ANTONIO PRETE Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai

[Doppiozero, 28 ottobre 2020]

È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri.

Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana Continua a leggere “ANTONIO PRETE Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai”

WISŁAWA SZYMBORSKA Nulla due volte

Da «Appello allo Yeti» (1957)

Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

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PIERO CALAMANDREI Perché difendiamo la scuola?

[Da Uaar]

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950
[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]

Cari colleghi,

Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo?

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MARCO MALVALDI L’assassino è il maggiordomo

Da Il borghese Pellegrino

Secondo Gazzolo allungò una mano verso il sigaro. Ma una volta presolo, invece di accenderlo, lo stritolò fra le dita chiuse a pugno. Quindi, con apparente calma, cominciò a strusciare il palmo sulla scrivania, per liberarlo dal tabacco che vi era rimasto appiccicato.
— Suppongo che abbiate delle prove a guarentigia delle vostre assurde affermazioni — disse, con apparente calma.
— Le prove, dite. Potreste chiedere al vostro maggiordomo di togliersi i guanti?
Secondo Gazzolo guardò il professor Mantegazza come se non lo riconoscesse più.
— Cosa c’entra questo?

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Società dell’informazione

la tecnologia è certamente una parte fondamentale di come nei prossimi mesi e anni si proteggerà la salute pubblica. La domanda, tuttavia, è: tale tecnologia sarà soggetta alla disciplina della democrazia e del controllo o sarà lanciata nel bel mezzo della frenesia dello stato di eccezione, senza lasciare il tempo per un dibattito sulle questioni cruciali che modelleranno la nostra vita per i decenni a venire? Per esempio, se stiamo effettivamente constatando quanto sia importante la connettività digitale in tempi di crisi. le reti e i nostri dati devono davvero stare nelle mani di attori privati quali Google, Amazon e Apple? Se il pubblico sborsa notevoli risorse per buona parte della connettività, non dovrebbe anche possedere e controllare le reti e i dati? Se Internet è essenziale nella nostra vita, come chiaramente è, non dovrebbe essere considerato alla stregua degli altri servizi pubblici e non avere scopi di lucro?
Naomi Klein, La dottrina dello shock pandemico, «L’Espresso», 7 giugno 2020

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FRANCESCO GUCCINI Primavera di Praga

Da «Due anni dopo» (1970)

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce…

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga…

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FRANCESCO GUCCINI Canzone della bambina portoghese

Da «Radici» (1972)

E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote…
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual’è il vero vero…
E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte fan paura…

Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese,
non c’eran parole, rumori soltanto come voci sorprese,
il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto,le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle…

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FRANCESCO GUCCINI Incontro

Da «Radici» (1972)

E correndo mi incontrò lungo le scale
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
La tristezza poi ci avvolse come miele
Per il tempo scivolato su noi due
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
Come un istante “déjà vu”
Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia.

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ENZO COLLOTTI La storia dal nulla

[«il manifesto», 14 febbraio 2004]

Quali che siano le buone intenzioni dei politici le manipolazioni della storia producono sempre veleno. L’uso politico della storia è così connaturato alla nostra classe politica, di destra e di sinistra, che diventa sempre più difficile districarsi nel groviglio di silenzi, rimozioni, pentimenti, confessioni e riabilitazioni a metà per cui il risultato della memoria e della storia condivisa finisce per essere sempre una verità dimezzata. Si è perduta la capacità di distinguere tra storia e memoria, anche perché questa si impone per l’amplificazione che ne fanno i media sempre sensibili ai gruppi di pressione, a chi grida più forte, e soprattutto la capacità di leggere criticamente la storia, a cominciare dalla propria storia, che viene schiacciata dall’alternativa di essere ritenuta verità assoluta o di essere condannata all’abiura.

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