RICHARD YATES «Papà? Indovina! Ho le mestruazioni!»

Da «Il vento selvaggio che passa», minimum fax, Roma 2020, pp. 465-8

«Il Kansas!», disse Michael al capezzale della moglie, mentre lei, sdraiata, sorseggiava debolmente con una cannuccia del ginger ale da un bicchiere di carta. «Un’incompetenza così goffa la puoi trovare solo nel fottutissimo Kansas».
«Ah, che sciocchezza», rispose lei. «Comunque io lo trovo proprio simpatico».
E lui pensò che si riferisse a uno dei dottori, qualche stronzo del Kansas dal fare paterno che magari le aveva sussurrato qualche parola affabile mentre lei si riprendeva dall’anestesia. «Chi?», volle sapere. «Chi è proprio simpatico?»
«Il bambino», fece lei. «Non trovi che sia un bimbo dall’aria proprio simpatica?»

Lui aveva visto solo, attraverso la vetrata, una testa grinzosa e tentennante che sembrava poco più grossa di una noce, con la bocca stirata in un pianto che non si distingueva dai pianti degli altri neonati tutto intorno.
«Be’, in effetti all’inizio era un po’ cianotico», gli confidò davanti alla vetrata della nursery un’anziana infermiera, che portava la mascherina sterile sotto il mento per indicare che aveva finito il turno. «Quando è arrivato da noi era proprio blu, ma poi lo abbiamo messo nell’incubatrice e si è fatto subito rosa».
Quella notte, cercando di masticare e inghiottire un hamburger troppo cotto in un ristorante che non aveva nemmeno la licenza per servire birra, permise alla sua mente di fare congetture su quei bambini che erano «nati blu». I loro occhi avevano un aspetto strano? Imparavano solo a sorridere e sbavare e balbettare in maniera incoerente, invece che a parlare? Camminavano sbandando un po’ in gruppi ben sorvegliati, e gli veniva insegnato scrupolosamente a tenersi per mano quando dovevano attraversare una strada? Intrecciare canestri era il massimo che ci si poteva aspettare da loro in fatto di risultati formativi?
Sì, ma d’altra parte quell’infermiera certo non sarebbe stata così allegra nel riferire che questo particolare bambino blu si era «fatto subito rosa»; probabilmente non gli avrebbe detto nulla della cianosi se non avesse avuto intenzione di rassicurarlo con la notizia che il bambino aveva ripreso colore.
Eppure, mentre pagava il conto, usciva da quello schifo di ristorante e tornava a casa, era disposto ad ammettere che avrebbe voluto una femmina. Certo, si diceva che avere un maschio fosse splendido — c’erano addirittura uomini che non si peritavano di manifestare la loro delusione alla nascita di figlie femmine, e che riservavano tutta la loro primordiale esultanza per i figli maschi — ma quella notte Michael non si sentiva all’altezza di quelle stronzate da Antico Testamento.
Le femmine erano… be’, più simpatiche dei maschi; questo lo sapevano tutti. Con una bambina non dovevi far altro che lanciarla in aria e abbracciarla e baciarla e dirle quanto era carina. Anche quando si faceva troppo grande per prendertela a cavalluccio sulle spalle potevi sempre portarla allo zoo e comprarle un sacchetto di popcorn caramellati e un palloncino (dovevi sempre legarle lo spago intorno al polso in modo che non vo lasse via), o potevi accompagnarla a una rappresentazione pomeridiana di Capobanda e vedere il suo faccino triste trasfigurato dal rapimento totale davanti a tutte le meraviglie inaspettate sul palcoscenico. Poi venivano gli anni della tenerezza struggente: una volta Laura, quando aveva tredici anni, e forse dietro consiglio di sua madre, gli aveva telefonato da Tonapac per dire: «Papà? Indovina! Ho le mestruazioni!».
E certo, ovviamente più in là potevano arrivare i guai: una ragazza era capace di sviluppare un’abilità straziante, quasi letale, nelle tattiche per sconvolgere suo padre; poteva restarsene a languire dentro casa per mesi, costringerti a minacciarla per indurla a rifarsi il letto, senza riuscire mai — per Dio sa quale ragione — ad andare oltre pagina 98 di qualunque accidenti di libro facesse finta di leggere. Nondimeno, anche nei momenti peggiori come quelli, ci sarebbero sempre stati indizi che alla fine sarebbe andato tutto bene. Una femmina era capace di tirarsi fuori da quasi ogni genere di crisi perché le femmine avevano una resilienza sorprendente. Erano aggraziate; erano svelte e in gamba.
Ma, oh Gesù, che rottura di scatole poteva essere un maschio. Se all’ora di andare a letto fingevi di allenare al pugilato un bimbo in pigiamino con la patta dietro, poteva darsi che lui si aspettasse di essere soprannominato «Picchiaduro», e si sarebbe imbronciato e messo a piangere se ti dimenticavi di chiamarlo con quel nome. A nove o dieci anni ti avrebbe dato il tormento per farti andare con lui nel giardino dietro casa e farsi insegnare a lanciare una palla da baseball, che tu fossi pratico di lanci oppure no; poi ci sarebbero state gagliarde attività all’aperto per padri e figli, organizzate dal corpo dei vigili del fuoco o dall’Associazione reduci «li guerra, dove magari ti saresti trovato a non saper cosa elite alt vi padri o a merdine dei loro figli.
A sedici anni o giù di lì, se avesse cominciato a trasformarsi in uno di quei ragazzi seriosi e intellettualoidi, avrebbe voluto discettare con te di onore e integrità e coraggio morale finché non cominciava a girarti la testa per tutte quelle astrazioni; o peggio, sarebbe diventato un giovinastro scostante, dinoccolato, che sputava sempre e parlava di rado se non per monosillabi, e il cui unico interesse al mondo erano le auto.
In un modo o nell’altro, era quasi certo che, una volta in età da college, si sarebbe affacciato alla porta di una stanza dove tu stavi cercando di lavorare un po’ e avrebbe detto: «Pa’? Lo sai quanto alcol ti sei messo in circolo oggi? Lo sai quanti pacchetti di sigarette hai fumato? Be’, senti: secondo me stai cercando di ammazzarti. E ti voglio dire una cosa: se hai intenzione di ammazzarti vorrei tanto che ti spicciassi a farla finita. Perché, in tutta onestà, non è per te che mi preoccupo. E per mamma».
Oh, cazzo; e c’erano ancora altre possibilità troppo spaventose per prenderle in considerazione. E se, in risposta a qualcosa che gli sembrava buffo, tuo figlio avesse preso l’abitudine di dire «Adorabile», oppure «Ah, che delizia»? E se avesse preferito gironzolare per la cucina con una mano sul fianco, raccontando a sua madre della meravigliosa serata che aveva trascorso con i suoi amici in un nuovo locale carinissimo giù in città e si chiamava Art Déco?