La cattiva scuola (c’era una volta la buona scuola)

Gli autori del testo #labuonascuola (subito in testa alle classifiche degli hashtag di tw, dopo pochi minuti) hanno usurpato il nome di una legge di iniziativa popolare che negli anni tra il secondo governo Berlusconi e il secondo Prodi propose, dopo ampia condivisione tra gruppi di insegnanti che avevano animato i comitati contro la Moratti, una piattaforma complessiva di riforma della scuola incentrata su alcuni punti essenziali, in primis la difesa della scuola pubblica. Ma uno più centrale: l’aumento della spesa pubblica per la scuola. Non un contentino di 60 euro a testa per i meritevoli o un miliardo per una gigantesca operazione di propaganda una tantum, dopo averne sottratti 8 con un’altra mano pochi anni prima. Continua a leggere “La cattiva scuola (c’era una volta la buona scuola)”

Salto della quaglia

Oggi la Giannini ha annunciato che la Tombola (Teachers Prize) si farà anche in Italia: 50 000 euro al vincitore, 30 000 alla cinquina, gli altri si spartiranno il resto.

Il messaggio è chiaro: gli insegnanti sono determinanti (bontà sua) ma devono essere competitivi, devono concorrere per dei premi, a livello di scuola, e poi tra una scuola e l’altra, fino al vincitore: qualificazioni e fase finale. Il prossimo passo saranno le Olimpiadi dei docenti. Io mi prenoto per il salto della quaglia

MARCO SASSANO e MARCO DE POLI La scuola che vogliono gli studenti

[«Quindici», 1, giugno 1967]

Come è naturale, questo clima di repressione non ha fatto altro che rafforzare, nelle principali città, il movimento studentesco; così 8000 studenti a Torino e 3000 a Viareggio hanno scioperato in febbraio per la libertà delle associazioni dei giornali studenteschi; nel frattempo sul piano teorico si è arrivati alla stesura di documenti che esprimono le rivendicazioni degli studenti per la riforma della scuola media superiore. Continua a leggere “MARCO SASSANO e MARCO DE POLI La scuola che vogliono gli studenti”

Ballon d’essai. Alcune riflessioni sul taglio di un anno di scuola secondaria di secondo grado. Preliminari e in ordine sparso

C’è una teoria, è un po’ più di una teoria. Dice che tutto quello che accade da vent’anni nella scuola è frutto di un progetto di demolizione della scuola pubblica attraverso il suo dissanguamento. Questo progetto è iniziato con Berlinguer. La sua riforma tagliava un anno di scuola primaria. Produsse un esodo anomalo di maestre/i verso la scuola secondaria favorito da corsi di riconversione che apparentemente dovevano sanare la situazione dei precari storici. Per fortuna arrivò la Moratti che cancellò la riforma Berlinguer e impiegò altri quattro anni per presentare un’altra riforma. Continua a leggere “Ballon d’essai. Alcune riflessioni sul taglio di un anno di scuola secondaria di secondo grado. Preliminari e in ordine sparso”

Lo sapevate…

Lo sapevate…

che l’Italia è al 21° posto nell’UE per il rapporto tra la spesa per l’istruzione e il PIL (quanti paesi ci sono nell’UE?!?)…

che le ore di insegnamento all’anno per docente (630) nella scuola secondaria sono nella media europea e comunque poco al di sotto della Germania capolista (713) e il doppio della Danimarca fanalino di coda (377)…

che i docenti tedeschi insegnano per 25 ore settimanali ma di 45 minuti (25 h = 18,75 ore da 60) in compenso lo stipendio di un insegnante italiano di scuola secondaria in uscita è pari a quello di un insegnante tedesco in entrata, mentre i tedeschi in uscita guadagnano il doppio di quelli italiani… Continua a leggere “Lo sapevate…”

La scuola del Grullo Parlante

Premetto: le affermazioni tipo “questa classe politica è screditata” mi sembrano equivalenti a “tutti i poliziotti sono bastardi” o “i sindacati sono tutti uguali” ecc. No grazie, mi tengo la mia facoltà di distinguere. Non voterò per il meno peggio, casomai resterò a casa o voterò scheda nulla. Meglio la prima perché la seconda non è dimostrabile. Di certo non voterò per il peggio. Continua a leggere “La scuola del Grullo Parlante”

Renzi (e il renzismo)

Renzi è un innovatore o no? Non lo è, perché innovare non è riciclare i progetti del centrodestra né copiare la deregulation reaganiana. Lo è, invece, per uno stile di governo che punta tutto sull’effimero e nulla sul permanente.
Salvatore Settis, Ronald Reagan sul Tevere, “l’Espresso”, 11 settembre 2014

Di Craxi ha l’arroganza e la presunzione, ma non il profilo da politico di lungo corso (l’uomo che aveva ridato orgoglio a un Psi umiliato dal compromesso storico) e l’aura dell’Internazionale socialista intorno, oltre che il partito nel pugno. Di Berlusconi ha lo stile da istrione e la ciarlataneria che piace a molti italiani, ma non il capitale. Dei precedenti leader non è neppure degno del confronto.
Marco Revelli, Dentro e contro

Renzi è un divergente. Se i suoi insegnanti lo avessero capito avrebbero potuto indirizzarlo meglio.
Stefano Lanfiuti Baldi

Le differenze tra Dante e Matteo Renzi, o qualsiasi altro parlante fiorentino colto del XXI secolo, sono del tutto marginali.
Luca Serianni, Prima lezione di storia della lingua italiana

Il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo.
Alessandro Robecchi

Matteo Renzi è, sotto molto punti di vista, un «populista». Di tipo nuovo, naturalmente. Post-novecentesco. Post-ideologico. Post-democratico. […] Un populista «ibrido», piuttosto. Un po’ di lotta e un po’ di governo. Rimescolando gli ingredienti degli altri precedenti populismi nostrani: un quarto di «telepopulismo» berlusconiano, nella scelta di parlare «direttamente ai cittadini, usando la televisione o altri media, moltiplicando in modo impressionante le promesse di risolvere tutti i problemi che i partiti e i politici non sono mai riusciti ad affrontare»; un altro quarto di populismo «anticasta» grillino, messo in campo con la retorica della «Rottamazione», concetto estremamente aggressivo (quasi come il «Vaffa… » 5 Stelle), sfoderato contro i propri avversari di partito, la «vecchia guardia» colpevole appunto di essere vecchia, tardigrada e «podagrosa» (avrebbe detto Marinetti) e contro le vecchie idee «di sinistra». [….] Oltre a molto «stil novo» fiorentino, messo al servizio di una politica pop portata al limite dell’elaborazione estetica.
Marco Revelli, Populismo 2.0