AGATHA CHRISTIE Doppio indizio

(1961)

Ma soprattutto nessuna pubblicità ripeté, forse per la quattordicesima volta, il signor Marcus Hardman.
La parola pubblicità era stata pronunciata durante tutto il colloquio con la regolarita di un leitmotiv. Il signor Hardman era un ometto piuttosto pingue, con le mani curatissime e una lagnosa voce tenorile. A modo suo, era quasi una celebrità: si può dire che la sua professione fosse quella di fare la vita mondana. Era ricco ma non, poi, tantissimo e spendeva assiduamente i suoi quattrini per divertirsi in mezzo all’alta società. Aveva l’hobby del collezionismo. E l’anima del collezionista. Antichi merletti, antichi ventagli, antichi gioielli: niente di smaccato o troppo modesto per Marcus Hardman.
Quando Poirot e io, rispondendo a una convocazione urgente, eravamo arrivati da lui, avevamo trovato l’ometto nelle tormentose spire dell’indecisione. Date le circostanze, si ribellava violentemente all’idea di chiamare la polizia. D’altra parte, non chiamarla sarebbe stato come adattarsi supinamente alla perdita di alcuni degli oggetti più belli della sua collezione. Aveva scelto Poirot come compromesso.
«I miei rubini, monsieur Poirot, e la collana di smeraldi… dicono che appartenesse a Caterina de’ Medici. Oh, la collana di smeraldi!».
«Se volesse riferirmi le circostanze della loro sparizione» provò a suggerirgli con gentilezza Poirot.
«È quello che sto cercando di fare. Ieri nel pomeriggio ho invitato un po’ di gente per il tè. Una riunione informale: saremo stati sei o sette non di più. Ho già dato uno o due tè di questo genere durante la stagione mondana e – anche se non toccherebbe a me dirlo – sono stati un vero successo. Un po’ di buona musica: Nacora, il pianista, e Katherine Bird, la contralto australiana, nel salone di musica. Be’, un po’ prima, all’inizio della riunione, avevo mostrato agli ospiti la mia collezione di gioielli medioevali. Li tengo in quella piccola cassaforte laggiù, sistemata come una specie di scrigno, all’interno: l’ho fatta foderare di velluto colorato, perché le gemme vi risaltino meglio. Poi abbiamo esaminato i ventagli, in quella teca appesa alla parete. Infine siamo passati di là, per far musica. È stato solo quando tutti se ne sono andati via che ho scoperto la cassaforte svuotata del suo contenuto! Probabilmente non l’avevo richiusa bene e qualcuno ha colto quell’opportunità per saccheggiarla! I rubini, monsieur Poirot, la collana di smeraldi… una collezione che ho impiegato tutta la vita a mettere insieme! Cosa darei per ricuperarla! Ma non si deve fare nessuna pubblicità a quello che è successo! Mi capisce, vero, monsieur Poirot? Si tratta dei miei ospiti, di amici personali! Sarebbe uno scandalo terribile».
«Chi è stata l’ultima persona a lasciare questa camera quando siete passati nel salone di musica?».
«Il signor Johnston. Lo conosce, forse? Il milionario sudafricano. Ha affittato recentemente la casa degli Abbotbury in Park Lane. Ricordo che è rimasto indietro per qualche minuto. Ma non può essere stato certamente lui! No, no!».
«Qualcuno dei suoi ospiti è forse tornato in questa camera durante il pomeriggio sotto un pretesto qualsiasi?».
«Ero preparato a sentirmi fare questa domanda, monsieur Poirot. Sì, tre degli invitati sono rientrati qui. La contessa Vera Rossakoff, il signor Bernard Parker e lady Runcorn.
«Mi parli un po’ di loro».
«La contessa Rossakoff è un’affascinante dama russa, che apparteneva all’ancien regime. È venuta a vivere da noi solo da poco tempo. Mi aveva già salutato e sono rimasto piuttosto sorpreso di ritrovarla poi in questo stesso locale, a fissare, apparentemente in estasi, la teca dei ventagli. Sa cosa le dico, monsieur Poirot? Che piu ci penso, più questo particolare mi sembra sospetto! Non è d’accordo con me?».
