Lettera aperta

Se scrivessi una lettera a Repubblica o Corriere della Sera sul RAV del liceo Visconti penso che comincerei domandando perché ogni volta che uno deve fare l’esempio di una periferia sceglie Tor Bella Monaca. Perché contrappone il liceo prestigioso del centro di Roma, frequentato da studenti privilegiati, al liceo della periferia degradata. Che idea ha della scuola la preside Rech? Noi potremmo dire che la presenza di molti alunni stranieri, anche di religioni diverse, è inutile negarlo, contribuisce ad arricchirci e ci dà tante occasioni per migliorare l’apprendimento.

La preside dice che 1500 caratteri non bastano. E che non ha espresso giudizi, ma solo dati oggettivi. Forse 1500 caratteri sono anche troppi. Ne servivano di meno. Il periodo seguente

Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES

non contiene dati oggettivi, e consta di almeno 150 caratteri che si possono tagliare. Basta dire che le famiglie che iscrivono i propri figli al Visconti sono di estrazione medio-alta e tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana. Anzi sarebbe stato meglio scrivere che sanno l’italiano perché la nazionalità non è un indicatore coerente con il discorso.

Poi scriverei che sì, imparare l’itagliano agli stranieri porta via tempo e risorse, che si potrebbero utilizzare per fare cose più interessanti. Cosa per esempio? Ma aggiungerei una riflessione sul linguaggio vuoto della Buona Scuola. Per esempio la ridondanza ossessiva di termini come inclusione, inclusività, scuola inclusiva, che nella sostanza serve a mascherare il taglio delle ore di sostegno.

La preside dice che il RAV è un documento tecnico: «È pubblico, ma non serve a pubblicizzare la scuola». Una cosa innocua, che si fa perché lo dice la legge. Ma la legge non è innocua. La legge dice che la scuola deve diventare competitiva. Non importa quello che si insegna, come lo si insegna, le conoscenze sono soggette a obsolescenza. Importa quello che la scuola può mettere in mostra, gli eventi che organizza, se può esibire fotografie con la ministra, quante medaglie ha vinto. E l’invito a iscriversi perché qui da noi vi sentirete a casa vostra è perfettamente coerente con questa cultura del selfie, altro che documento tecnico.

Poi direi al giornalista che ha raccolto la testimonianza di Giulia, la studentessa 17enne («l’iscrizione costa 150€, tra le più alte, e non esiste un mercato dei libri usati»): informati meglio, la scuola pubblica è gratuita e i libri usati si comprano sul Lungotevere. A meno che al Visconti non adottino libri introvabili. Tanto per confermare l’esclusività della scuola.

Scriverei anche un commento a proposito di quello che dice la prof di inglese che prima insegnava a Ladispoli e in classe «c’erano molti stranieri e alcuni diversamente abili» (stranieri diversamente abili, cosa c’è di peggio?) e di conseguenza riusciva a fare metà programma, mentre ora lo finisce in tempo. Ho lavorato in scuole di periferia, del centro, della provincia, con alunni italiani e stranieri, alcuni stranieri sapevano l’italiano meglio dei loro compagni italiani, alcuni non sapevano una parola, diversamente abili e non diversamente abili. E insomma, ho sempre finito il programma. Forse il problema è un altro. Forse la scuola non si riduce al programma.

Sullo stesso argomento: Eccesso di zelo?, di Massimiliano Manganelli

Per saperne di più:
Licei classisti, non si placa la polemica. Amato: “Senza fiato”. I presidi si difendono

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