punto 1, vedi il richiamo molto berlusconiano a internet e inglese), verrebbe da pensare che la restituzione dei 6 miliardi alla scuola derivanti dall’abrogazione della riforma Gelmini sarebbero compensati dal risparmio anche maggiore consentito dall’abolizione del valore legale del titolo di studio. E quindi, in una scuola dove studiano solo persone motivate, cioè in una scuola di elite anche dal punto di vista sociale, ci può anche stare il curricolo a 34 ore dei vecchi licei, le sperimentazioni, il tempo pieno…

(31 dicembre 2012)

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