«Estremamente sospetto: ma sentiamo cosa hanno fatto gli altri».
«Parker è venuto semplicemente a prendere una custodia in cui conservo certe miniature che volevo mostrare a lady Runcorn».
«E lady Runcorn?».
«Come immagino che sappia, lady Runcorn è una donna di mezza età, provvista di una considerevole forza di carattere, la quale dedica la maggior parte del suo tempo a varie opere benefiche. È tornata indietro solo per ricuperare la borsetta che aveva lasciata in qualche posto».
«Bien, monsieur. Dunque abbiamo quattro possibili persone sospette. La contessa russa, la grande dame inglese, il milionario sudafricano e il signor Bernard Parker. Chi è il signor Parker, a proposito?».
La domanda imbarazzò considerevolmente il signor Hardman.
«È… ehm… un giovanotto. Be’, ecco, è un giovanotto che conosco».
«Questo, l’avevo già dedotto per conto mio» rispose Poirot in tono grave. «Ma cosa fa, questo signor Parker?».
« È un giovanotto elegante, fa la vita mondana. Forse non è proprio quel che si dice un tipo molto in vista, se così posso esprimermi!».
«E come ha fatto a diventare amico suo?».
«Be’, in un paio di occasioni… ha svolto qualche piccolo incarico per me».
«Continui, monsieur» disse Poirot.
Hardman lo guardò con due occhi che chiedevano pietà. Evidentemente l’ultima cosa che desiderava era proprio continuare a parlare. Ma, dal momento che Poirot manteneva un silenzio inesorabile, si decise a capitolare.
«Vede, monsieur Poirot, il fatto che mi interesso di gioielli antichi non è un mistero, qualche volta capita di doversi disfare per necessità di un oggetto che fa parte dell’eredità di famiglia… qualcosa che, badi bene, nessuno vorrebbe mai vendere apertamente sul mercato e neppure a un commerciante di preziosi. Ma una vendita fatta a me, in privato, è del tutto differente. Parker organizza l’affare nei minimi dettagli, si tiene in contatto con le due parti interessate, e in questo modo si evita ogni situazione imbarazzante. Non solo, ma mi fornisce anche tutte le informazioni possibili in materia! Per esempio la contessa Rossakoff ha portato dalla Russia qualche gioiello di famiglia. E ci terrebbe molto a venderli. Bernard Parker avrebbe dovuto occuparsi delle trattative di questo affare…».
«Capisco» disse Poirot pensieroso. «E ha piena fiducia nel signor Parker?».
«Non ho motivo di pensare il contrario».
«Fra queste quattro persone, chi sospetta?».
«Oh, monsieur Poirot, che domanda! Sono amici, per me, come le ho già detto. Non sospetto nessuno di loro… oppure tutti, come preferisce».
«Non sono d’accordo. Lei sospetta una di queste quattro persone. Non si tratta della contessa Rossakoff. Non si tratta del signor Parker. Dunque, chi sarebbe? Lady Runcorn oil signor Johnston?».
«Mi mette con le spalle al muro, monsieur Poirot, davvero! Sono molto ansioso di non far nascere uno scandalo. Lady Runcorn appartiene a una delle più antiche famiglie inglesi; è vero, però è disgraziatamente vero che sua zia, lady Caroline, soffriva di una forma di malattia mentale molto triste. Naturalmente tutti gli amici ne erano al corrente e la sua cameriera si affrettava a restituire il più in fretta possibile i cucchiaini da tè o quel che altro era! Capisce, quindi, la mia posizione!».
«Dunque lady Runcorn aveva una zia cleptomane. Molto interessante. Mi permette di dare un’occhiata alla cassaforte?».
Mentre il signor Hardman assentiva, Poirot spalancò lo sportello della cassaforte e cominciò a osservarne attentamente l’interno. Ci trovammo di fronte a una serie di ripiani vuoti, foderati di velluto.
«Anche adesso,lo sportello non si chiude come dovrebbe» mormorò Poirot, mentre lo muoveva avanti e indietro. «Chissà perché! Ah, ecco, ho trovato! C’è un guanto impigliato nel cardine. Un guanto da uomo».
