LUCA PISAPIA La possibilità di cui continuiamo a meravigliarci

[Jacobin Italia, 26 novembre 2020]

Maradona è stato e sarà molto più del più grande giocatore della storia del pallone, molto più di un ribelle sempre a fianco degli ultimi della terra. È stata l’ipotesi di tutto quello che poteva essere. Diego è un sentiero, a noi è dato solo di percorrerlo

L’ultima trasformazione della grande opera si è conclusa, la sostanza ha perso la sua forma e si è fatta impalpabile: il pibe de oro si è trasformato in una lágrima de oro. La materia che prima era confinata in un piede sinistro incantato si è liberata nell’acqua che è ovunque e tutto circonda, Diego sarà sempre noi. Intorno a noi, dentro di noi. In questo maledetto anno duemilaeventi dove non è nemmeno possibile dare colpa all’amore per le miserie del mondo, possiamo solo piangere lacrime dorate. Perché Diego è stato e sarà molto più del più grande giocatore della storia del pallone, molto più di un ribelle sempre a fianco degli ultimi della terra. È stata l’ipotesi di tutto quello che poteva essere, è la possibilità per cui continuiamo a meravigliarci.

Le fotografie sono tante, troppe, infinite. Appartengono a quel piano dell’opera d’arte in cui tutti si riconoscono e di cui tutti sono autori, insieme. Diego è una collettività, una moltitudine. 

Sono i sette palleggi e la palla scagliata verso il cielo il 5 luglio 1984, quando davanti a ottantamila persone assiepate ovunque nello stadio San Paolo si presenta a Napoli. La rivelazione come annuncio della rivoluzione. È l’abbraccio ancora giovane con Fidel Castro, il simbolo della grande rivolta dell’America Latina, la scelta di cuore prima ancora che di campo, la volontà di schierarsi con gli ultimi della terra contro i padroni del mondo. E del pallone. È il fallo di Andoni Goikoetxea al Camp Nou di Barcellona il 24 settembre 1983, in cui l’argentino si rompe la caviglia. È il calcio di punizione a due, da dentro l’area, che si infila all’incrocio dei pali il 5 novembre 1985 nella partita vinta 1-0 contro la Juventus. Come il calabrone che per le leggi della fisica non potrebbe volare, ma non lo sa e quindi si libra nell’aria, così quel pallone non sarebbe mai potuto entrare in rete, ma nessuno lo sapeva, e quindi è entrato. È il gol più bello di sempre, per gesto tecnico e difficoltà balistica. 

È quel hijos de puta urlato in faccia alle telecamere l’8 luglio 1990 allo Stadio Olimpico di Roma. È il suo urlo di guerra, il suo grido di dolore, è rivolto al pubblico italiano che fischia il suo inno nazionale prima della finale di Coppa del Mondo tra Argentina e Germania, alle alte sfere della Fifa che quella finale gli scippano, all’umanità tutta che famelica sta cominciando a sbranarlo. Altro che politici e cantanti, personaggi equivoci e amicizie instabili, facile giudicare sempre gli altri. Diego lo abbiamo divorato noi, tutti noi ne abbiamo voluto e preteso un pezzetto. E lui non ci ha mai detto di no. Quel grido di dolore, quell’implorazione, a farci attenzione risuona ancora oggi tra le pareti dello Stadio Olimpico di Roma. Da quel giorno, per sempre vuoto.

Sono gli occhi che ridono con cui alza al cielo la Coppa del Mondo il 29 giugno 1986, portato in trionfo dai suoi compagni allo Stadio Atzeca di Città del Messico. Gli occhi assenti che pochi anni dopo fissano un punto indefinito in una festa di Natale con la squadra del Napoli, al suo fianco Careca, immortalati per un tempo che pare infinito nello splendido documentario di Asif Kapadia. Occhi spenti, immobili, inebetiti, mentre intorno a lui tutti si accalcano per strappare un pezzo della divinità e cibarsene. Sono gli occhi increduli del bambino innamorato che rincorre il pallone nella baraccopoli di Villa Fiorito, malandato quartiere della periferia sud di Buenos Aires senza acqua, elettricità e linee telefoniche, gli occhi spiritati con cui corre verso la telecamera dopo avere segnato un gol alla Grecia il 21 giugno 1994. Giocò e vinse, pisciò e fu sconfitto, ha scritto un poeta.

Creatura mitologica, demiurgo che ha dovuto mediare tra la ferocia degli uomini e la miseria degli dei, Diego è semplicemente umano. Ha tradito il suo primo amore e ha tradito il figlio nato da quel tradimento, ha tradito sé stesso per non tradire il suo pubblico, cui doveva per forza donare felicità. E tutti noi pubblico infame vogliamo sempre un pezzetto di felicità, a costo di strapparcela l’uno con l’altro, a costo di divorarla e di lasciarne solo miseri brandelli. Diego si è lasciato prendere, si è dato a noi perché lui era noi e noi potessimo essere lui. Con generosità, con splendore. El diez si è fatto dilaniare dagli uomini per amore degli uomini, perché la rivolta è sempre un atto di amore. 

