ALBERTO BERTINO La pedagogia del bastone

[La scuola e noi, 1 febbraio 2022]

Scrivo per manifestare un disagio, come pratica igienica che mi liberi dall’imbarazzo.

Non ho capito perché si prendano a manganellate gli studenti. Lo so che è sempre stato così e sempre ha sortito benefici effetti sull’ordine pubblico e sulla lotta contro l’analfabetismo, lo so. Tuttavia, manifestare per la morte di Lorenzo Parelli, schiacciato da una putrella di 150 chili, perché sta lavorando gratuitamente in uno stage entro un percorso di formazione professionale, non mi sembra una cosa stravagante.

Non ho capito perché l’incidente occorso a Parelli Lorenzo, di anni diciotto, non abbia determinato l’immediata sospensione di tutte le attività – stage, tirocini, pcto – avviate nelle scuole della Repubblica, in attesa di una puntuale verifica delle condizioni di sicurezza in cui le medesime trovino svolgimento. Lo so che sarebbe una complicazione, mentre lasciar passare il tempo, lasciare che le polemiche si attutiscano, contare sull’acquiescenza dei docenti, ha sempre garantito magnifiche sorti e progressive, lo so. Tuttavia, un ragazzo è morto perché, andando a scuola, ha fatto uno stage.

Non ho capito perché insegno Educazione civica. Lo so che l’insegnamento trasversale di 33 ore annue è spalmato su tutto il Consiglio di classe al fine di non pagare nessuno, con grande risparmio per le finanze pubbliche e soddisfazione per gli incauti sperimentatori di soluzioni innovative a costo 0, lo so. Tuttavia, anche solo sfiorando cautamente la Costituzione, i Diritti umani, civili, dell’individuo, del lavoro, raccontando e studiando la Storia e la Letteratura, e molto più semplicemente dimostrando con il mio lavoro e la mia presenza il valore civico della scuola pubblica e democratica aperta a tutti, contraddico quello che accade nel mondo reale.

Non ho capito perché un poliziotto abbia piacere a picchiare. Lo so che Pasolini ha spiegato qual è la posizione giusta da assumere, e che non se ne può più di questi figli-di-papà che frequentano i licei, lo so. Tuttavia, vedere un adulto che freme nel colpire un adolescente o una ragazzina (scusami), armati di zainetto e giovinezza, di senso del dovere democratico e consapevolezza di essere nel giusto, non pone nessun dubbio da che parte stare.

Non ho capito perché il ministro Bianchi non difenda gli studenti. Lo so che il suo scopo è tenerli al sicuro nelle ariose (le finestre sono aperte) aule scolastiche, dove per 6 ore possono stare seduti a meno di un metro di distanza dall’altra mascherina Ffp2 del compagno (visto che lo spazio per il distanziamento nelle aule non c’è), per evitare che vadano in giro ad infettare ed infettarsi. Lo so che la scuola è un ambiente sterile, microbiologicamente puro, lo so. Tuttavia, impedire che studenti maggiorenni muoiano a causa di attività scolastiche e minorenni vengano manganellati da pubblici ufficiali, credo le competa, signor ministro. Come credo competa alla ministra Lamorgese scoprire perché i poliziotti (alcuni? tutti?) NON sono addestrati a fronteggiare innocui studenti disarmati.

Non ho capito perché non ci occupiamo dei giovani. Lo so che vogliono tutto e subito, che sono iperconnessi, non leggono, sono narcisisti e bulli, e vivono nell’eterno presente dell’hic et nunc, lo so. Tuttavia, sarebbe compito degli adulti e dei vecchi – che leggono e riflettono, che sono generosi e solidali, grazie al loro forte spirito di comunità e del bene pubblico, che scovano su internet tutto lo scibile senza rimanere impigliati nella rete, che conoscono la storia – non lasciare un deserto a chi adesso sta crescendo.

Non ho capito perché l’ordine debba essere garantito dalla violenza. Lo so… No. Questo proprio non voglio saperlo.

«Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene.» (Giovanni Verga, I Malavoglia, 1881)

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