E lo tese al signor Hardman.
«Non è mio!».
«Ah! Ma qui c’è qualcos’altro!» Poirot si chinò rapidamente e raccolse un piccolo oggetto dal piano più basso della cassaforte: si trattava di un portasigarette piatto, nero.
«Il mio portasigarette!» esclamò il signor Hardman.
«Il suo portasigarette? Niente affatto, monsieur. Queste non sono le sue iniziali!».
E gli indicò il monogramma, formato da due lettere intrecciate, in platino.
Hardman lo prese in mano.
«Ha ragione» ammise. «È molto simile al mio ma le iniziali sono diverse. Una P e una B. Santo cielo… Parker!».
«Già, si direbbe proprio così» disse Poirot. «Un giovanotto piuttosto distratto… specialmente se anche il guanto è suo. II che significherebbe che abbiamo un doppio indizio, vero?».
«Bernard Parker!» mormorò Hardman. «Che sollievo! Bene, monsieur Poirot. Lascio a lei l’incarico di recuperare i gioielli. Affidi pure la faccenda alla polizia se lo crede opportuno… cioè, se è certo che il colpevole sia lui».
«Vede, amico mio» mi disse Poirot mentre lasciavamo insieme la casa del signor Hardman. «Costui si è fatto una legge per le persone titolate e un’altra per quelle che non lo sono. Quanto a me, non ho ancora ricevuto un titolo nobiliare e, quindi, mi schiero dalla parte di coloro che non ce l’hanno. Provo una certa simpatia per questo giovanotto. Tutta questa faccenda è abbastanza strana, non le pare? Hardman sospetta lady Runcorn; io sospetto la contessa e Johnston; e invece il nostro uomo sarebbe questo sconosciutissimo signor Parker».
«Perché sospettava gli altri due?».
«Parbleu! È una cosa talmente semplice farsi passare per una profuga russa o un milionario sudafricano! Qualsiasi donna può dire di essere una contessa russa; qualsiasi uomo può affittare una casa in Park Lane e dichiarare di essere un milionario sudafricano. Chi vuole che li contraddica? Adesso, però, mi accorgo che stiamo passando per Bury Street. Il nostro distrattissimo, giovane amico, abita qui. Proviamo a battere il ferro finché è caldo».
Il signor Bernard Parker era in casa. Lo trovammo avvolto in una vestaglia dai vistosi colori, dove predominavano il rosso e l’arancione. Mi è capitato di rado di provare tanta antipatia per qualcuno come per questo giovanotto dalla faccia pallida, l’aria effeminata, la pronuncia blesa, più per un vezzo che perché lo fosse in realtà.
«Buongiorno, monsieur», disse Poirot con tono vivace. «Vengo adesso da casa Hardman. Ieri, durante il ricevimento, qualcuno ha rubato al signor Hardman tutti i suoi gioielli. Le posso fare una domanda, monsieur? È suo questo guanto?».
I processi mentali del signor Parker non sembravano molto rapidi. Fissò il guanto come se facesse un po’ fatica a raccapezzarsi.
«Dove lo ha trovato?» domandò infine.
«È suo, monsieur?».
Il signor Parker sembrò, a questo punto, disposto a parlare.
«No, non è mio» affermò.
«E questo portasigarette?».
«Assolutamente no. Ne ho uno d’argento che porto sempre con me».
«Benissimo, monsieur. Affiderò alla polizia la soluzione di questo mistero».
«Un momento! Calma! Se fossi in lei, non mi sognerei di fare una cosa del genere» esclamò il signor Parker manifestando un’evidente preoccupazione. «Gente maledettamente antipatica, quelli della polizia. Aspetti un momento. Vado a parlare con il vecchio Hardman. Ehi, aspetti un momento!».
Ma Poirot dimostrò, molto decisamente, che preferiva andarsene senza indugio. abbiamo fornito un argomento per qualche meditazione utile, eh?» ridacchiò. «Domani staremo a vedere cosa è successo».
