La Cenerentola

Fiaba emiliana raccolta da Caterina Pigorini Beri e tradotta da Sebastiano Vassalli

C’era una volta un re che aveva tre figlie. Le due più grandi invidiavano la più piccola perché era più bella e più buona e perché il re le voleva più bene: temevano che il padre la sposasse in casa per poi lasciarle il trono e non perdevano occasione di trattarla male, la facevano stizzire con le loro chiacchiere e i loro dispetti.

Tutte le mattine le figlie andavano dal re per dargli il buon giorno e per chiedergli se aveva riposato bene. Ora, bisogna sapere che questo re aveva tre troni: uno bianco, uno rosso e uno nero. Quando era contento si sedeva sul trono bianco, quando era d’umore normale si sedeva su quello rosso, quando era in collera si sedeva su quello nero.

Un giorno s’era tanto arrabbiato con le due figlie più grandi che si mise a sedere sul trono nero. Alla mattina ci andò la prima delle figlie e vedendolo sul trono nero gli disse: «Buon giorno signor padre, ha riposato bene? È in collera con me, che si è seduto sul trono nero?». E lui: «Certo che sono in collera». «Perché?» gli chiese la figlia. Il re: «Perché non mi volete bene!». Allora lei gli rispose: «Io le voglio tanto bene quant’è il mangiare di un pollastrello». E venne via.

Ci andò la seconda e disse: «Buon giorno signor padre, ha riposato bene? E in collera con me, che si è seduto sul trono nero?». E lui: «Certo che sono in collera». La figlia: «Ma per quale motivo? ». «Perché» disse il re «voi non mi volete bene!» Allora lei gli rispose: «Io le voglio tanto bene, quant’è un tozzetto di pane». Venne via anche lei e si mise d’accordo con l’altra per rovinare la più piccola. Le dissero: «Il signor padre è in collera con noi due perché crede che non gli vogliamo bene. Noi gli abbiamo risposto che gli vogliamo bene quant’è il mangiare di un pollastrello e quant’è un tozzetto di pane».

«Lasciate fare a me» disse la più piccola, che era più ingenua delle altre due e sapeva di essere la prediletta. «Andrò io a metterlo in buona e vedrete che poi staremo allegre». Andò dal padre e gli disse: «Buon giorno signor padre, ha riposato bene? È in collera con me, che si è seduto sul trono nero?». E lui: «Certo che sono in collera, perché anche voi non mi volete bene! «Io» gli rispose la figlia più piccola «le voglio tanto bene quant’è un granello di sale».

Allora il re si arrabbiò sul serio. Spinto dalle due figlie più grandi diede ordine a un servitore di accompagnare la ragazza nel bosco, di ammazzarla e di toglierle il vestito e il cuore. Il servitore afferrò la ragazza che piangeva come una vite tagliata e la portò in mezzo al bosco: ma quando fu il momento di ammazzarla non se la sentì. Comprò una pecora da un pastore, l’uccise secondo le regole, le tolse il cuore. Prese il vestito della ragazza e per coprirla le mise addosso una pelle d’asino; poi la fece entrare nel cavo di un salice perché fosse al riparo dal freddo e tornò indietro col cuore e col vestito. Il re si doleva di aver fatto ammazzare sua figlia ed era molto triste: ma si sa che le cose, una volta fatte, non possono essere rimediate. Le sorelle maggiori, invece, non stavano in sé dalla contentezza.

A mezzanotte passarono per il bosco alcune streghe e chiesero alla ragazza cosa ci faceva, con quel freddo, dentro a quel tronco di salice. Lei gli disse chi era e perché stava li; allora una delle streghe le regalò una bacchettina e una piccola noce: «Quando avrai bisogno di qualcosa» le disse «batti questa bacchettina contro questa noce e vedrai che sarai soddisfatta».

Intanto il re, per distrarsi, andava a caccia nel bosco con il cane. Il cane aveva trovato la padroncina e tutti i giorni le portava quello che prendeva. II re si accorse che il cane andava sempre verso il salice; lo seguì per vedere cosa c’era e trovò la povera ragazza vestita con una pelle d’asino. Per non tradire il servo che l’aveva salvata lei gli raccontò di essersi perduta nel bosco, di non avere più un tetto sotto cui rifugiarsi. Il re ne ebbe compassione. Le chiese se voleva andare a corte a fare la Cenerentola, che per l’appunto ne cercavano una; quella rispose di sì e lui allora se la portò a casa.

