DARIO BELLEZZA Roma

[a Giorgio Montefoschi]

Roma — o altissimo sparire di una città di pietra
quando le sue immagini liete non confortano
l’Inesistenza futura! Così invano si passa
lo sguardo su canterine foto di un giubilo antico,
su ardenti foto di repertorio Anni Cinquanta.
Non c’è più la città, la spaurita città
della sparita giovinezza: vecchie austere guardano
il mondo indifferente; puttane illustri si vendono
sotto il ponte di Testaccio; inamabili vecchie
rotte ad ogni incanto. O incontro, o magia
o incantamento, prima dell’avvento finale
fra Terzo Mondo e Traffico Sconvolto, prima
del canto terminale di una gioia virtuosa e teologale.

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GIOVANNI PAPINI Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai

Da «Lacerba», ottobre 1914

1. Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli son sempre buoni ad ammazzare i fratelli: i civili son pronti a tornar selvaggi; gli uomini non rinnegano le madri belve.

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CAPAREZZA La scelta

Da grande suonerò la Pastorale
Ora sul piano resto curvo come un pastorale
Mio padre è d’umore un po’ grigio, mi vuole prodigio
Ma sono solo un bambino e c’è rimasto male
Padre lascia stare l’alcool, ti rovini
Sei severo quando faccio tirocini
Io sono romantico ma pure tu
Mi vedi solo come un mazzo di fiorini
Sono Ludo, vico, culto, mito
Donne mi scansano come avessi avuto il tifo
Troppi affanni, a trent’anni ho perduto udito
Tu mi parli e mi pari un fottuto mimo
Se la mettiamo su questo piano la mia vita ha senso
se la mettiamo su questo piano
Quindi prendo lo sgabellino e lascio la corda
Canto l’«Inno alla gioia»
Perché vedo l’abisso ma su questo, plano

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Stakeholder

Portatore di un interesse puramente economico e materiale, circoscritto nel perimetro di una res privata, di uno spazio individuale o settoriale, destinato al perseguimento di particolari interessi materiali, propri o altrui.
Anna Angelucci, Le mani sulla scuola

Un po’ di tempo fa, per esempio, mi hanno invitato a Parma a un incontro dove c’erano una decina di persone che dovevano scegliere delle parole che non sopportavano, e c’era anche i lsegretario del comune di Parma per il quale una di queste parole era stakeholders. Continua a leggere “Stakeholder”

EUGENIO MONTALE Non chiederci la parola

Da «Ossi di seppia» (1925)

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

FERNANDO ARAMBURU «Non assassiniamo, giustiziamo»

Da «Patria», Guanda, Milano 2020, pp. 274-6

La verità: a Joxe Mari, sul sedile accanto all’autista, il cuore batteva forte. Già lungo la strada aveva fatto finta di appoggiare le mani sulle ginocchia. Invece no. Si teneva le gambe per controllare il tremore. Oggi sa che c’è un prima e un dopo della prima vittima uccisa, anche se queste cose, pensa, dipendono da come si è fatti. Perché, è chiaro, fai esplodere con una bomba un ripetitore televisivo, faccio un esempio, o la succursale di una banca, e sì, provochi dei danni, ma sono sempre cose che si possono riparare. Una vita, no. Ora ci pensa con freddezza. Allora lo preoccupava un’altra cosa. Cosa? Be’, che i nervi gli giocassero un brutto tiro. Temeva di mostrarsi debole, insicuro, alla presenza dei compagni, o che l’ekintza fallisse per colpa sua.

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FRANCO BATTIATO Centro di gravità permanente

Da «La voce del padrone» (1981)

Una vecchia bretone
con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù.
Capitani coraggiosi furbi contrabbandieri macedoni.
Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori
della dinastia dei Ming.

Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
avrei bisogno di
Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
over and over again

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WU MING Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi (prima puntata)

[Giap, 31 agosto 2021]

0. Introduzione

Questa è una miniserie da leggere con lentezza. «Chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. «Se non vale la pena impiegare tanto tempo per dire, e ascoltare, una qualsiasi cosa, noi non la diciamo», dice Barbalbero.

Nelle settimane scorse abbiamo ospitato o segnalato contributi critici sul cosiddetto «green pass», posizioni e analisi altrui che non coincidevano in toto con la nostra.

La nostra posizione l’abbiamo espressa solo tra i commenti, esplicitandola e rifinendola man mano, il che va bene, ma anche sparpagliandola, il che va male. Mancava un testo in cui, sul «green pass» e su questa fase dell’emergenza pandemica, dicessimo come la pensiamo in modo dettagliato e dal principio alla fine.

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