Sulla scuola abbiamo sbagliato la comunicazione. Troppo bastone o troppa carota?

Non abbiamo sbagliato i contenuti, ma la comunicazione. Riassumendo, la riforma è buona – e non per caso si chiama buona scuola – ma è stata recepita in modo negativo e pertanto non funziona. Oppure funziona? Se è buona perché non funziona? Non funziona nel modo giusto anche se è buona. Non funziona perché i docenti non hanno capito che è buona. Funziona ma qualcosa non va. Le elezioni si avvicinano. Pensa di poter recuperare qualche voto. Vuole parlare con i docenti, Renzi, aprire un dialogo. Non l’ha mai aperto, un dialogo, con i docenti. Forse, provo a immaginare, con un manipolo di figuranti in uno di quegli incontri a porte chiuse.

Ma è comunicativo, Renzi, a modo suo. Quando è diventato presidente del consiglio ha annunciato che ogni settimana avrebbe visitato una scuola. Durante la visita i bambini avrebbero eseguito canzoncine per il presidente sull’aria di tutti in piedi arriva il direttore. Il programma è stato cancellato dopo il primo appuntamento.

Per non dire del modo volgare in cui reagisce quando due insegnanti, a Porta a Porta, lo sbugiardano. Due insegnanti veri. Berlusconi avrebbe fatto meglio. La seconda volta manda la Giannini che tra un qua qua e un que que riesce a eludere quasi tutte le critiche.

Nell’agosto 2014 ci è stata annunciata la riforma epocale, con questo titolo di buona scuola che era già un eufemismo, da una ministra semianalfabeta in fatto di scuola a un meeting di Cl. Una charte octroyée con una frittura mista di idee già conosciute (e bocciate, la legge Aprea in primis) con talune trouvailles in salsa sciolina. Lo slogan che apriva la sarabanda era qualcosa sulla fine della piaga del precariato. Abbiamo visto. E dall’annunzio, o annunciazione, al dépliant. E dal dépliant alla consultazione. Dove le domande prevedono risposte prestampate. Come: quanti soldi credi che sia necessario spendere per la scuola privata, da 500 milioni in su? Alla consultazione partecipa un certo numero di persone. Il governo dice: è stato un successo. Ma i risultati non si conosceranno mai.

Durante l’iter della legge con i docenti non si apre alcuna finestra comunicativa. E nella sostanza il dibattito, che non c’è stato, non produce nemmeno un emendamento. La legge come è uscita dal cappello di Confindustria esce dalla Camera. L’occasione potrebbero essere le audizioni di docenti veri, attraverso i propri rappresentanti, alla commissione cultura. Ma il viceministro, invece di ascoltare, sbadiglia e gioca con il telefono. Due telefoni. E nel frattempo Renzi continua a comunicare a modo suo. Dice che la legge è stata scritta insieme a mille innamorati della scuola. Fa una lezione alla lavagna per spiegare quanto è bella la riforma. Manda in giro Rondolino ad aizzare le forze dell’ordine contro i docenti, veri, che manifestano democraticamente. Tace quando il 95 per cento degli insegnanti scende in piazza, il 5 maggio 2015, per protestare. Comincia a parlare il meno possibile di scuola.

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