GIANLUCA GABRIELLI Maestre, maestri: reinventiamoci senza i voti

[Comune-info, 13 gennaio 2021]

I voti: una lunga storia

La storia dei voti nella scuola elementare in Italia è appassionante ed attende ancora una storica o uno storico che la scriva, illuminando attraverso di essa le idee di scuola che si sono fronteggiate durante la seconda parte del secolo scorso e la prima parte di questo. I cari amici Piero e Marcella di Genova mi raccontano di quando, giovani maestri all’inizio degli anni Settanta, consegnavano ai genitori due documenti: la pagella regolamentare in cui tutti i bambini e le bambine erano valutati con lo stesso voto e – in busta chiusa perché non previsti dalla normativa – i giudizi argomentati e personalizzati sul percorso didattico, le personalità, le esperienze di apprendimento. Queste disobbedienze allora non rimasero isolate e spinsero dal basso a una riforma che cancellò i voti come simbolo e strumento di una scuola selettiva, che bocciava alte percentuali di alunni ricalcando semplicemente le condizioni sociali e le origini culturali delle famiglie.

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GIUSEPPE CALICETI Basta voti

[Da La scuola senza andare a scuola, pp. 120-1]

I voti disturbano la crescita, minano l’autostima. I voti adulano e offendono, corrompono e feriscono, mietono vittime innocenti e creano assurde presunzioni. I voti infieriscono sui più deboli e avvelenano anche i migliori. I voti non servono né a crescere né a imparare. Non aiutano a riflettere sugli errori commessi. Non aiutano a migliorarsi. I voti creano muri insormontabili. I voti dimenticano chi sono e da dove vengono gli studenti. Non li prendono per mano. Non li conducono in nessun luogo. I voti creano rancori e vendette. I voti sono orrori. I voti fanno male, tanto male. Soprattutto ai più piccoli. I voti sono sempre lo stesso numero: uno zero senza volto e senza cuore.

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COMPIUTA DONZELLA A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’innamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

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MARCO DI BENEDETTO Ritornino i corpi!

[I giorni del rischio, 29 gennaio 2021]

In questi giorni – settimana più, settimana meno – i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori italiane tornano sui banchi dopo circa tre mesi di DDI (didattica digitale integrata), più popolarmente conosciuta come “didattica a distanza”. Su di loro, sulla loro fatica e la loro resilienza, sui loro disagi e loro proteste si è scritto e detto molto. E, sicuramente, molto sarà ancora da raccontare, analizzare, riprogettare.  Molto meno si è scritto e detto degli insegnanti e del personale scolastico. Senza troppe pretese, provo a farmi portavoce di tante colleghe e colleghi che, non senza momenti di scoraggiamento e fallimento, in questi mesi ci hanno messo l’anima per continuare a fare comunità, a fare scuola, a stare in relazione con quei nomi, quei volti, quegli sguardi pieni zeppi di futuro, eppure in molti casi gia immelanconiti, che ogni mattina è parso veder bucare lo schermo di un computer ed entrare in casa propria o in un’aula abitata dai soli banchi, rotellati o meno. 

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GIORGIA LOI Però la DAD funziona

[post nel gruppo facebook «La nostra scuola: cultura, passione e relazione»]

Chi dice che la DAD o DDI ha funzionato, non capisco bene se ci è o ci fa.
Studenti completamente inghiottiti dal buco nero della distanza, non li trovi neanche se dovessi cercarli “a perda furriara” per tutto il pianeta. Studenti che entrano ed escono nella stessa lezione o tra una lezione e l’altra, al ritmo della velocità della luce secondo quello che si sta facendo: al momento della correzione degli esercizi, miracolosamente la connessione traballa a quasi tutti e da 18-20 che erano ne restano sistematicamente 5.
Però la DAD funziona.

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FRANCESCO GUCCINI Auschwitz

Da «Folk Beat n. 1» (1967)

Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone e ancora non è contento
di sangue la bestia umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

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GIOVANNI IOZZOLI La campagna militar-vaccinale

[Carmilla, 4 gennaio 2021]

Come volevasi dimostrare, questa maledetta pandemia sta devastando quel po’ di residui democratici di cui il mondo occidentale menava ancora vanto. In Italia ci siamo rapidamente assuefatti alla sospensione delle libertà costituzionali a mezzo DPCM; e il punto non è tanto l’utilità profilattica del lockdown (su cui esistono ampi margini di discussione) quanto la terribile passività con cui la società ha accettato e introiettato questa nuova schiacciante prassi: le libertà fondamentali non sono più indisponibili ai governi – non sono più naturalmente “nostre”, come recita il catechismo liberale; appartengono a chi ha in mano gli strumenti di coercizione e il monopolio della forza (l’esecutivo). Un bel salto all’indietro di circa 250 anni, nel rapporto tra cittadini e Sovrano.

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Da dietro uno schermo si perde anche il bello dell’imparare

Ho fatto un po’ di copia incolla da un tema assegnato alla prima azzurra per le vacanze di Natale. Non ho chiesto alle/agli studenti cosa pensano della dad, ma solo come hanno vissuto i primi mesi di scuola, se sono stati come se li aspettavano e cosa pensano che succederà dopo. Ognuno ha inglobato la dad nel suo discorso. Alcune idee sono ricorrenti (la dad non è come andare a scuola ma ha anche dei lati positivi), ma declinate in 25 modi diversi.

I testi hanno subito minime correzioni su aspetti linguistici, un congiuntivo in più e in meno, virgole al loro posto, limatura del superfluo, gli adattamenti necessari per rendere il collage qualcosa di simile a un coro.

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Diario di un super-eroe-scolastico-a-scadenza (8)

Venerdì 29 gennaio 2021

Scuola media. Ora di geografia. Oppure di storia. Oppure di entrambe.

Grecia.

Mi sembra giusto far partire il siltaki utilizzando le casse della LIM, visto che sto testando l’audio. La classe apprezza.

Partenone, Atene, la mitologia, le olimpiadi, le isole, Sparta.

La culla della civiltà, la democrazia, i tiranni.

Il voto.

«Tutti avevano diritto di voto, perché c’era la democrazia. Cosa significa democrazia ragazzi?».

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RAFFAELLA MONTANI Spaghetti cacio e pepe

Ingredienti:
spaghetti (1hg a testa)
pecorino romano (vero, di buona qualità, ben stagionato, NON grattugiato) almeno 50 gr a testa
pepe nero (in grani) a piacere

Preliminari:
Per cuocere la pasta dovete mettere un pochino meno sale di quello che usate di solito.
La pasta dev’essere condita dentro una grossa padella, non dentro una zuppiera. Per scolarla vi servirà un forchettone (niente scolapasta). Per rimestarla due grosse forchette da portata.
Il pecorino va grattugiato e il pepe macinato solo al momento di iniziare a cucinare, non prima.

Esecuzione:
Mentre cuoce la pasta (come fare questo non ve lo devo spiegare, vero?) grattugiate il pecorino, macinate il pepe e mescolateli. Poco prima del termine della cottura scaldate la padella (vuota) che vi servirà per condire e lasciatela vicino alla pentola della pasta.
Quando la pasta è cotta (NON la scolate), mettete metà del pecorino nella padella e con il forchettone tirate su la pasta un po’ alla volta, la lasciate sgocciolare un pochino e la passate nella padella. Ogni 3-4 forchettate di pasta date una mescolata usando due forchette e aggiungere una manciata di pecorino.
Se al termine del procedimento vi sembra che la pasta sia troppo «secca» aggiungete qualche cucchiaiata di acqua di cottura e date l’ultima rimestata.
Fine.