Lo specchio (fiaba popolare romana)

C’era una volta un padre che aveva una figlia tanto bella, ma così bella che quelli che la vedevano dovevano chiudere gli occhi. Il padre, che era vedovo e giovane, un giorno decise di pigliar moglie. Infatti si innamorò e prese una donna che era assai bella anche lei. Sul principio le cose andarono bene, ma poi la matrigna cominciò a essere gelosa, perché tutti dicevano che la figlia era più bella di lei. Allora la donna, per vederci chiaro, un giorno chiede allo specchio:

“Specchio mio caro, specchio mio bello,
Chi è più bella, la madre o la figliarella?”

E lo specchio rispose:

“La figliarella!”

Lei si mangiò il cuore dalia gelosia e dalla rabbia, chiamò un servo e gli promise cento scudi se si portava via la figliastra e se gliel’avesse ammazzata. Anzi, per essere sicura che gliel’ammazzasse, gli ordinò di portarle indietro un asciugamano sporco di sangue, gli occhi della figliastra e il mucchietto degli intestini. Quello giurò che avrebbe fatto le cose fatte bene.
Infatti il giorno dopo, con la scusa di portarla un po’ a spasso, convinse la ragazza a salire sulla carrozza. E la condusse dentro una macchia. Quando furono lì la fece scendere e, senza tanti complimenti, mise subito le cose in chiaro, rivelandole l’ordine che aveva ricevuto dalla madre. La poveretta gli cadde ai piedi e cominciò a chiedergli pietà come alla Madonna. Il servo, che in fondo in fondo non aveva il cuore tanto cattivo, si intenerì e le disse di non avere paura di niente, non l’avrebbe sfiorata neppure con un dito. Che fece? Siccome aveva il fucile, andò a caccia, ammazzò una lepre, le cavò gli occhi, le strappò gli intestini e col sangue sporcò un asciugamano. Ritornò poi dalla ragazza e le disse che avrebbe salvato la sua vita a patto che lei non fosse mai più tornata a casa dalla madre. Quella poveretta gli rispose di sì. Allora il servo si ripresentò in paese e fece credere a quel boia della madre che la figlia era bell’e morta ammazzata.
Intanto la ragazza era rimasta sola in mezzo alla macchia e tremava dalla paura come un ramoscello. Ma poi, vedendo che si faceva notte, si asciugò gli occhi, prese un po’ di coraggio e uscì dal bosco.
Cammina cammina cammina… e intorno si fa il buio. Ecco che lontano si accende un lume, che luccica al di là dei vetri di una finestra. Affrettò il passo e dopo un po’ si ritrovò davanti a una bella casetta in mezzo alla campagna. Bussa. Poi bussa ancora.
“Chi è?”
Dice: “Una poverella che s’è persa la strada e sta in mezzo alla campagna sola come un cane.”
Là dentro cominciarono a suonare tante voci:
“Facciamola entrare.”
“No, non facciamola entrare!”
“Sì.”
“No.”
“No.”
“Sì.”
Fino a quando poi le aprirono.
Lei entrò e si vide davanti un muro di uomini armati di fucili, pistole e coltelli che mettevano paura. Uno che doveva essere il capo fece, dice:
“Racconta, racconta un po’ com’è che sei capitata da queste parti?!”
Senza farselo ripetere due volte lei disse tutto quello che le era capitato. Allora quello fece:
“Sappi che noi siamo briganti! Se vuoi restare con noi, resta pure, basta che ci pulisci casa… e diventi la moglie mia!”
Lei acconsentì. E da quel giorno restò là dentro, benvoluta dal marito e riverita e rispettata da tutti gli altri. Anzi, il capo dei briganti era così affezionato che ogni sera, quando tornava a casa, le regalava sempre gioielli, monete d’oro, anelli di brillanti. Insomma le voleva un bene dell’anima.
Intanto che lei se ne stava lì, la madre, credendo che fosse morta, era bell’e tranquilla. Un bel giorno, chissà perché, va un’altra volta davanti allo specchio e domanda:

“Specchio mio caro, specchio mio bello,
Chi è più bella, la madre o la figliarella?”

