ANDREA CAMILLERI L’odore del diavolo

[da Un mese con Montalbano]

La signora Clementina Vasile Cozzo era un’anziana ex maestra, paralitica, che aveva aiutato in diverse occasioni il commissario Montalbano. Tra loro era nata qualcosa di più che un’amicizia: il commissario, che aveva perso la madre quand’era picciliddro, provava una specie di sentimento filiale. Spesso Montalbano, dopo essere andato a farle visita, si tratteneva a pranzo o a cena, la cucina della càmmarera Pina prometteva bene e manteneva sempre meglio.
Quel giorno avevano finito di pranzare e stavano pigliando il caffè, quando la signora disse:
«Lo sa che la mia maestra delle elementari è ancora viva e vegeta?» «Davvero? Quanti anni ha?» «Novantacinque, li fa proprio oggi. Ma se la vedesse, commissario! Lucidissima, perfettamente autonoma, cammina come una picciotta. Pensi che almeno una volta al mese mi viene a trovare, e dire che abita vicino alla vecchia stazione.» «A piedi?!» si meravigliò il commissario.
Effettivamente, c’era un bel tratto di strada.
«Oggi però ci vado io a trovarla, per due ragioni. Mi ci porta mio figlio e poi mi viene a ripigliare. Qui a Vigàta siamo rimasti una decina di suoi vecchi scolari, è diventata una consuetudine ritrovarci tutti in casa di Antonietta, si chiama Antonietta Fiandaca, per festeggiare il suo compleanno. Non si è mai voluta sposare, è sempre stata una fìmmina sola. Per sua scelta, badi bene.» «E l’altra?» «Quale altra? Non capisco.» «Signora Clementina, lei m’ha detto che andava a trovare la sua ex maestra per due ragioni. Una è il compleanno. E l’altra?» La signora Clementina fece un’evidente faccia di circostanza, era chiaramente esitante. «Il fatto è che sono tanticchia imbarazzata a parlarne.
Ecco, Antonietta ieri mi ha telefonato per dirmi che ha sentito nuovamente il feto del diavolo.» Il commissario capì subito che la signora non stava parlando in metafora, si riferiva al diavolo diavolo, quello con le corna, il piede caprino e la coda. Sulla facenna che un diavolo di questo tipo facesse feto, ossia mandasse cattivo odore, Montalbano lo sapeva per lettura e per tradizione orale, vale a dire per i racconti che gli faceva sua nonna. Però davanti alla serietà della signora Vasile Cozzo gli venne di sorridere.
«Guardi, commissario, che è una cosa seria.» Montalbano incassò il rimprovero. «Perché m’ha detto che la sua ex maestra ha sentito “nuovamente”? È già capitato?» «Piglio la cosa dal principio, che è meglio. Dunque, Antonietta era di famiglia assai ricca, faceva la maestra non perché ne avesse di bisogno, ma perché già da allora aveva idee evolute. Poi il commercio che faceva suo padre andò male. A farla breve, lei e sua sorella Giacomina si spartirono comunque un’eredità discreta. Tra l’altro, ad Antonietta toccarono due villini, uno in campagna, in contrada Pàssero, e uno qui, a Vigàta. Quello di qua è una delizia, l’ha mai visto?»
«Si riferisce al villino in stile moresco a una decina di metri dalla vecchia stazione?» «Sì, quello. È dell’architetto Basile.»
Non solo il commissario l’aveva visto, ma più di una volta si era fermato a taliàrlo, ammirandone l’aerea grazia.
«Antonietta, una volta andata in pensione, amava stare il più a lungo possibile nel villino di campagna, che teneva tirato a lucido e che aveva arredato con mobili di valore. Il giardino, poi, pareva quello di una casa inglese. Lei passava le giornate dando ripetizioni ai figli dei vicini. Quando veniva l’inverno vero, scendeva in paìsi. Questo fino a due anni avanti che lei, commissario, arrivasse a Vigàta.» «Che successe?» «Una notte s’arrisbigliò per una rumorata della quale non capì la causa. Com’è naturale, pinsò ai ladri. Sul comodino teneva una specie di citofono collegato con la casetta del custode che ci abitava con moglie e figli. Il custode arrivò in cinque minuti, armato. Nessuna porta sfondata, nessun vetro di finestra rotto. Se ne tornarono a dormire. Appena dintra al letto, Antonietta principiò a sentire il feto. Era una puzza insopportabile di zolfo abbrusciato ammiscato con miasmi di cloaca. Pigliava allo stomaco, faceva vomitare. Antonietta si rivestì e, non volendo nuovamente arrisbigliare il custode, passò il resto della nottata in una specie di gazebo che c’era in giardino.» «Questo feto c’era ancora quando col giorno tornò dentro?» «Certo. Lo notò macari la moglie del custode ch’era andata a puliziare la casa. Debole, ma c’era ancora. «Capitò altre volte?» «E come no! Antonietta fece svuotare il pozzo nero, sgombrare il tetto morto, mettere in ordine in cantina. Niente. Il feto tornava sempre. Poi capitò qualche cosa di diverso.»