Contro ogni moralismo e rifuggendo ogni manierismo, Diego non è mai stato il talento divino al servizio dell’umano. Ha corso e si è allenato, ha sofferto e si è rialzato, ha costruito con disciplina un corpo e una mente che gli permettessero di resistere all’assalto dei difensori e di abbandonarsi al piacere dei vizi. Si è semplicemente fatto i cazzi suoi, quando voleva e quando poteva, quando lo obbligavano e quando lo adulavano. Ci ha sbattuto in faccia le sue pellicce e i suoi sigari, i suoi soldi e le sue insofferenze, con la stessa grazia e tenerezza con cui mostrava timido il suo tatuaggio di Che Guevara o la sua solidarietà con le rivoluzioni bolivariane. Con la stessa umiltà e rispetto con cui ha incontrato e sostenuto le Abuelas de Plaza de Mayo, madri che nel suo sorriso bambino ritrovavano i loro figli strappati dalla dittatura.

Le fotografie sono tante, troppe, infinite. Sono istantanee che non si possono guardare, a cui si può solo aderire. Diego non va raccontato, va percepito. Diego è un culto pagano, un rito collettivo. 

Diego è la foto replicabile all’infinito e da qualsiasi angolazione scattata il il 22 giugno 1986 allo Stadio Azteca di Città del Messico, a metà pomeriggio, cinque minuti dopo avere segnato il gol a pugno chiuso con cui rivendica il diritto ad abitare la terra espropriata dal potere coloniale, che sia un’isola, una montagna, un continente, il mondo intero. Perché Diego non ha mai indossato il frac come Pelé, non ha mai occupato scrivanie come Platini, è sceso in piazza contro i trattati di libero commercio, ha insultato presidenti degli Stati uniti che facevano la guerra e ha litigato con un Papa che predicava la povertà e si circondava di lussi.

È la partita tra Argentina e Inghilterra, cinque minuti dopo la mano de dios, il pugno alzato al cielo in quello stadio che alcuni raccontano sia stato costruito colando tonnellate di cemento sopra un immenso cimitero di nativi, di popoli fieri come Maya e Aztechi massacrati dall’uomo bianco. Cinque minuti dopo, Diego riceve palla nella sua metà campo e comincia a danzare. È una danza fuori tempo e fuori sesto, improvvisata, sconclusionata. È una danza il cui ritmo è scandito dai tamburi della riscossa e il cui percorso è segnato dal sangue degli indigeni sepolti sotto il rettangolo verde. Diego segue mistiche linee temporanee che attraversano la terra e guidano il cammino degli uomini, caracolla tra gli avversari come fossero sepolcri seguendo il tracciato indicato dai nativi che lo guidano dalle viscere della terra, tocca la palla undici volte, supera cinque avversari, percorre tutto il campo a una folle velocità rallentata e deposita il pallone in rete. 

È lo scatto di uno dei mille fotoreporter assiepati davanti all’ingresso del reparto di rianimazione di un ospedale di Buenos Aires, il 13 aprile 2007, è uno dei mille ricoveri d’urgenza cui è sottoposto Diego dopo che ha smesso di giocare a pallone. Gonfio, grasso, cianotico, iperteso. È quella tuta azzurra di flanella con cui si allena, corsa, stretching, piegamenti, tra gli sguardi increduli dei passanti e delle macchine di un parcheggio di Acerra, paese della periferia napoletana, in un giorno di dicembre del 1984. In un campo di fango poco più in là si gioca una partitella per raccogliere dei soldi, per aiutare un ragazzino che deve affrontare una difficile operazione. Diego si presenta, gioca. Il bambino si opera, vive. Giocò e vincemmo, lo facemmo pisciare e fummo sconfitti.

Rovinato dalla sua generosità, vittima delle sue umane contraddizioni e delle nostre celestiali devozioni. Ogni volta che Diego si è tolto un pezzo di felicità per donarcela noi l’abbiamo consumata con foga, senza mai accorgerci che lui era noi e quella felicità era già nostra: dentro di noi. Diego ha assunto dentro di sé tutte le possibili contraddizioni perché a noi di lui rimanesse solo la dolce bellezza, la grazia infinita. E adesso che Diego non c’è più ci sentiamo tutti un po’ più soli, e tristi. Poi d’improvviso siamo circondati da un calore ancestrale e ci rendiamo conto che è ancora qui, intorno a noi, nelle nostre lacrime. E torniamo a ridere, e a meravigliarci. Diego è un’ipotesi, una possibilità. Diego è un sentiero, a noi è dato solo di percorrerlo. E allora è tempo di rimettersi in cammino, scendendo per le strade e piangendo lacrime dorate.