ANGELO BARACCA Il nucleare civile non esiste

[«Carta», 18 aprile 2008]

Non si può dire che lo sviluppo dei programmi di energia nucleare civile nel mezzo secolo passato sia stato un successo. Quando vennero lanciati, con la campagna dell'”atomo per la pace” negli anni cinquanta, si vagheggiava la costruzione di migliala di centrali nucleari in tutto il mondo, e il direttore dell’Atomic energy commission, Lewis Strauss, prevedeva che “i nostri figli usufruiranno di energia elettrica troppo economica per venire misurata”. In più di mezzo secolo è stato costruito qualche centinaio di reattori di potenza (in funzione attualmente poco più di 400) e un numero paragonabile di reattori di ricerca: molto poco per sostenere un’industria come quella nucleare, e per eccitare oggi le ambizioni di rilancio e le prospettive di bassi costi e lauti guadagni.
Dove sta il punto? Semplice: nel doppio uso della tecnologia nucleare e negli armamenti nucleari. È stato infatti maggiore il numero di reattori militari costruiti (per la propulsione navale e per la produzione di plutonio), a cui vanno aggiunte circa 130 mila testate nucleari. Ma il costo dei programmi militari è in realtà enormemente più grande, poiché comprende un sistema integrato di enorme complessità: lanciatori, sommergibili nucleari, satelliti di allarme, allerta, controllo e comando, addestramento del personale, manutenzione e verifica delle testate, ecc. Costi sostenuti dagli Stati, che hanno finanziato l’intero complesso nucleare. La dipendenza del nucleare “civile” da quello militare, infatti, non è solo una questione di numeri: ancor più significativo è che le industrie che producono i componenti delle centrali nucleari siano anche le produttrici dei componenti delle bombe. Senza questa connessione, l’industria nucleare sul mercato non avrebbe retto. Le due principali produttrici di impianti nucleari, General Electric e Westinghouse, negli anni ottanta, il culmine degli arsenali nucleari, erano rispettivamente al quarto e al quindicesimo posto come fornitrici del Pentagono.
La Francia è una realtà del tutto eccezionale e non ripetibile, in primo luogo perché lo stato ha gestito il programma elettronucleare in funzione di uno degli arsenali nucleari più moderni del mondo. La Francia importa il 100 per cento dell’uranio che usa, sfruttando le risorse di paesi come il Niger.
Quanto al fatto che noi importiamo energia, di origine nucleare, va detto che la potenza elettrica installata in Italia (88.300 Mw) eccede ampiamente la richiesta di consumo (55.600 Mw). Il problema non sta nel nucleare, ma nelle privatizzazioni: quella della nostra industria elettrica ha portato all’aumento delle tariffe, mentre il sistema elettrico francese è largamente pubblico e ha mantenuto tariffe minori. Finché l’industria italiana era pubblica le tariffe erano simili a quelle della Francia.

* Angelo Baracca, Dipartimento di fisica Università di Firenze, Comitato scienziate/i contro la guerra

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