Lasciamoli lavorare (11)

Non si vede perché, se così piace al cliente, il ragioniere non possa fare il mestiere del dottor commercialista, il geometra quello dell’agronomo ed il contadino attento e capace quello del diplomato in viticultura ed enologia.
Luigi Einaudi

I condoni andranno di moda. Condono per Ischia, il saldo a stralcio per gli evasori, la sanatoria per 11.500 bancarelle abusive al centro di Roma, e ultimo solo in ordine di tempo, un emendamento alla legge di Bilancio, voluto dal Movimento 5 Stelle, «prevede che chi ha svolto una professione sanitaria per 36 mesi negli ultimi dieci anni, anche non continuativamente e in modo dipendente o autonomo, possa continuare a farlo iscrivendosi entro il 2019 a un albo speciale» (Il Post).

La questione, come al solito, è più complessa di come sembra. E siccome la legge di Bilancio è una manovra del popolo, sta per uscire una spiegazione (la Casaleggio e soci impiega di solito tre giorni per costruire le spiegazioni che i replicanti pentacosi dovranno incollare nei loro post), e allora il PD, lasciamoli lavorare, eccetera. Ma il messaggio è chiaro. E inquietante.

Il problema, che è cominciato prima del ributtante governo giallo-verde, sono i titoli. La lobby neoliberale zerotituli è trasversale. Ma ora può fare leva sulla crassa ignoranza e bestialità dei parlamentari grilloleghisti. L’11 novembre, Matteo Salvini, premier e ministro dell’istruzione, ha detto: «Dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell’università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio». I titoli sono solo dei pezzi di carta. Discriminano i somari. Castelli (definita generosamente «interprete di un’epoca») può dire «questo lo dice lei» a un economista (che ha studiato ma non è stato eletto). Obiezione: Castelli ha in mano lo stesso pezzo di carta dell’economista (è laureata in economia), è la prova lampante dell’inutilità dei titoli di studio. La via per l’abolizione dei quali è spianata.