Invece eravamo destinati a occuparci del caso Hardman quello stesso pomeriggio. La porta di casa nostra si spalancò senza il minimo preavviso e un ciclone in forma umana invase la nostra intimità portando con sé un vortice di zibellino (faceva freddo come solo in Gran Bretagna può far freddo in una giornata di giugno) e un cappello letteralmente ricoperto delle piume ottenute dopo un vero e proprio massacro di struzzi. La contessa Vera Rossakoff aveva una personalità alquanto esuberante ed estroversa.
«Lei è monsieur Poirot? Lo sa quel che ha fatto? Ha accusato quel povero ragazzo! Una cosa infame. Scandalosa. Lo conosco. È un pulcino. Non sarebbe mai capace di rubare! Ha fatto tutto il possibile per me! E adesso dovrei star qui a guardarlo martirizzare e torturare senza muovere un dito?».
«Mi dica, madame, questo portasigarette appartiene al signor Parker?». E Poirot le mostrò l’astuccio nero.
La contessa tacque un momento, intanto che lo esaminava con attenzione.
«Sì, è suo. Lo riconosco. E con ciò? L’ha trovato in quella stanza? Ci sono stati tutti e suppongo che gli sia caduto senza che se ne accorgesse. Ah, voi poliziotti… Siete peggio delle Guardie Rosse…».
«E questo guanto? Sarebbe del signor Parker anche questo?».
Come faccio a saperlo? I guanti si somigliano tutti. Non cerchi di impedirmelo… voglio fare qualcosa, quel ragazzo dev’essere rimesso in libertà. La sua posizione deve essere chiarita. Sarà obbligato a farlo! Venderò i miei gioielli e le darò molto denaro.».
«Madame…».
«Siamo d’accordo, allora? No, no, non discuta. Quel povero figliolo! È venuto da me con le lacrime agli occhi! “Ti salverò” gli ho detto. “Andrò da quest’uomo… o quest’orco…o questo mostro! Lascia fare a Vera!” Adesso tutto è sistemato e me ne vado».
Senza tante cerimonie, con la stessa disinvoltura con cui era entrata, uscì turbinosamente, lasciando nella stanza una scia di intenso profumo esotico.
«Che donna!» esclamai. «E che pellicce!».
«Ah, sì, quelle dovevano essere vere sul serio. È possibile che una falsa contessa porti pellicce autentiche? Via, Hastings, questa è una mia piccola battuta di spirito… No, credo proprio che sia russa. Ah, dunque, così il signorino Parker è andato a lamentarsi con lei!».
«Il portasigarette è suo. Mi chiedo se anche il guanto…».
Con un sorriso Poirot tirò fuori di tasca un secondo guanto e lo andò a posare vicino all’altro. Non c’erano dubbi: facevano parte dello stesso paio.
«Dove è andato a prendere il secondo, Poirot?».
«Era abbandonato sul tavolo dell’anticamera, insieme a un bastone da passeggio, in Bury Street. Sì, bisogna proprio ammettere che il signor Parker è un giovanotto disordinato. Bene, bene, mon ami. Dobbiamo tirare le somme. Tanto per salvare le apparenze, farò una visitina in Park Lane».
Inutile dire che accompagnai ii mio amico. Johnston era fuori ma potemmo parlare con il suo segretario. Così, si venne a sapere che Johnston era arrivato solo di recente dal Sudafrica, e non era mai stato in Inghilterra, prima d’ora.
«Si interessa di pietre preziose, eh?» azzardò Poirot.
«Forse sarebbe più giusto parlare di miniere d’oro» rise il segretario.
Poirot venne via da questo colloquio molto pensieroso. Qualche ora più tardi, quella stessa sera, lo trovai intento a studiare una grammatica russa.
«Santo cielo, Poirot!» esclamai. «Sta imparando il russo per poter conversare con la contessa nella sua lingua natia?».
«Certo che quella signora non sembra affatto disposta a prestar orecchio all’inglese che parlo io, caro amico!».
«Via, Poirot, i russi di nobile stirpe non parlano, invariabilmente, un ottimo francese?».
