CONSTANZE REUSCHER Abbandonati in strada senza un’alternativa

[Die Welt, Germania, tradotto da Internazionale 1292, 1 febbraio 2019]

II centro d’accoglienza di Castelnuovo di Porto è stato chiuso all’improvviso. Alcuni ospiti sono stati trasferiti, altri sono rimasti senza un alloggio. Il reportage della Welt

Fa freddo, la temperatura sfiora lo zero, e il vento soffia da nord nella valle attraversata dal Tevere vicino a Roma, quando due uomini e una donna neri si mettono in cammino. La giovane nigeriana, che non vuole dire il suo nome, ha i piedi nudi e indossa delle ciabatte infradito. Ha una giacca a ento leggera e un berretto, presi da un pacco della Caritas. Lei e i suoi amici si incamminano per una strada di campagna trascinando pesanti valigie. Hanno il vento contro. Sono appena stati cacciati dal loro alloggio, il centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, un comune alle porte di Roma.

L’ordine di sgombero del centro è arrivato il 20 gennaio, senza preavviso, direttamente dal ministero dell’interno. Dal 22 gennaio ogni giorno un gruppo di persone deve lasciare il centro. Fino a poco tenpo fa qui vivevano 550 persone. È uno dei Cara più grandi d’Italia e ha ospitato fino a mille persone.

Il “decreto Salvini”, come viene chiamato sui giornali italiani, rende più rigide le leggi sulla sicurezza e sull’immigrazione. Prevede ‘espulsione dei migranti irregolari, che in Italia sono più di mezzo milione, ma in realtà non farà che aumentarli, perché non prevede più la protezione umanitaria, una forma di tutela garantita finora alle persone che hanno subito violenze e torture anche nei paesi di transito come la Libia.

I circa 130mila migranti che oggi vivono nei centri di accoglienza e aspettano un permesso di soggiorno pagheranno le conseguenze dall’abolizione della protezione umanitaria e non saranno più tutelati dallo stato. Probabilmente solo una piccola parte di loro, il dieci per cento circa, potrà ottenere asilo. A Castelnuovo di Porto speravano di ottenerlo trecento migranti.

I tre nigeriani non vogliono dire perché sono scappati dal loro paese. Forse hanno paura di essere espulsi, visto che l’Italia ha un accordo di rimpatrio con la Nigeria. Anche loro avevano chiesto la protezione umanitaria, finora ai nigeriani veniva data. Salomon, 25 anni, comincia a dire qualcosa su Boko haram, l’organizzazione terroristica che da anni compie attentati in Nigeria. Il terrore ha messo in fuga milioni di nigeriani. È per questo che i tre sono scappati dal loro paese? La ragazza fissa I’asfalto e resta in silenzio. Andranno da un amico che vive nel vicino comune di Monterotondo e che li ospiterà per tre giorni. Restano ottimisti e sperano in una “vita migliore” in Italia, dice Salomon. Pensano di essersi lasciati il peggio alle spalle. Nel 2016 sono fuggiti dal loro paese. Ci hanno messo nove mesi per arrivare in Libia attraversando il Niger e il Mali. Una notte, nellaprimavera del 2017, si sono imbarcati su un gommone diretto verso l’Europa. La guardia costiera italiana li ha soccorsi nel Mediterraneo. Poi sono arrivati a Castelnuovo di Porto in attesa dei documenti. E ora sono stati cacciati.

Non sanno che senza un permesso di soggiorno nessuno gli affitterà una casa. Senza una residenza non avranno il permesso di soggiorno né troveranno un lavoro, che a sua volta è indispensabile per ottenere i documenti. È un circolo vizioso: senza un tetto e senza un lavoro dovranno nascondersi, diventare invisibili. E poi? La ragazza potrebbe finire nel giro della prostituzione, mentre i due ragazzi potrebbero lavorare in nero in condizioni di semi-schiavitù o mettersi al servizio di qualche spacciatore, sempre che non cadano nelle mani della mafia nigeriana che ormai prospera anche in Italia. Chi critica il decreto Salvini teme che la tesi del ministro – più migranti uguale più criminali – ora possa effettivamente diventare realtà visto che molti stranieri non saranno più protetti dallo stato. I rimpatri annunciati finora non ci sono stati. L’ Italia ha stretto accordi con quattro paesi africani, ma solo la Tunisia collabora. Salvini stesso dice che ci vorrebbero ottant’anni per rimpatriare tutti gli “illegali “.

Gli abitanti di Castelnuovo di Porto sono molto solidali con i migranti. Portano borse e valigie piene di scarpe e indumenti pesanti nella tenda allestita da un’organizzazione di volontariato davanti alla struttura sgomberata. Sara Cipriani sistema maglioni e sciarpe, “le persone devono almeno stare calde”, dice. Mentre riordina le valigie, Brunella Sermoneta racconta di essere ebrea. “Nel 1938 mia madre è dovuta scappare in Svizzera per fuggire alla deportazione”, dice. La politica di Salvini la “disgusta”. La modalità dello sgombero ricorda “i lager nazisti” ha detto in parlamento Roberto Morassut, del Partito democratico, che ha chiesto che il ministro Salvini riferisca al parlamento su quanto è successo.

Partito l’ordine di sgombero, 35 migranti sono stati caricati su dei pullman senza sapere dove sarebbero stati portati. Nella scuola di Castelnuovo di Porto, un paese adagiato su una collina di tufo 35 chilometri a nord di Roma, i banchi dei bambini che vivevano nel Cara sono improvvisamente rimasti vuoti, senza che maestre e maestri ne sapessero nulla.

I francescani di Assisi hanno twittato indignati: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. I migranti sono stati portati via “come bestie”, ha detto il sacerdote della parrocchia locale, José Manuel Torres, protestando davanti alla struttura. In tutta Italia ci sono state manifestazioni di protesta contro la chiusura del Cara. Una parlamentare si è messa davanti a un autobus carico di migranti impedendone per ore la partenza.

A scuola i banchi dei bambini che vivevano nel Cara sono rimasti vuoti

Anche il sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini, è indignato. Come molti cittadini che protestano, non è “uno di sinistra”, in passato ha votato anche a deStra, spiega durante il terzo giorno di sgombero. Ma un esperimento d’integrazione come quello di Castelnuovo non doveva essere spezzato in quel modo. Lo sgombero è stato disumano. Nessuno – autorità, dipendenti comunali, lavoratori, cittadini –è stato avvertito.

I sindacati regionali manifestano davanti al Cara. Se il 31 gennaio il centro sarà smantellato, 120 persone perderanno il lavoro. “Giustizia per i lavoratori, giustizia per i cittadini di Castelnuovo!” , grida un dipendente al megafono. “Il governo non può cancellare cosi dei posti di lavoro”.

La cooperativa Auxilium provvedeva all’assistenza medica e psicologica, alla consulenza legale, ai corsi di lingua e alla formazione professionale. Alcuni migranti lavoravano per la comunità come giardinieri o spazzini.

Il ricollocamento, la ripartizione dei rifugiati in altri paesi europei, funzionava senza intoppi. Delle 8.000 persone arrivate qui dal 2008, 5.000 hanno regolarmente proseguito il loro viaggio verso altre destinazioni.

Nel giovedì santo del 2016 papa Francesco è venuto qui e si è inginocchiato davanti ai migranti per il rituale lavaggio dei piedi. Per i dipendenti di Auxilium la chiusura del Cara è incomprensibile. Alcuni di loro, come il senegalese Alioune Camara, 33 anni, erano riusciti a fare il passaggio da ospiti del centro a dipendenti. Camara ha affittato un appartamento a Castelnuovo di Porto e il resto dello stipendio lo spedisce alla famiglia in Senegal. Ora nemmeno lui sa cosa fare: “Se non trovo un lavoro, dopo dieci anni di vita in regola non potrò più avere i documenti “, dice. Il suo telefono squilla, sullo schermo appare I ‘immagine di un uomo dai capelli bianchi. “Mio padre”, dice Camara scusandosi. “Non sa ancora niente ma deve aver intuito qualcosa”.

Solidarietà diffusa

Dietro la recinzione, nel cortile del centro, sono parcheggiati due autobus turistici. I migranti caricano a bordo sacchi di plastica e valigie. Quindici saranno portati in piccole strutture in Umbria, mentre altri 45 andranno in Toscana. Nel pomeriggio ne sono partiti settantacinque.

Davanti alla struttura c’è un ragazzo con una valigia, la gente lo abbraccia. E Nicola, un giovane della Guinea che il primo giorno dello sgombero era stato caricato insieme ad altri su un pullman per Roma e che da allora dorme alla stazione Termini. I volontari lo hanno trovato e gli hanno detto di tornare perché per lui avevano una soluzione migliore.

A Castelnuovo e da tutta Italia in molti hanno contattato il sindaco per accogliere i migranti in casa loro. A Castelnuovo le prime quattro richieste sono state autorizzate. Il sindaco Travaglini ha combattuto con il ministero dell’interno per velocizzare la procedura. Ora è soddisfatto, “soprattutto perché le famiglie che avevano bambini in età scolastica sono rimaste qui con noi”. Lui stesso il primo giorno dello sgombero ha accolto la giovane somala Mouna a casa sua.

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