Stop alla deriva reazionaria nella scuola. Intervista al professor Mazzeo

[Usb Scuola, 27 maggio 2018]

Antonio Mazzeo, docente dell’ICS “Cannizzaro-Galatti” di Messina, è vittima di un provvedimento disciplinare da parte della Dirigente Scolastica dell’Istituto in cui lavora, per aver contestato la presenza della propaganda militare e dell’Esercito nella scuola. Essendosi espresso con chiarezza contro la visita di una delegazione della Brigata Aosta, mai deliberata dagli organi collegiali e in aperto contrasto con i valori didattico educativi della scuola, si ritrova accusato di aver pubblicamente danneggiato l’immagine della scuola per aver espresso la propria opinione pubblicamente, opinione che è nei fatti in pieno accordo con il dettato costituzionale. Di seguito un’intervista al collega, cui USB esprime tutta la sua solidarietà.

Il rapporto della scuola pubblica statale con le Forze Armate e quelle di Polizia c’è sempre stato, retaggio anche del ventennio fascista. La Buona Scuola,  in modo particolare con l’Alternanza Scuola Lavoro, hanno portato un salto di qualità. Insomma, ancora “Libro e moschetto, fascista perfetto”, dopo oltre 70 anni dalla Resistenza?

Beh, consentitemi una precisazione. La scuola post-fascismo, per quanto ancora permeata di autoritarismo e velleità ideologiche post-unitarie e del Ventennio, anche forse proprio per le tragedie e le vergogne militariste dei primi 45 anni del secolo, non si era caratterizzata come centro “educativo” e terreno di conquista delle forze armate. Il complesso processo di democratizzazione e di apertura culturale segnato dai movimenti di lotta del ’68 e degli anni ’70 ha poi garantito anticorpi solidi contro i tentativi di ri-militarizzazione delle istituzioni scolastiche e del sapere. Così i fragili tentativi dei militari di cooptare, nell’allora esercito di leva, le menti e i corpi migliori (vedi gli “orientamenti” per i soli maschi nell’ultimo anno della scuola superiore) si scontravano con sempre più ampie contestazioni da parte di studenti certamente più politicizzati e soprattutto no-guerre. Il processo di democratizzazione e apertura liberale e “pacifista” si è purtroppo interrotto a partire dalla fine degli anni ’80, contemporaneamente all’aziendalizzazione-privatizzazione del sistema educativo nel quadro del piano di ristrutturazione dei rapporti sociali ed economici del neoliberismo. La “Buona Scuola” è solo l’ultimo tassello, purtroppo, di questa controrivoluzione e si accompagna al piano di revisione “ideologica” e strutturale delle forze armate italiane (e NATO), dove l’obiettivo chiave è il cosiddetto “CIMIC”, un’unitarietà fisica-ideologica-culturale civile-militare, dove si cancella qualsivoglia linea di demarcazione tra quelli che in passato erano due mondi distinti e – talvolta – in aperto conflitto. Scuole-caserme e studenti-soldati funzionali alle logiche spietate del mercato che annulla identità, differenze, soggettività, disobbedienze, relegando tutti in una lotta disumana per la sopravvivenza, precaria.

Sulla deriva reazionaria di tante dirigenze scolastiche. Non si contano più le studentesse e gli studenti denunciati alle procure della Repubblica anche per delle assemblee spontanee all’interno degli istituti. E la presenza della Digos, chiamata dalla preside o dal preside, all’interno delle scuole, è diventata una presenza ordinaria. In questo contesto, il corpo docente perché non agisce, come lamentano i movimenti studenteschi?

Credo si stia pagando oggi nella scuola l’inesorabile processo dell’ultimo trentennio fatto di isolamento della categoria, delegittimazione della funzione dell’insegnamento e del sapere, imposizione autoritaria di concetti neofascisti, ecc. Trent’anni significano ben altre identità, storie, patrimoni culturali delle figure educatori-insegnanti, questi ultimi ovviamente con radici e formazioni del tutto distinte da chi è comunque cresciuto in un Paese che ha conosciuto quella mobilità sociale e limitata democratizzazione che erano state negate dopo l’Unità d’Italia e ovviamente con il regime fascista. In fondo la scuola ha rappresentato per tanti anni l’ultima frontiera di resistenza culturale al dominio del mercato e della concorrenza spietata. Quella frontiera è crollata per ricostruire nuove frontiere-muri fatti di isolamento, solitudine, paura, frustrazione, senso di precarietà, quanto ormai caratterizza cioé il quotidiano essere della maggior parte del personale docente. Da qui il silenzio-assenso di fronte i vergognosi comportamenti dei dirigenti-questori e la crescente repressione di ogni forma di dissenso e “alterità” di studenti e colleghi.

La valenza politica dell’attacco repressivo nei tuoi confronti è chiara e forte. Tu non sei solo un insegnante. Sei anche un giornalista, che non ha mai piegato la schiena davanti a nessuno. Una miscela esplosiva per la scuola che non ha mai dismesso l’idea del binomio “fascista libro e moschetto”. Quindi, si apre ufficialmente una stagione per la difesa della democrazia all’interno dell’istituzione scuola, che dovrebbe essere essa stessa un’avanguardia per la difesa della democrazia…

Non mi piace assolutamente personalizzare questa vicenda, perché aldilà della sua specificità, è paradigmatica di quanto sta accadendo un po’ ovunque: cancellazione dei diritti costituzionali in tema di uguaglianza, pace-guerra, libertà di espressione e insegnamento, ecc.; mortificazione degli organi collegiali e del senso di agire e operare collettivamente; il predominio del disvalore scuola-azienda e degli indicatori economicisti e neoliberisti sui valori e i contenuti pedagogici; autoritarismo, verticismi piramidali e assoggettamento alla logica “organizzativa” di stampo militare; espropriazione dell’azione insegnante e affidamento dei “contenuti” (e della loro rielaborazione strumentale) ai soggetti “esterni” (imprenditori, industriali, manager, generali, ammiragli, ecc.). Siamo davvero al punto-limite, alla data cruciale. O riparte l’opposizione sociale generale (da parte del personale scolastico, degli studenti, delle organizzazioni di rappresentanza sindacale, politica, ecc.), oppure si chiuderà definitivamente questo processo storico, con la cancellazione totale delle conquiste democratiche, sociali, salariali. I margini di resistenza sono davvero pochi. Per questo dobbiamo difenderli in ogni modo. Soprattutto noi, la generazione che si è vista rubare sotto gli occhi l’agibilità politica e sindacale e che rischia di consegnare ai propri figli un mondo e una scuola cento, mille volte peggiore di quella ricevuta dai propri padri.

Tantissimi, in queste ore, nei tuoi confronti gli attestati di solidarietà e di vicinanza. Chi manca?

Mancano ad oggi, purtroppo, proprio coloro che pur sproloquiando di “democrazia”, “diritti”, “libertà”, “pace”, hanno trasformato l’Italia in una caserma-lager per annientare corpi, anime e speranze (i “migranti” sono stati per anni le cavie della sperimentazione di questo modello oggi esteso ai “cittadini” e ai “lavoratori-studenti”). Ma non importa. Nelle nostre lotte di questi anni, dalla resistenza ai processi di militarizzazione dei territori e in difesa dei beni comuni, per i diritti, il lavoro degno e contro la precarietà e ogni forma di sfruttamento, questi soggetti non li abbiamo mai avuti accanto.

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