Tutti presero a voler bene alla ragazza e il re più degli altri perché non poteva dimenticarsi della figlia perduta e gli sembrava che la Cenerentola le somigliasse.

Erano gli ultimi giorni di carnevale. Le figlie del re si erano vestite in gran gala per andare al ballo del principe; il re in persona, per divertirsi un po’ , aveva accettato di accompagnarle. La Cenerentola attese che fossero uscite dal palazzo, poi batté la bacchettina contro la noce e apparvero una bella veste a stelle con le calze e le scarpe d ‘oro e una carrozza con quattro cavalli attaccati. Ci salì sopra e andò al ballo.

Tutti facevano a gara per farla ballare e tutti avrebbero voluto accompagnarla a casa; ma quando fu mezzanotte lei volle andarsene da sola. Disse: «Da me son venuta e da me voglio tornare». Montò in carrozza e via di carriera.

La mattina dopo le sorelle le dissero: «Avresti dovuto vedere, Cenerentola, che bella signora c’era al ballo, vestita da stella! Tutti la facevano ballare, tutti volevano accompagnarla a casa». Lei sottovoce: «Ero io». «Cos’hai detto?» chiesero le sorelle. E lei: «Che me la sono goduta di più io a stare qui presso il fuoco!».

La seconda volta ci andò con un abito fatto a sole. Tutti la facevano ballare, tutti le stavano vicino e il principe era innamorato cotto ma lei gli rispondeva che non poteva promettergli niente, lo teneva a bada con belle parole. Il principe fece mettere le guardie alla porta perché non scappasse come l’altra volta. Lei disse: «Da me sono venuta e da me voglio tornare» e gli buttò tanti confetti che per un attimo accecò le guardie, così non videro dove andava.

La mattina le sorelle le dissero: «Dovevi vedere, Cenerentola, quella signora vestita con un abito fatto a sole! Tutti volevano sapere dove andava, ma lei ha buttato tanti confetti che ha accecato le guardie». La Cenerentola: «Ero io». «Cos’hai detto?» «Che me la sono goduta di più io a stare qui presso il fuoco».

La terza volta ci andò vestita con un abito fatto a luna: ma tanto la fecero ballare che mezzanotte passò senza che lei se ne accorgesse e venne l’ora che avrebbe dovuto essere in casa presso il fuoco, altrimenti I’incantesimo si sarebbe spezzato. Lei disse: «Da me sono venuta e da me voglio tornare» e cominciò a correre verso casa perché il principe in persona voleva andarle dietro. Buttò un gran mazzo di fiori addosso a quelli che la inseguivano e riuscì a scappare anche questa volta, ma nel salire in carrozza le cadde una scarpa d’oro che fu raccolta e portata al principe. Arrivò a casa e si spogliò: ma nella fretta dimenticò di togliersi le calze d’oro.

Appena giunsero a casa le sorelle le dissero: «Dovevi proprio vederla, Cenerentola, quella bella signora vestita con un abito fatto a luna! Tutti le correvano dietro ma lei è fuggita via e ha perso una scarpa d’oro».

La Cenerentola: «Ero io». «Cos’hai detto?» «Che me la sono goduta di più io a stare qui presso il fuoco.»

Alla mattina il principe mise fuori un bando, che se una ragazza riusciva a calzare la scarpa d’oro lui l’avrebbe presa in sposa. E subito tu-tu, tu-tu, tu-tu, con la trombetta andarono per tutta la città ed entrarono in tutte le case a provare la scarpa: ma era tanto piccola che nessuna donna poteva infilarla. Vennero al palazzo del re. Le figlie fecero la prova e non ci entravano nemmeno col dito grosso del piede; dissero scherzando: «Chiamiamo la Cenerentola». Lei non voleva saperne perché ricordava di non aver tolto le calze d’oro; le sue sorelle invece pensavano di far ridere il re e le infilarono la scarpetta per forza. Così anche videro le calze.

Il padre fu talmente contento di aver ritrovato la figlia sana e salva che la sposò con il principe e poi la fece portare in trionfo per tutta la città. Con l’andare del tempo lei diventò la regina mentre le sue sorelle restarono arrabbiate come cani. Fecero un pasto e un pasticcio e a me non venne neppure uno spiccio.