Chiamata diretta (c’era una volta)

Domanda: ma se gli sponsor della #buonascuola, ds in testa, si stracciano le vesti per la sospensione (nemmeno cancellazione) di una norma penosa come la chiamata diretta per «competenze» cosa avrebbero fatto se il governo, come promettevano Lega e m5s in campagna elettorale, avesse, come primo atto, abrogato la 107?

Antonello Giannelli, presidente dell’ANP, è il primo a salire sulle barricate. Lamenta il fatto che la chiamata era già stata svuotata da accordi tra le parti. Ci ricorda che i ds non sono innamorati di questa incombenza che si mangia una parte delle loro ferie (ed è, verosimilmente una grana), ma dice, recitando i versetti della Buona Scuola, solitamente ispirati alla figura retorica dell’antifrasi: «L’istituto della chiamata diretta era positivo perché consentiva di scegliere i docenti più adatti per l’offerta formativa della scuola, permettendo di adattare il servizio alle esigenze dei ragazzi».

L’ANP chiedeva ben altro, voleva che i presidi potessero assumere direttamente i docenti e non pescarli dagli ambiti. Dalla Buona Scuola è uscito questo gioco di prestigio e si sono dovuti accontentare. Ora, con una firma del nuovo ministro, viene rimesso tutto in discussione. Ma quello che incute più timore è il metodo. Giannelli ci tiene a rimarcare che la Buona Scuola contiene norme di legge «imperative», che non possono essere disattese per nessun motivo: «ancora una volta si pretende di modificare una norma di legge imperativa con un accordo contrattuale tra parti, cosa che nel nostro ordinamento non sarebbe consentita».

Come tutte le norme di legge imperative contenute nella legge 107, che sono entrate in vigore senza essere state sperimentate nemmeno per un giorno, la cosiddetta chiamata per competenze non è mai stata monitorata. Se lo fosse stata, si sarebbe dimostrato che faceva acqua da tutte le parti. In mancanza di questo, ci si deve accontentare delle testimonianze, necessariamente di parte.

Il preside Zen scrive in una conversazione su facebook che lui la chiamata diretta l’ha adottata in modo corretto e pubblico. E pensa se l’avesse adottata in modo scorretto e segreto, dico io. Il tentativo di adottare nella scuola uno strumento di selezione clientelare è sostanzialmente fallito. Dice il preside Zen: «La chiamata diretta è una cosa ovvia in un tutto il mondo del lavoro, e nessuno si sogna di discuterla, a parte il mondo della scuola».

Un’altra preside si vanta di avere fatto la chiamata diretta con scrupolo e serietà. Ha compulsato i curricula e intervistato tutti i candidati dopo aver fatto un corso di preparazione alla selezione delle risorse umane. Non ha scelto i migliori in assoluto, ha scelto coloro che riteneva avessero le competenze per soddisfare bisogni della scuola che dirige. Non ha selezionato in base alla residenza, non in base alla situazione familiare né tantomeno in base a simpatia o conoscenze dirette o indirette. Ha persino assunto alcune docenti aspettavano un bambino. E il risultato è stato un team di neo assunti fantastici. A fantastici mi sono fermato.

La realtà, come sempre, è più semplice. Scrive Lucio Ficara: «Perché sono contrario alla chiamata diretta? Perché ho conosciuto DS mafiosi, narcisisti, deviati, massoni, puttanieri, immorali…». Punto.

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