DARIO BELLEZZA Roma

[a Giorgio Montefoschi]

Roma — o altissimo sparire di una città di pietra
quando le sue immagini liete non confortano
l’Inesistenza futura! Così invano si passa
lo sguardo su canterine foto di un giubilo antico,
su ardenti foto di repertorio Anni Cinquanta.
Non c’è più la città, la spaurita città
della sparita giovinezza: vecchie austere guardano
il mondo indifferente; puttane illustri si vendono
sotto il ponte di Testaccio; inamabili vecchie
rotte ad ogni incanto. O incontro, o magia
o incantamento, prima dell’avvento finale
fra Terzo Mondo e Traffico Sconvolto, prima
del canto terminale di una gioia virtuosa e teologale.

Sudore lacrime sangue sperma corpi adolescenti
in lei abbondano, sfinge mentale dei miei deliri
sottomessi, sottoposti all’accidia del vento:

Ti supplico, mia città natale, vieni a salvarmi
per salvarti in una oltremondana Apocalisse —
oltre la sotterranea isteria, vieni a giacere
oltre il sonno delle morti rapide e uncinate
nella sventura di un tuo figlio assetato
della voluttà sensibile dell’Agonia —

Per girare a vuoto col vuoto
piano discreti in campi spaziosi scivolando
dal Gianicolo, scavando la fossa scivolosa
o fermandosi nella proda secca di un bosco
a Villa Pamphili: non risorgere più, città,
ladra di una vita intera, scompari nel funerale
della tua storia millenaria, associando
magari un trasporto di prima classe,
dimentica di libertà inquisitoriali, onori, salvezza
qualità segrete al tuo mare lontano
dove mi bagnai funesto e ragazzo nella rena —

Associando, associando, non contemplando
aspettando le Fini, fuggendo pianti e desiri.