«È una miniera di informazioni, Hastings! Sì, ecco, smetterò subito di occuparmi delle complicazioni dell’alfabeto russo».
E buttò da parte il libro con un gesto drammatico. Ma non era soddisfatto. Nei suoi occhi avevo visto un certo scintillio particolare che conoscevo anche troppo bene! Un segno che Poirot era contento di sé!
«Forse» dissi con aria saccente «sospetta che non sia veramente russa. E cosi, vuole metterla alla prova?».
«Oh, no, è proprio russa: su questo non ci sono dubbi».
«Se vuole davvero farsi una buona reputazione di detective con il caso del signor Hardman, Hastings, non posso che raccomandarle I primi elementi della lingua russa, un sussidio di valore inestimabile».
Poi scoppiò a ridere e non volle aggiungere altro. Andai a raccogliere il libro dal pavimento e cominciai a osservarlo con grande curiosità. Tuttavia non riuscii a capire a cosa volesse alludere Poirot con quel consiglio.
La mattina successiva non ci arrivò nessuna notizia relativa al furto dei gioielli ma non mi sembrò che questo fatto preoccupasse il mio amico. A colazione mi annunciò che voleva andare a far visita al signor Hardman al più presto. Trovammo ancora in casa l’anziano e mondanissimo piccolo uomo, il quale ci sembrò un poco più calmo del giorno precedente.
«E allora, monsieur Poirot, ci sono notizie?».
Poirot gli tese un foglio di carta.
«Questa è la persona che ha trafugato i gioielli, monsieur. Devo rimettere il caso nelle mani della polizia? Oppure preferisce recuperare le sue pietre preziose senza che la polizia ficchi il naso in questa storia?».
Il signor Hardman stava fissando il foglietto. Dopo un po’, riuscì a ritrovare un filo di voce.
«Incredibile! Straordinario. Preferirei senz’altro che non nascesse uno scandalo. Le do carte blanche, monsieur Poirot. Sono certo della sua discrezione».
Il passo successivo di Poirot fu quello di chiamare un tassì e di ordinare all’autista di condurci al Carlton. Quando ci arrivammo, chiese di parlare con la Contessa Rossakoff. Pochi minuti dopo ci fecero entrare nell’ appartamento che la dama russa occupava. Lei ci venne incontro a mani tese, avvolta in un magnifico negligée di uno strano tessuto a disegni barbarici.
«Monsieur Poirot!» esclamò. «Ci è riuscito? Ha potuto chiarire la posizione di quel povero ragazzo?».
«Madame la comtesse, il suo amico, il signor Parker non corre assolutamente alcun rischio di essere arrestato».
«Oh, è davvero un uomo intelligente, lei! Magnifico! E come ha fatto in fretta, oltre a tutto!».
«D’altra parte avevo promesso al signor Hardman che i gioielli gli sarebbero stati restituiti oggi stesso».
«E allora?».
«Di conseguenza, madame, le sarei estremamente obbligato se volesse consegnarmeli senza indugio. Sono davvero spiacente di doverle fare tanta fretta ma ho un tassì giù alla porta dell’albergo… nel caso fossi costretto a recarmi a Scotland Yards; e, noi belgi, madame, abbiamo un carattere molto parsimonioso!».
La contessa aveva acceso una sigaretta. Per qualche secondo rimase seduta dove si trovava, perfettamente immobile, soffiando dalle narici ii fumo che si alzava in sottili volute nell’aria, e fissando senza batter ciglio Poirot. Infine scoppiò in una risata e si alzò. Si avvicinò a uno scrittoio, aprì un cassetto e ne tirò fuori una borsa di seta nera che lanciò, con un gesto elegante, a Poirot. Il suo tono, quando ci rivolse la parola, era garbato, frivolo e privo di qualsiasi emozione.
«Noi russi, al contrario, siamo prodighi» disse. «E per praticare la prodigalità, disgraziatamente ci vuole denaro. Non occorre che guardi nella borsa. Ci sono tutti».
Poirot si alzo in piedi.
«Mi congratulo con lei, madame, per la sua intelligenza e prontezza».
