MARCO SASSANO e MARCO DE POLI La scuola che vogliono gli studenti

Come è naturale, questo clima di repressione non ha fatto altro che rafforzare, nelle principali città, il movimento studentesco; così 8000 studenti a Torino e 3000 a Viareggio hanno scioperato in febbraio per la libertà delle associazioni dei giornali studenteschi; nel frattempo sul piano teorico si è arrivati alla stesura di documenti che esprimono le rivendicazioni degli studenti per la riforma della scuola media superiore.
Alla base di queste rivendicazioni sta la convinzione che tali strutture della scuola rivelano la loro origine conservatrice e classista: da una parte vi sono i licei che tendono a dare una formazione culturale superiore a quei giovani che, appena usciti dalla scuola media unificata, per le loro condizioni economico-sociali, si presentano già fin d’ora come la futura classe dirigente; dall’altra le scuole tecniche e professionali il cui scopo è di dare al giovane meno abbiente una “sottocultura” subordinata al suo inserimento nel sistema produttivo. D’altra parte anche i contenuti educativi della scuola sono vecchi, insufficienti, e ormai inadatti alle esigenze del nostro tempo.
Noi studenti proponiamo un tipo di scuola che consenta al giovane di acquisire una formazione culturale polivalente e critica. Ciò significa che lo studente deve ottenere strumenti metodologici che gli consentano di prendere coscienza della realtà sociale in cui si trova e di inserirsi criticamente e attivamente in essa. Una simile concezione implica, ovviamente il rifiuto di qualsiasi soggezione della scuola a fini extraformativi.
La riforma Gui che viene attualmente proposta in parlamento non è in grado di eliminare le carenze sopra accennate, né di realizzare una scuola effettivamente formativa, perché prospetta esclusivamente delle riforme di struttura senza affrontare il nocciolo del problema.
Le proposte che gli studenti formulano, invece, per una vera riforma della scuola sono rivolte a ottenere una scuola media superiore unica e obbligatoria fino al diciottesimo anno di età che superi le attuali divisioni e permetta a tutti di ottenere un’educazione di eguale valore culturale lasciando libera, attraverso l’introduzione di materie opzionali dopo il primo biennio, la scelta del proprio indirizzo di studi. In questo modo l’educazione non verrebbe più subordinata a motivi economici, poiché sarebbe garantito il diritto allo studio attraverso un presalario che darebbe una retribuzione agli studenti per il lavoro svolto nella scuola.
Tuttavia queste riforme sarebbero di per sé insufficienti se non si giungesse come meta conclusiva a una scuola “a tempo pieno” in cui gli studenti possano svolgere tutte le loro attività culturali, ricreative e sportive.
Si rende quindi necessaria una radicale modificazione dei programmi di studio, oggi avulsi dalla realtà storica e sociale che ci circonda, con l’abolizione delle materie che non rispondono più alle esigenze della vita moderna (come il greco e il latino), con la revisione di numerose altre, oggi impostate su schemi insufficienti e arretrati (come le materie storiche e scientifiche), con l’introduzione di nuove materie oggi indispensabili per l’inserimento nella società (come le lingue moderne, l’educazione sociale e sessuale). E tutto questo non su basi nozionistiche ma in funzione di una preparazione il più possibile formativa e completa. Inutile dire che questa scuola deve essere pubblica, laica e libera da ogni ingerenza esterna.
È chiaro che questa nuova formazione culturale dovrà essere impartita in base ai nuovi criteri pedagogici che oggi impongono un superamento dei metodi autoritari, in una scuola che si fondi sul dialogo tra studenti e professori e sulla autoeducazione da parte dei giovani. Nella situazione attuale, invece, lo studente è costretto ad assimilare e a ripetere passivamente una cultura che gli viene imposta dall’alto, senza che gli sia data alcuna possibilità di discuterla o di personalizzarla. È necessario invece che, sia attraverso le maggiori possibilità di scelta date dalle materie opzionali, sia per i nuovi rapporti di collaborazione che si istituiscono tra professori e studenti, sia per la possibilità di approfondire personalmente le materie prescelte, attraverso una maggiore disponibilità di informazione e di strumenti didattici fornita dalla scuola a tempo pieno, lo studente possa partecipare attivamente alla propria educazione e alle proprie scelte culturali.
Ma fino a che il potere decisionale ed esecutivo apparterrà unicamente agli organi gerarchici del ministero della Pubblica Istruzione, ai Provveditorati agli Studi, ai presidi, non sarà possibile qualsiasi democratizzazione della scuola.
Infatti una scuola è democratica quando le scelte e i contenuti culturali vengono stabiliti da chi nella scuola vive, professori e studenti, e non imposti dall’alto senza possibilità di discussione e con obbligo di assimilazione acritica; alla base di questa definizione di scuola democratica sta la convinzione che la cultura deve essere intesa nel suo rapporto dialettico con la società e quindi non può prescindere da un suo significato politico. Quindi l’obiettivo di fondo che il movimento studentesco medio si deve porre è quello del controllo sulla formazione, ossia dell’autogestione delle scelte culturali e amministrative della scuola da parte degli studenti stessi.
Questa è l’unica via che rende possibile il raggiungimento di quegli obiettivi di liberalizzazione della ricerca culturale e di democratizzazione dell’istruzione che il Movimento studentesco si pone.
In conclusione lo studente, appena uscito dalla scuola media unificata, fa il suo ingresso in una scuola che lo impegna per la maggior parte del suo tempo attraverso iniziative di ogni genere: alle lezioni vere e proprie si affiancherebbero conferenze, dibattiti, spettacoli che sarebbero in grado di inserirlo subito nella realtà culturale della società in cui vive. Siccome tutta la formazione dei giovane si svolgerebbe nella scuola si renderebbero inutili tutti i compiti a casa che sarebbero sostituiti da un lavoro di gruppo nelle singole classi. Sarebbe auspicabile la settimana corta. Le attività ricreative e sportive completerebbero infine il quadro della vita scolastica.
I primi due anni dovrebbero essere comuni e avere lo scopo di dare allo studente una visione il più possibile ampia anche se non specializzata, di tutti i settori della cultura. Nei tre anni successivi egli, accanto ad alcune materie obbligatorie e fondamentali (quali potrebbero essere italiano, storia, matematica e una lingua straniera), tra un gruppo di materie opzionali deve sceglierne un certo numero, che costituiranno la sua preparazione professionale o la base per la scelta della facoltà universitaria. Questa è in sintesi la scuola che prospettiamo. Sappiamo bene che le difficoltà che si oppongono a queste realizzazioni sono enormi, e anche ammesso che vi sia la volontà politica per attuarle, bisognerebbe scontrarsi contro il peso della tradizione, contro la mentalità autoritaria di molti professori e la loro incapacità di adeguarsi alla nuova realtà culturale della scuola, e contro lo stesso opportunismo di molti studenti che concepiscono la scuola solo come un mezzo per ottenere un diploma.
[«Quindici», 1, giugno 1967]

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