ROBERTO CONTU Il primo collegio di settembre

[da La scuola e noi, 2 settembre 2019]

Il collegio (e la crisi)

Il primo collegio di settembre. Qualcuno leggerà queste righe che già ci sarà stato, altri forse le leggeranno proprio durante, magari seduti nell’ultima fila (che se no stai a vedere mi tocca il tutoraggio dell’alternanza). Chi incontrerà facce che vede da anni, molti si ritroveranno soli, tra colleghi nuovi, in una scuola che già per trovarla è stata una mezza impresa. Tanti nemmeno potranno farlo il primo collegio, per lungaggini dell’ufficio scolastico, una convocazione che slitta e una supplenza che speriamo arrivi presto. A differenza delle altre riunioni durante l’anno, al primo collegio quasi tutti arriveremo puntuali, non pochi in anticipo, perché in fondo il gusto di rincontrarsi («come è andata in vacanza», «come andrà quest’anno», «di che morte moriremo») è vissuto comune. Anche io, pur essendo già tornato a scuola per gli esami di recupero, ho iniziato in questi giorni ad aspettare il primo collegio, a scrivere qualche messaggio a qualche collega. A dire il vero meno degli anni passati: come tutti ero preso da altro, chino con il naso sul telefono a scorrere aggiornamenti sulla crisi politica di questo agosto 2019. Alla fine, proprio la concomitanza in testa degli eventi politici a tutti noti e di quella parola così vecchia e ingessata, collegio, ha fatto nascere qualche pensiero che vorrei condividere.

Luoghi della collettività

Senza stare a scomodare troppo le etimologie, dentro la parola collegio c’è scritto un qualcosa che si fa insieme. Se c’è un’evidenza che questa crisi politica ha mostrato, è stata senz’altro l’assoluta prevalenza del protagonismo/narcisismo dei singoli leader nello sviluppo degli eventi. Nei giorni in cui questo dato si imponeva a botte di dichiarazioni sempre più eclatanti, a un certo punto mi sono ritrovato a pensare come a scuola, luogo del collegio, luogo del fare insieme, non potrebbe (dovrebbe) mai funzionare così. Perché la scuola è per natura il luogo della collettività continua, il luogo dove, oltre il collegio, l’ora precedente di un collega legittima e giustifica l’ora del collega successivo, il luogo dove la responsabilità non può che essere condivisa, specie quando va male, perché condiviso è il processo educativo e dove, per fugare una possibile obiezione, anche il dirigente dovrebbe essere garante primo di tale processo. Se i segni maggiori dei tempi, in primis quelli politici, ribadivano nei giorni della crisi e per l’ennesima volta il definitivo prevaricare dell’istanza (spesso del tiramento) del singolo e della propria autonarrazione nevrotica, il collegio, come luogo del fare insieme, rappresentava ai miei occhi un anacronismo simbolico senz’altro da interrogare. Per dirmi cosa? Per dirmi che se i luoghi della collettività (e la politica e la scuola sono per eccellenza luoghi della collettività) prescindono dalla natura stessa che li legittima, i risultati non possono che essere infausti.

Io e solo io

Perché anche a scuola, sarebbe ingenuo negarlo, sempre più spesso sembrano prevalere istanze individualistiche. Senza attaccare immediatamente ragioni sistemiche o generali (quelle ce le diciamo tutti, ripetutamente), lasciando da parte chi non lavora o lavora male (altro discorso), capita che anche tra le migliori intenzioni si annidi il germe dell’io e solo io. Un paio di esempi per capirci. Un volenterosissimo docente, ma che incuba in sé un po’ del morbo di Keating (quella patologia ricorrente per cui io e solo io, eletto, salverò i miei studenti, magari facendogli calpestare i banchi, ma ben più quegli incapaci dei miei colleghi), un docente cioè che non accetti che la propria funzione è tale solo se giustificata nella collaborazione e nell’integrazione del lavoro degli altri, suo malgrado tradirà il fare insieme che sostanzia il lavoro educativo e alla lunga fallirà, di più: farà danni. Oppure, per andare dall’altra parte del tavolo, anche un genitore animato dalle migliori intenzioni (io e solo io) verso il figlio, potrà essere, come sempre più spesso capita, causa della crescente crisi del rapporto tra scuola e famiglie: se mio figlio diventerà un totem da preservare e proteggere a prescindere, giocoforza un luogo di confronto come la scuola, per natura soggetto all’attrito relazionale ed educativo, risulterà ostile, come ostili parranno i docenti che non isoleranno quel figlio dalla collettività (che, per sua fortuna, gli è concessa) e con la quale dovrà misurarsi, anche a fatica. Nell’uno e nell’altro caso, il professore solitario e il genitore più che presente, a fronte di buone intenzioni e alti propositi, determineranno problemi anche gravi per un motivo semplice: se si abitano i luoghi della collettività all’insegna dell’io e solo io, prescindendo dalla natura stessa che li legittima, i risultati non potranno che essere pessimi. La scuola, proprio per la capacità innata di fare emergere all’istante le complessità, non potrebbe bluffare da questo punto di vista, pena il fallimento e proprio per questo, mi sono detto in questi giorni, il suo esempio potrebbe dire molto, molto anche alla nostra politica.

Essere popolo

Alla luce di queste poche suggestioni, che lascio aperte alla discussione, per quanto mi riguarda spero di sforzarmi di vivere il primo collegio di settembre non tanto come una ritualità, da lasciarmi alle spalle il prima possibile. No, vorrei che quest’anno il primo collegio mi dica invece che quello stare lì, insieme, di fatto ad apparecchiare quell’immensa bottega collettiva di costruzione del futuro nella quale lavorerò per i nove mesi successivi, rappresenti realmente il senso stesso del fare comune per il bene comune. Una prassi nei fatti oggi paradossalmente anacronistica, controcorrente, alternativa al dogma della narrazione continua e della celebrazione dell’io, ma vitale per un tempo in cui la politica sembra avere dimenticato nei propri codici, ma soprattutto nei propri orizzonti ideali, il senso profondo dell’essere popolo.

Buon inizio anno scolastico a tutti!

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