Slitta

La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata ci percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci morde, ci pizzica dolorosamente dalla rabbia, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona ci abbia avvinghiati con le zampe e urlando ci trascini all’inferno. Gli oggetti circostanti si fondono in una lunga striscia che fugge impetuosamente… Ecco, ecco, ancora un attimo, e pare che saremo perduti!
«Io vi amo, Nadja», dico io sottovoce.

Anton Cechov, Uno scherzetto

FRANCESCO PETRARCA Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

Da «Rerum vulgarium fragmenta», 1

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sí come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

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UGO FOSCOLO Lettera da Ventimiglia

Da «Ultime lettere di Jacopo Ortis»

19 e 20 Febbraro (1799)

Tu sei disperatamente infelice; tu vivi fra le agonie della morte, e non hai la sua tranquillità: ma tu dèi tollerarle per gli altri. – Così la Filosofia domanda agli uomini un eroismo da cui la Natura rifugge. Chi odia la propria vita può egli amare il minimo bene che è incerto di recare alla Società e sacrificare a questa lusinga molti anni di pianto? e come potrà sperare per gli altri colui che non ha desiderj, né speranze per sé; e che abbandonato da tutto, abbandona se stesso? – Non sei misero tu solo. – Pur troppo! ma questa consolazione non è anzi argomento dell’invidia secreta che ogni uomo cova dell’altrui prosperità? La miseria degli altri non iscema la mia. Chi è tanto generoso da addossarsi le mie infermità? e chi anco volendo, il potrebbe? avrebbe forse più coraggio da comportarle; ma cos’è il coraggio voto di forza?

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FRANCESCO GUCCINI La locomotiva

Da «Radici» (1972)

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
Con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
Quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
Ma nella fantasia ho l’immagine sua:
Gli eroi son tutti giovani e belli,
Gli eroi son tutti giovani e belli,
Gli eroi son tutti giovani e belli…

Conosco invece l’epoca dei fatti, qual era il suo mestiere:
I primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
I tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
Sembrava il treno anch’esso un mito di progresso
Lanciato sopra i continenti,
Lanciato sopra i continenti,
Lanciato sopra i continenti…

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Tagliola

Ordigno di metallo, a scatto, adoperato per la cattura a terra di animali selvatici, per lo più mammiferi: mettere la t.prendere con la t. una volpe, un coniglio selvatico, i merli. Tra i tipi di più largo uso: t. a tavoletta, adoperata per i topi; t. a uova, per prendere le faine; t. a palo, per gli uccelli rapaci; t. a molla, usata soprattutto per catturare volpi, lupi e altri grossi animali, costituita da due ganasce semicircolari internamente seghettate, tenute aperte, mettendo in tensione una robusta molla, da un opportuno fermo che la zampa dell’animale muove, provocando la chiusura a scatto della tagliola stessa. In Italia tali pratiche di cattura sono illegali.
Vocabolario Treccani

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EMILIO VILLA Quarantacinque

Stavano schiacciati sotto il portone come una pigna di sassi,
ma che bisognava ingozzarsi anche il fiato,
ma tenere ben bene l’odio stretto al pomo della gola
e ai fianchi, perché l’assalto all’ultima carovana
era da un momento all’altro, ancora poco, niente: un segnale,
all’altezza della pertica del trolley.
Ha strisciato sopra gli embrici una sirena lunga,
gli abbaini ne sapevano molto più degli altri:
mancava perfino la volontà di stare al mondo.
Ma poi frignava un fiato grigioverde,
da aperture filiture crepe saracinesche e compensati,
quando nel mattino colore d’erba ruta

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ANTON CECHOV La morte dell’impiegato

Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binoccolo “Le campane di Corneville”.
Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma a un tratto… Nei racconti spesso s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena d’imprevisti!
Ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò… egli scostò dagli occhi il binoccolo, si china e… eccì!!! Aveva starnutito, come vedete.

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CARMEN CONSOLI Sintonia imperfetta

Quel pomeriggio si passava da un divano all’altro
qualunque frase era ingombrante in pieno agosto
io ti chiedevo più attenzioni e un minimo di slancio
mentre l’arrosto di tua madre mi rendeva omaggio

Ah voglio vivere così, col sole in fronte
l’amore ai tempi dei miei nonni era sognante

Ricordo come fosse ieri il nostro primo incontro
tu eri un po’ ubriaco e intento a fare colpo
Parlavi di finanziamenti a tasso agevolato
cessioni, transazioni e ahimè ricerche di mercato

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«Non è uccidendo una persona che la si fa riflettere»

Da La solitudine del satiro, 23 ottobre 2013

Tutti i temi sulla frase di Gino Strada cominciano dicendo che uccidere un uomo è sempre sbagliato, alla fine della prima colonna cominciano i distinguo, nella seconda si sentono i primi spari.

Alessio sostiene che «Tutti nella nostra vita abbiamo odiato talmente tanto qualcuno da volerlo uccidere».

Benedetta è l’unica che non ha ritrattato. Scrive: «Non è uccidendo una persona che la si fa riflettere».

La casistica secondo Valeria è limitata: si uccide in guerra o per follia. E «senza la guerra e la follia sarebbe un mondo monotono». Propone però di uccidere «con giusto criterio».

Ostriche

Io faccio smorfie ma… ma perché i miei denti cominciano a masticare? L’animale è schifoso, ripugnante, pauroso, ma io lo mangio, lo mangio con avidità, con la paura di scoprirne il gusto e l’odore. Un animale l’ho mangiato, e già vedo gli occhi lucenti di un secondo, di un terzo… Mangio anche questi… Infine mangio il tovagliolo, il piatto, le soprascarpe di mio padre, il cartello bianco… Mangio tutto quel che mi capita sotto gli occhi, perché sento che solo mangiando passerà il mio male. Le ostriche guardano con gli occhi in modo pauroso e sono ripugnanti, io tremo al pensiero di esse, ma voglio mangiare! Mangiare!
«Datemi ostriche! Datemi ostriche!» erompe dal mio petto un grido, e io tendo avanti le mani.

Anton Cechov, Le ostriche