«E cioè?» «Una notte, dopo che il feto l’aveva obbligata a rifugiarsi nel gazebo, sentì provenire dall’interno del villino rumori spaventosi. Quando ci entrò, vide che tutti i bicchieri, i piatti, erano stati fracassati scagliandoli contro i muri. E ci fu ancora di peggio. Dopo due mesi di questa vita che oramai la sera Antonietta se ne andava a dormire nel gazebo, tutto finì di colpo, così com’era principiato. Antonietta tornò a passare le nottate nel suo letto. Dopo una quinnicina di giorna che tutto pareva tornato normale, capitò quello che capitò.» Il commissario non spiò niente, era interessatissimo.
«Antonietta abitualmente dorme sul dorso. Faceva caldo e aveva lasciato la finestra spalancata. Venne svegliata da qualcosa che pesantemente le era caduto sulla pancia. Aprì gli occhi e lo vide. «Chi?» «Il diavolo, commissario. Il diavolo nella forma che aveva deciso d’assumere.» «E che forma aveva?» «Di un animale. A quattro zampe. Con le corna. Fosforescente, gli occhi rossi, soffiava e mandava uno spaventoso feto di zolfo e di cloaca. Antonietta lanciò un grido e svenne. Aveva gridato tanto forte che accorsero il custode e la moglie, ma non trovarono traccia dell’immondo animale. Dovettero far venire il medico, Antonietta aveva la febbre forte per lo scanto e delirava. Quando si rimise, disperata e terrorizzata, chiamò padre Fulconis.» «E chi è?» «Suo nipote, che è parrino a Fela. Giacomina, la sorella, che si era maritata con un medico, il dottor Fulconis, aveva avuto due figli: il prete, Emanuele, e Filippo, un degenerato, un giocatore accanito che ha fatto morire di crepacuore la madre e ne ha dilapidato il patrimonio. Don Emanuele, a Fela, si era fatto la fama d’esorcista. E per questo Antonietta lo chiamò, sperando che gli liberasse la casa.» «E ci riuscì?» «Macché. Appena arrivato, il parrino stava per svenire, aggiarniò tutto che pareva morto, disse che sentiva fortissima la presenza del Maligno. Dopo volle essere lasciato solo nella villa, fece allontanare macari il custode e la sua famiglia. Passati tre giorni che non dava notizie, Antonietta si preoccupò e avvertì i carrabinera. Trovarono padre Fulconis con la faccia gonfiata di botte, zoppo di una 4 gamba, più in là che qua. Riferì che più volte gli era comparso il diavolo, che avevano combattuto, ma non ce l’aveva fatta, aveva avuto la peggio. In conclusione, Antonietta si trasferì qua a Vigàta e fece sapere che aveva l’intenzione di mettere in vendita la villa. Ma la notizia del diavolo che l’abitava era venuta a conoscenza di tutti, nessuno voleva accattarla. Finalmente si fece avanti una persona di Fela, se la comprò per quattro soldi, una miseria. Ci fece un ristorante a piano terra e trasformò le càmmare di sopra in una bisca clandestina. Poi i carrabinera la chiusero. Il seguito non lo so, non m’importa, tanto la villa non è più di Antonietta. L’avranno comprata altri. E sa una cosa? Io questa storia del diavolo l’ho conosciuta a cose fatte, quando Antonietta aveva già venduto il villino.» «Perché, se l’avesse saputo a tempo, lei, signora, che avrebbe fatto?» «Mah, a pensarci a mente fredda, non avrei saputo che fare, che consigliarle. Però mi è venuta una raggia! E ora la storia sta ricominciando para para. Io mi scanto che la povera Antonietta, anziana com’è, non ne riceva un danno solo finanziario.» «Si spieghi meglio.» «Mah, non ci sta più con la testa. Mi ha fatto discorsi strambi, preoccupanti. “Ma che vuole il diavolo da me?” mi ha domandato l’altro giorno.» Si era fatto tardo, il commissario doveva tornare in ufficio.
«Mi tenga informato, mi raccomando» disse alla signora.
Quando la signora Clementina venne a conoscenza che la sua vecchia maestra, a seguito di un intensificarsi della manifestazione diabolica di zolfo e miasmi, era stata costretta a passare due nottate assittata sullo scalino davanti alla porta, le mandò la cammarera Pina con un biglietto e la persuase a venire a dòrmiri a casa sua.
