Grisha Isarov è un omaccione. Ha un cuore grande e due mani grandi, ha compiuto delle vere e proprie imprese. Dentro di noi lo invidiamo perché lui ha girato dappertutto mentre noi siamo sempre qui. Ma Grisha non teme la nostra invidia. Anzi, non di rado ti mette una manona sulla spalla e tuona:
«Dello stiletto che tengo appeso qui sul muro si potrebbe scrivere un romanzo intero, vero?».
Amoz Oz, Altrove, forse
In latino invidia ha una connotazione esclusivamente negativa: i suoi sinonimi erano livor, obtrectatio, detractatio, malivolentia e malignitas. Un po’ diversa è la situazione del greco antico, che poteva esprimere il concetto di invidia con due termini, zélos e phthònos, sinonimi tra i quali si può tuttavia individuare una differenza: zélos indica semplicemente il desiderio di possedere quello che un altro ha; phthònos invece è il senso di invidia che possono provare non solo gli esseri umani ma perfino gli dei nei confronti di persone molto (troppo?) valorose, virtuose, belle o sagge […].
In italiano il primo (e per lungo tempo esclusivo) significato di invidiare è quello di «soffrire per il benessere altri augurandosi che venga meno» […]. In questo senso l’invidia è considerata il secondo dei vizi capitali, opposto alla virtù della carità […].
Il concetto di invidia buona, positiva sembra molto più recente (forse la si potrebbe collegare alla formazione nel secolo XVII di invidiabile) e probabilmente si è sviluppato perché l’invidia «cattiva» viene sempre più percepita dalla psicologia moderna dannosa non per chi ne è oggetto, ma che per chi la prova.
Accademia della Crusca, Sbagliando s’impari