«Ah! Cos’altro potevo fare, dal momento the ha il tassì alla porta».
«È troppo gentile. Rimarrà a lungo a Londra?».
«Temo di no… per colpa sua».
«Accetti le mie scuse».
«Forse ci incontreremo ancora… chissà».
«Me lo auguro».
«Io… no!» esclamò la contessa con una risata. «È un gran complimento che le faccio, dicendo questo… ci sono pochi uomini al mondo di cui io abbia paura. Addio».
«Addio, madame la comtesse. Ah, scusi… dimenticavo! Mi permetta di restituirle il portasigarette».
Con un inchino, le porse il piccolo astuccio nero che avevamo trovato nella cassaforte. Lei lo prese senza mutare affatto la sua espressione… si limitò solo ad alzare leggermente un sopracciglio e a mormorare: «Capisco!».
«Che donna!» esclamò Poirot, in tono pieno di entusiasmo, mentre scendevamo le scale. «Mon Dieu, quelle femme! Non una parola di protesta, non un tentativo di bluff! Una rapida occhiata e ha saputo misurare in pieno la sua posizione. Ascolti quel che le dico, Hastings: una donna che sa accettare la sconfitta a questo modo… con un sorriso così noncurante… farà molta strada! È pericolosa, ha nervi di acciaio, è…» inciampo, rischiando di cadere.
«Se provasse a moderare un po’ il suo entusiasmo e a guardare dove mette i piedi, forse sarebbe meglio!» provai a suggerirgli. «Quando ha cominciato a sospettarla?».
«Mon ami, è stato il guanto con il portasigarette… il doppio indizio,vogliamo chiamarlo cosi?… che mi ha lasciato perplesso. Bernard Parker poteva aver lasciato cadere facilmente, e senza accorgersene, o l’uno o l’altro dei due oggetti, ma era un po’curioso che li avesse perduti tutti e due! Ah, no, sarebbe stato un po’ troppo! Al tempo stesso, se qualcuno fosse andato a piazzarli nella cassaforte per incriminare Parker, uno solo poteva essere più che sufficiente… o il portasigarette o il guanto… non tutti e due, lo ripeto ancora una volta! Così, sono stato costretto a concludere che uno di quei due oggetti non apparteneva a Parker. In principio ho immaginato che fosse suo il portasigarette, e il guanto no. Ma quando ho scoperto l’altro guanto dello stesso paio, ho capito che si trattava del contrario. E allora, di chi era quel portasigarette? Non poteva certo appartenere a lady Runcorn, questo era evidente! Le iniziali non corrispondevano. Il signor Johnston? Poteva essere suo, soltanto nel caso che si fosse presentato qui da noi sotto falso nome. Dopo aver parlato con il suo segretario, e mi è stato subito chiaro che si trattava di una persona al di sopra di ogni sospetto. Non avevo notato nessuna reticenza da parte sua quando abbiamo accennato al passato del signor Johnston. La contessa, allora? A quanto avevo sentito dire, pareva che avesse portato con sé dalla Russia qualche gioiello: le sarebbe bastato togliere le pietre preziose dalle montature e non so se, in seguito, sarebbe stato possibile identificarle. Cosa c’era di più facile che prendere uno dei guanti lasciati in anticamera da Parker e metterlo nella cassaforte? Ma, bien sur, non aveva certo intenzione di lasciarci cadere anche il proprio portasigarette!».
«Se l’astuccio era suo, perché c’erano copra le iniziali B.P.? Quelle della contessa sono V.R.».
Poirot mi rivolse un angelico sorriso.
«Infatti, mon ami; ma nell’alfabeto russo, V scrive B, mentre R si scrive P».
«Accidenti! Non poteva certo aspettarsi che lo indovinassi! Non so il russo, io!» «Neanch’io l’ho mai saputo, Hastings. Ecco perché ho comperato quella grammatica e ho richiamato la sua attenzione sui rudimenti di quella lingua».
Sospirò. «Una donna straordinaria. Ho la sensazione, amico mio…una sensazione molto precisa… che la incontrerò di nuovo. Ma chissà dove?».

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