La signorina Antonietta perciò di giorno tornava al villino e quando calava lo scuro si spostava di casa.
Di questo cangiamento d’abitudini della signorina, Clementina Vasile Cozzo diede telefonico ragguaglio al commissario. Convennero che si trattava della soluzione migliore, dato che era evidente che il diavolo non amava la luce del sole e che di notte cominciava a fètere solo in prisenza della vecchia maestra.
Due giorni appresso però Montalbano telefonò di matina alla signora Clementina.
«La signorina Antonietta è ancora da lei?» «No, è già tornata a casa sua.» «Bene. Posso passare in matinata? Ho necessità di parlarle.» «Venga quando vuole.»

La signorina Antonietta alle sette e mezzo di sira cenava (si fa per dire, perché un passero mangiava più di lei), poi si preparava le cose per la notte, le metteva dintra a un borsone e s’incamminava verso l’abitazione della sua ex allieva.
Quella sera il telefono squillò che aveva appena finito di cenare.
«Pronto, Antonietta? Stavi venendo da me?» «Sì.» «Senti, sono addolorata, non sai quanto mi dispiace, ma è arrivato all’improvviso un mio nipote dall’Australia. Per stasera e per domani non ti posso ospitare.» «Oddio, e adesso dove vado?» «Resta a casa. Speriamo che non succeda niente.»
La prima notte non capitò infatti niente, ma la signorina Antonietta non dormì lo stesso per lo scanto di sentire il feto del diavolo.
La seconda notte invece il diavolo si manifestò e il primo a vederlo fu il commissario che se ne stava rannicchiato nella sua macchina ferma a poca distanza dall’ingresso posteriore del villino. Il Maligno raprì cautamente la porta, trasì, stette in casa manco un minuto, niscì nuovamente, richiuse, fece per avviarsi verso la sua auto.
«Mi scusi un momento.» Sorpreso dalla voce che gli era arrivata di spalle, il Diavolo sobbalzò, lasciò cadere la boccettina che aveva in mano. Non era stata tappata bene e il liquido si sparse per terra.
«Lei è certamente il diavolo» fece Montalbano «lo riconosco dalla puzza che sta facendo.» Poi, non sapendo come si fa a trattare con una presenza soprannaturale, per il sì e per il no, gli mollò un poderoso pugno sul naso.
«Mi ha confessato che era assillato dai debitori, giocava e perdeva. Così gli venne in mente di ripetere quello che aveva fatto anni fa col villino di campagna. Quelli che se l’accattarono per un decimo del valore reale erano d’accordo con lui. Ora si era appattato con altri, avrebbe costretto la zia a vendere anche il villino di Vigàta.» «Io lo sapevo» fece la signora Clementina «che questo nipote Filippo era un delinquente. Lei mi dice che il feto del diavolo era una composta chimica che si era 6 fatta fare e mi sta bene. Ma come mi spiega la faccenda dell’animale diabolico, luminoso, che la pòvira Antonietta si vitti sulla pancia? E come mai il fratello prete, Emanuele, disse che si era malamente scontrato col diavolo?» «L’animale diabolico era un gatto, spalmato con una pasta fosforescente e con un paro di corna di cartone attaccate in testa. In quanto al parrino, non si scontrò col diavolo, ma con suo fratello Filippo. Aveva capito tutto e voleva dissuaderlo.» «E si fece complice? Un prete?!» «Non lo giustifico, ma lo capisco. Filippo, per i debiti, era minacciato di morte.» «E ora che si fa? Si racconta tutto ad Antonietta? Se viene a sapere che è stato suo nipote ad architettare la cosa, ne morrebbe di dolore, come la sorella.» Montalbano ci pinsò sopra.
«Io un’idea ce l’avrei» fece.
«Aspetti, prima di dirmela. Come faceva Filippo a sapere quando Antonietta avrebbe dormito nel villino?» «Un complice, che l’informava degli spostamenti. Me ne ha fatto il nome.» «Mi dica la sua idea.»
Chiamato dalla zia Antonietta, che lo fece su pressante suggerimento della signora Clementina, arrivò di corsa a Vigàta patre Emanuele Fulconis, l’esorcista. Stavolta travagliò molto bene, gli bastò una sola nottata. La matina appresso, trionfante, annunziò che finalmente ce l’aveva fatta, il diavolo era stato definitivamente sconfitto.
Avevano finito di mangiare le sarde a beccafico, che finalmente il commissario si sentì di fare la domanda che da giorni e giorni si portava appresso.
«Ma lei, signora Clementina, al diavolo ci crede?» «Io? E quando mai! Altrimenti perché le avrei contato questa storia? Se ci avessi creduto, l’avrei contata al vescovo, non le pare?»

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