Le magnifiche sorti e innovative (2)

– Amministravo condomini, ed ero molto apprezzato, sai. Sì, poi hanno deciso di affidare tutto a un software.
– Capisco molto bene.
– Questo alla fine è un buon lavoro […]. Però, Arturo, non è giusto, no, perché vedi un domani magari le cose potrebbero essere peggiori di queste, e poi ancora peggio, e peggio. Quando questo avverrà, perché avverrà, Arturo, noi che questo peggio l’abbiamo visto crescere, ci domanderemo: cosa abbiamo fatto noi per arginarlo? E sai cosa ci risponderemo?
– Cosa?
– E noi come stronzi rimanemmo a guardare.
Da «E noi come stronzi rimanemmo a guardare» di Pierfrancesco Diliberto

Sempre a proposito delle magnifiche sorti e innovative (non lo sono mai abbastanza): si torna a parlare dei danni della DaD, ma non si parla abbastanza di quanto abbiamo cooperato ai danni della DaD. Di come ci siamo integrati velocemente, di come ci siamo adattati in modo agile alla didattica digitalizzata.

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Le magnifiche sorti e innovative

Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco, / che il calle insino allora / dal risorto pensier segnato innanti / abbandonasti, e volti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e proceder il chiami.
Giacomo Leopardi, La ginestra

Quello che segue è un brano di Reto U. Schneider che ho letto su un supplemento di «Internazionale» dedicato all’intelligenza artificiale.

Youwrite scrive in pochi secondi brevi testi su argomenti a scelta che spesso sono meglio di quanto ci si può aspettare dai ragazzi. Dal punto di vista degli studenti questi elaborati, al contrario della mera copiatura, hanno il vantaggio che se l’insegnante li cerca per individuare un plagio, non li troverà mai, per il semplice fatto che non sono plagi.

L’intelligenza artificiale a scuola ci sfida. Che vi piaccia o no, ci stimola a restare al passo con i tempi. Continua a leggere “Le magnifiche sorti e innovative”

I’m having such a good time

Anche i tutor saranno tagliati. I sindacati protestano. Non si fa così. Non siamo stati interpellati. Qualcuno si chiede come facciamo noi insegnanti a sopravvivere con un salario sempre più da affamati. E perché non protestiamo. Qualcuno risponde (immaginiamo di trovarci al baretto di scuola) che molti si ingegnano raccattando compensi di qua e di là (tra cui quello, molto ricco, in relazione al carico di lavoro, di tutor). Ma la coperta è sempre più corta eccetera.

Don’t stop me now I’m having such a good time

Il ministro torna sulla vexata quaestio delle differenze salariali tra Nord e Sud. È lecito sospettare che, dati i tempi, con i tagli che continuano ad abbattersi sulla scuola (pubblica) il discorso suoni più o meno così: poiché a sud un cappuccino costa il 30 per cento in meno rispetto al Nord è corretto che un insegnante meridionale buschi un salario decurtato del superfluo 30 per cento. Ci manca solo la chiosa di Don Lorenzo: «Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali». E amen.

Succede precisamente il contrario. Il cappuccino è uno specchietto per le allodole. Il Nord ha un reddito pro capite doppio rispetto al Sud. È la logica dell’autonomia differenziata e della flat tax: ricchi più ricchi e poveri più poveri. Impastata con la logica dell’amministrazione della scuola pubblica che ci vuole tutti più poveri, mentre ci riempie le aule di PlayStation di seconda mano.

Replicanti

Le riunioni collegiali, che per molti sono diventate un inutile rito collettivo dove incontrarsi è un peso insopportabile, si possono fare con l’intelligenza artificiale. Con i mezzi che abbiamo a disposizione, e che sono stati potenziati grazie alle elargizioni post-covid, non è difficile mettere insieme un data base che riassuma il pensiero di ognuno e lo converta in una conferenza virtuale, tesi, antitesi, maggioranza, minoranza, curva isofonica (quando parla il dirigente aumenta il volume), delibera, verbalizzazione in tempo reale, puntuale punto per punto, nemmeno il brusio di sottofondo, il caldo, il freddo, l’alito, il sudore rattrappito del vicino dopo un’intera giornata di scuola, tanto meno i fastidiosi sbalzi di connessione. Non siamo forse già diventati dei replicanti?

Italianità

Il libro di Vannacci non l’ho letto, non lo avrei letto, non lo avrei potuto prendere in mano come oggetto, mi accontentavo di un pdf, mi sono accontentato di leggere ampi stralci da un libro di Arcangeli. È una via di mezzo tra un pamphlet scopiazzato qua e là dai peggiori articoli della «Difesa della razza» e un feuilleton nero, con sprazzi di comicità involontaria veramente pregevole, come in questo passaggio:

Anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri.

Italianità, cittadinanza, etruschi. Si possono avere opinioni su qualsiasi cosa Continua a leggere “Italianità”

Primo giorno di scuola

Quest’anno voglio fare esperienze ibride. La telepatia. La realtà diminuita: studiare solo le cose che si possono toccare con mano. L’ora d’aria (fritta). La geopoesia. La storia asincrona. L’educazione civica flipped: quando è opportuno essere scortesi e incivili e fino a che punto (con riferimento a Dante), se le linee guida del ministro permettono di includere l’etica hacker tra gli argomenti da trattare.

La guerra è bella anche se fa male

Ungaretti per la quinta volta, esce ogni 5-6 anni in media, non era difficile prevederlo (io non l’ho previsto, mi sembrava scontato), se però per gli attuali governanti Generale di De Gregori inneggia alla guerra («La guerra è bella anche se fa male») ben venga anche Ungaretti che nella Grande Guerra si è arruolato volontario ed era legato da una personale amicizia al Duce. Idem Pirandello, che ha firmato il manifesto degli intellettuali fascisti.

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Non sono razzista ma

Gli alunni stranieri (l’espressione è del ministro), se vogliono integrarsi, devono imparare l’italiano. O forse vorrebbero. Dice Valditara: «non sono razzista io ma chi vuole integrarli senza fare nulla». Suonava meglio: chi vorrebbe integrarli senza poter fare nulla, perché, anche se fa finta di non saperlo, per l’integrazione linguistica non c’è un soldo, e tutti gli aggeggi che riempiono le aule grazie al pnrr servono a poco o nulla per la didattica, e ancora meno di poco o nulla per l’integrazione dei nuovi arrivi. Ora, siccome l’interazione in classe senza un soldo è destinata al fallimento, in aggiunta al vituperio per chi la sostiene, si propongono, su suggerimento del generale, le classi di potenziamento, «poiché è proprio la diversità (anche tra i livelli di conoscenze e di apprendimento) a rendere efficace l’apprendimento».

Più in basso di così c’è solo da scavare

Dalla seconda metà degli anni novanta a oggi nella scuola è passata una lunga riforma che ha seguito varie fasi e si può articolare in quattro tipi di interventi: quelli che hanno reciso, quelli che hanno inciso, quelli che hanno fatto la zavorra, e infine, ma non per ultimi, gli interventi che sono serviti a riempire le pagine dei giornali.

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