FRANCESCO SYLOS LABINI Urlare dell’immigrazione per tacere dell’emigrazione

[Da Roars, 29 giugno 2019]

La tragica vicenda dei 42 migranti della nave Sea Watch è stato il tema centrale per giorni nel dibattito pubblico, come già avvenuto in passato per casi analoghi. Ma nel corso del 2019 ci sono stati 2500 migranti arrivati in Italia: la speculazione politica su queste vicende è dunque enorme come anche l’incessante copertura mediatica che serve solo a mantenere un alto livello emozionale di coinvolgimento del pubblico su un problema, umanamente drammatico e vergognoso per com’è stato gestito, ma del tutto marginale sul piano strutturale (ma che segna una regressione strutturale sul piano civile). Sembra anzi che l’attenzione sull’immigrazione sia utile solo per coprire l’altra faccia della medaglia, l’emigrazione dall’Italia: e questo è sì un problema strutturale.

Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.

Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.

Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.

Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo fino al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.

Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati. Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.

(Una versione leggermente più breve di questo articolo è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano del 28 Giugno 2016)