E lo specchio niente, non rispondeva. Lei diceva:
“Sfido che non mi risponde, adesso che non c’è più quella smorfiosa della mia figliastra, si sa che la più bella sono io!”
Però, per la smania di sentirsi dire dallo specchio che lei era la più bella, ogni giorno lo tormentava con la stessa domanda. Finché un bel giorno, basta!, lo specchio le rispose. Dice:

“È più bella la figliarella!”

Figuratevi lei:
“Quel criminale dunque mi ha rubato i cento scudi e non me l’ha ammazzata! Se no lo specchio non mi risponderebbe mica così!”
Un passo indietro: da lei andava tutti i giorni una vecchiaccia che chiamavano la strega. Un giorno la matrigna, seccata perché lo specchio le aveva ripetuto che la figlia era più bella, confessò tutto quanto a quella strega, e alla fine le disse: “Scommetto che quell’imbroglione del servo sotto terra non ce l’ha messa!”
Quella vecchia rispose, dice:
“State tranquilla che fra qualche giorno ve lo dico io se quella ancora campa. E se campa, lasciate fare a me… me la lavoro subito io!”
Difatti la vecchiaccia si mette presto in cammino.
Cammina cammina cammina, capita un giorno davanti alla casa dei briganti: alza gli occhi e alla finestra vede la moglie del capo. La strega la riconosce subito per la figlia di quella là. La chiama e le dice, dice:
“Potreste darmi ospitalità qui per questa notte? Mi sono persa per la campagna.”
Quella ingenuona, senza sospettare nulla di male, prese e andò ad aprire. La fece entrare, le offrì da mangiare e dopo, di nascosto del marito, la infilò in un letto.
La mattina, appena i briganti furono usciti da casa, lei si alza e va a trovare la vecchia. Quella dice:
“Oggi io ritorno al mio paese, vi ringrazio tanto del bene che mi avete fatto… prendete questo anello per ricordo”
Nel dire ciò tirò fuori un anello con un brillante che era una bellezza, e fece per infilarglielo al dito. Lei però non voleva, ma quella insistette così tanto che alla fine lo accettò.

