La scuola esilarante ovvero “La scuola del p(l)of” di Emilio Parresiade

La mia prima riflessione, dopo aver letto questo esile, ma tutt’altro che succinto libretto, è: i lettori. Non penso che l’autore avesse intenzione di far divertire gli addetti ai lavori che sono sommersi, vittime del sistema o squallidi baciapile, o salvati, ma manco tanto, dalla follia della scuola. Saturi comunque tanto gli uni che gli altri, di sentire ancora parlare di, allineo in ordine sparso, autonomia pof progetti figure obiettivo utenti progetti debiti crediti (formativi e didattici) didattichese e pornosociopsicologia.

Il pubblico dei non addetti ai lavori, il grande pubblico, è un grande buco nero. Se stiamo all’auditel si diverte con molto meno e apprezza prevalentemente la comicità gratuita, con o senza ballerine di contorno. Della scuola sa quel poco che i figli raccontano a casa nei ritagli di tempo. E anche quel poco, ancora meno, che vede rappresentato alla tv: le apparizioni rassicuranti della ministra, i servizi canonici il primo e l’ultimo giorno di scuola, il giorno della prima prova dell’esame di stato. Si sa, è risaputo che pensa male. Pensa male della cultura in sé, specie se non serve a niente (lo manda a dire attraverso i figli in classe). Pensa male degli insegnanti, che guadagnano troppo in relazione al fatto che lavorano part time.
Si sarà divertito a leggere il pamphlet di Emilio questo pubblico sconosciuto, come chi vede i buffoni che si sbrodolano addosso il sugo, confermato nella convinzione che i buffoni sono, appunto, buffoni e quindi è tutto a posto. Ma non ha capito, il pubblico, l’ironia di Emilio, le citazioni dotte, le metafore. Non ti preoccupare, succede anche ai grandi autori. Delle volte però mi chiedo se può servire a qualcosa dare in pasto a questo pubblico un altro lato della scuola, quel lato oscuto che in definitiva è anche la sua ragione di essere.
Il dotto (ci torno dopo) ed esilarante (per sua stessa ammissione) pamphlet di Parresiade assume la forma di un dizionario, suddiviso in circa otto parti disuguali, dove la scuola è passata al setaccio in tutti i suoi aspetti, dai più visibili (le sue gerarchie, l’autonomia, l’offerta formativa) per planare sugli aspetti terra terra del trascorrere quotidiano del tempo scuola: gli alunni, i professori, i computer, gli idioti (utili), i bidelli, per terminare con una riflessione ulteriore ? nonché estrema ? sulle prove del nuovo (ormai non più) esame di stato conclusivo che è anche una lezione sulla contraddizione tra la teoria e la prassi, distanza direttamente proporzionale a quella che separa, nei fatti, la scuola delle formule ministeriali, e il vacuo psico-socio-porno-pedagogismo che le ispira, dalla vile ? o nobile, a seconda dei punti di vista ? materia umana che ne riempie la pancia.
Come ci avverte fin dalla premessa, è esclusa, nell’era del p(l)of, qualsiasi ipotesi di redenzione: “l’unico intendimento dell’autore è, etimologicamente parlando, il martirio e la profezia: la stupefatta testimonianza del nuovo che avanza ed il coraggio di smascherarlo parlando a nome dei molti, muti colleghi ed allievi che, torcendosi le budella, lo subiscono fracchianamente”. L’operetta in fondo è un catalogo di bestialità. Blehati fino a sotterrarli,? anche se forse il faro è il Dante di certe grevi figure infernali ? i grandi gerarchi, in ordine decrescente, sono colti nella loro deformità: il ministro della pubblica istruzione (ormai solo istruzione), ancorché grande burattinaio, è invece solo un burattino: “ai più sembra ancora un uomo, ma a chi lo osservi con sguardo acuminato e aduso ai trucchi, non sfugge la leggera, innaturale crescita del naso che accompagna le sue esternazioni”. Il Dirigente, già preside, è il risultato di “rapida evoluzione genetica” che lo ha trasformato da elefante-burocrate ad asino-manager, capace di combinare, nel proprio raglio le tre i (la summa della cultura moderna) con le tre o dell’autonomia scolastica. E via discorrendo, il catalogo contempla tutti gli attori (e gli orrori) della scuola superiore italiana, responsabili e vittime, uomini e donne (queste più maltrattate), dare e avere, cretini e furbi.
L’autore (il più recensito degli ultimi 25 anni in proporzione al numero di copie vendute della sua creatura) credendo che il libello possa offendere più d’uno, si astiene dal dichiarare la sua vera identità optando invece per uno pseudonimato (forse pseudo anch’esso) che si estende anche ad altri connotati. Per esempio: che materia insegna? La dottrina spazia dalla geometria euclidea alla biologia (di cui mostra appena un’infarinatura), dalle leggi della fisica (appena uno sbuffo) alla trigonometria (piana?) per farsi più corposa sul terreno delle scienze umane, con spruzzi di Leopardi (chi non lo conosce), Collodi (chi non lo conosce), Francesco Guccini (abilmente mascherato), di suàmem (in corsivo) e qualche scempiaggine di latinorum (chi non ha mai sentito dire almeno una volta: nomina nuda tenemus, chi non ha mai giocato con la consecutio temporum, chi non è mai entrato in un refugium peccatorum). Insomma un rappresentante medio della categoria (vuol far credere), forse un insegnante di storia e filosofia (e invece insegna latino e greco), dotato di un certo, raffinato, gusto della provocazione, che sa dosare la volgarità senza cascare nella tentazione dello junkbook (e ne avrebbe avuto ben donde), scampato alla lobotomizzazione ? come recita la quarta, ma non è fa scherzarci sopra ? benché non a quel male oscuro e progressivo che ha reso gli insegnanti, classe intellettuale, incapaci di produrre contro l’onda anomala delle riforme se non vani esercizi di retorica (più o meno esilaranti). Per restare alla migliore delle ipotesi.

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