Ma non appena la vecchia le mette l’anello al dito, quella povera figlia, in meno di niente, casca per terra morta. L’anello era stregato!
Allora la vecchia disse:
“Eh eh, t’ho imbrogliata!”
Poi, per paura dei briganti, prese e se ne andò via di gran carriera; ritornò dalla madre e disse di averle tolto di torno quell’impiccio della figliastra. Non c’è neanche da dirlo quanto quella fu contenta! Non solo, ma non trovò più pace fin quando non riuscì a far cacciare quel servo che non era stato capace di scannare la figlia.
Immaginate lo spavento e il dolore del capo brigante quando tornò a casa e vide quello spettacolo!
Pare che stava per impazzire. Non riusciva a darsi pace.
“Moglie mia” diceva “dimmi chi ti ha ammazzato, dimmelo anima mia!”
E quando si accorse che non c’era più niente da fare (perché sembrava che dormisse per quanto era bella anche da morta), la vestì con l’abito più lustro, la caricò di gioie, le fece una bara di cristallo e ce la mise dentro.
Poi là vicino a casa fece costruire una capanna tutta rose e fiori e dentro ci posò il cataletto. E tutti i giorni, quando ritornava a casa e prima di ripartire, andava a trovarla e la baciava. Quando aveva qualche gioia d’oro o di brillanti, apriva l’urna e gliela poggiava addosso. Passato qualche mese, ecco che una bella mattina il figlio del re di quel paese, mentre andava a caccia e stava correndo dietro a un cervo, si allontanò così tanto dalla comitiva che si ritrovò solo, con due servi, nei paraggi della casa del brigante. Poiché era stanco cercò un posto dove riposare: vide quella bella capanna di rose e fiori e disse: “Qui sotto starò fresco!” Ed entrò.
Altro che fresco! Immaginatevi la faccia quando vide l’urna!
L’aprì, e nel vedere quella bella giovane addormentata, fra tutte quelle gioie, la chiamò e la chiamò e la chiamò. Poi la toccò e sentì che era morta. Che peccato” fece “che una giovane così bella sia morta!” Ma non trovava la forza per andarsene via: se la guardava, se la mangiava con gli occhi. Insomma se n’era innamorato morto. E quando i servi gli vennero a dire che faceva notte, lui ordinò: “Caricate quest’urna di cristallo e portatela alla reggia!”
Arrivato, senza dire niente a nessuno, infilò la bara sotto il letto e si mise a dormire.
La mattina appena alzato scoperchiò l’urna e si mise a fissare la ragazza; era distrutto dalla passione, se la baciava e se la baciava, la chiamava… e non poteva più stare se non vicino a lei! Tutto il giorno la guardava e non mangiava più, non dormiva più, non faceva più niente.
Quando i servi, o il padre o la madre, lo chiamavano, lui rispondeva: “Eccomi, eccomi!” però non si muoveva mai. Insomma era diventato una specie di scimmiotto. Il padre, la madre e le sorelle cominciarono a impensierirsi. Dicevano: “Che diavolo gli sarà successo? Che cosa ci sarà in quella stanza, che lo fa stare lì chiuso tutto il giorno?” Le provarono tutte per farlo uscire, ma non c’era niente da fare.
“Come facciamo, come non facciamo?” Il re ne pensò una che valeva tanto oro quanto pesava; organizzò una grande caccia e invitò tutti i principi del suo regno, e perfino il re di un paese vicino.
Quando arrivò quel giorno, che tutti vennero al palazzo, il figlio non poté tirarsi indietro e dovette partecipare anche lui, tanto più che era stato invitato quel re che sapete.
Infatti si vestì, si preparò tutto, ma prima di andare via minacciò i servi di non mettere piede in camera sua. Quelli neanche partono che la regina e le sorelle si precipitano in camera del figlio. Entrarono, guardarono intorno: cerca di qua, cerca di là, non trovarono niente. Fino a quando una delle principesse alzò le coperte del letto e vide l’urna. Lo disse alla madre, e subito la bara fu tirata fuori. Provate a immaginarvi come ci rimasero quando videro quella bella giovane morta che ci stava dentro!
“Chi sarà?”
“Chi non sarà?”
“Dove l’avrà presa?”
E intanto le guardavano tutti quei gioielli. E dicevano: “Quanto sono belli, quant’è bella!” E mentre parlavano così, una delle sorelle, nel vedere il bell’anello che portava al dito, pensò: “Uh, quant’è bello! Quasi quasi glielo levo e me lo prendo io! Tanto è piena di gioielli, mio fratello nemmeno se ne accorgerà.”
E così fece! Solo che appena le sfila l’anello dal dito quella prende e resuscita.
Vi lascio immaginare come rimasero la madre e le figlie nel vedere la ragazza alzarsi in piedi e parlare!
Chiese subito qualcosa da mangiare, e quando ebbe mangiato e bevuto, raccontò tutto il fatto, da quando l’avevano portata in quella macchia per ammazzarla, fino alla vecchiaccia che le aveva infilato quel maledetto anello al dito.
Allora la regina, siccome s’avvicinava l’ora del rientro del figlio dalla caccia, disse alla ragazza di mettersi a letto e di far finta di dormire.
Ed ecco che viene a casa il figlio del re. Dice: “È entrato nessuno in camera mia?”
Dice: “No, Maestà!”
Detto fatto andò difilato in camera sua.
Guarda sotto al letto, non la trova più. Sta per sbattere la testa contro un muro quando, sollevando le coperte, la scopre che lo sta fissando a occhi aperti e ora gli dice: “Come state, Maestà?”
Il figlio del re stava lì lì per impazzire dalla contentezza. Insomma basta! Appena si fu calmato un momento, lei gli raccontò tutto il fatto: dal giorno in cui la madraccia voleva farla ammazzare, fino a quando la sorella di lui le aveva tirato via l’anello dal dito.
Lui allora convocò il padre, la madre, le sorelle e in presenza di tutti disse che se la voleva sposare.
Il re acconsentì, ma prima diede ordine che fosse messa una camicia di pece sia alla strega che alla madre di quella bella giovane e che fosse dato loro fuoco subito e in mezzo alla piazza.
Poi fece perdonare il capo brigante e i suoi compagni e diede un bel mucchio di quattrini a quel servitore che non l’aveva ammazzata. Fatto questo furono celebrate le nozze.
E così:

Con pane e mollica
Una gallina verminosa.
Evviva la sposa!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: