RENATA PULEO Gli insegnanti italiani e la cultura della valutazione

[Educare alla libertà, 19 dicembre 2014]

Questo intervento si articola in quattro parti, come commento ad altrettanti documenti.

Vorrei provare a svolgere, attraverso queste letture, una riflessione intorno ad una considerazione che ormai ascoltiamo quotidianamente: gli insegnanti italiani non hanno una cultura della valutazione. Lo dicono commentatori politici, economisti, funzionari del Ministero e dell’Istituto Invalsi.

Una cultura è un vasto fenomeno fondato su opinioni, la doxa, saperi ingenui, saperi e opinioni autorevoli, l’endoxa, si definisce per aspetti legati ad elaborazioni subalterne, antagoniste e discorsi dominanti, spesso, come diceva Gramsci, molto miscelati fra loro. Gli insegnanti, lo sa chiunque abbia fatto o faccia scuola, non possono che costantemente valutare, ovvero domandarsi quali effetti produce il loro lavoro, maturare un giudizio sul rapporto fra ciò che insegnano e ciò che gli alunni mostrano di aver appreso. Le modalità attraverso le quali si svolge questo valutare dipendono da molti fattori, mai davvero indagati: la mancata formazione in ingresso, quella in itinere, i curricula di studio molto diversi per ordini scuola, lo scarso accesso alla cultura (libri, cinema, teatro, altro) anche per ragioni economiche, la differenziazione dei percorsi di studio e di ricerca che, molto spesso, solitariamente, ciascuno di loro compie nell’arco della propria carriera, la qualità complessiva che esprimono le scuole in cui lavorano, le pressioni ideologiche esercitate dall’alto di ministeri per lo più disattenti, o incompetenti, quelle di intellettuali più a meno organici al pensiero dominante.

Uno. Leggiamo sul numero 18/2013 de “Gli Asini”, dedicato al tema della valutazione e della meritocrazia, un articolo di Franco Lorenzoni e Roberta Passoni. Due maestri di scuola primaria, animatori del Laboratorio di Cenci, in Umbria. Nell’incipit si legge che la scuola è una istituzione totale volta all’addomesticamento degli allievi. Un esempio di tale caratteristica è la virata imposta dalle strategie di valutazione dell’Invalsi alle metodologie didattiche e alla valutazione dei processi di apprendimento frutto dei saperi dei docenti. Si cita lo sdegno di un’esperta, Vittoria Gallina, verso la pornografia editoriale che sta invadendo le scuole, proprio per preparare alunni e, soprattutto insegnanti, allo svolgimento delle prove. Criticando il concetto d meritocrazia inadatto come paradigma per valutare le prestazioni scolastiche, i due maestri raccontano alcune esperienze didattiche che dovrebbero servire da contro-veleno: il dialogo euristico, l’amore per la lettura come piacere, la valorizzazione dell’errore. “La cosa più importante e più difficile – concludono – per chi si impegna in questo terreno, sta nell’imparare a fare osservazioni sistematiche dei percorsi […] trovare il modo di restituire a ciascuno ciò che abbiamo scoperto […] l’unico compito serio (della valutazione) è quello di orientare”. Un altro passaggio recita: “Ma ormai il danno è fatto e sarà difficile tornare indietro” e sottolineo l’avverbio, perché ci tornerò nell’analisi del secondo documento.

Due. Un post-it, “Avviso pubblico” e un titolo singolare ci introducono alla lettura di un testo firmato da autorevoli esperti ministeriali, pedagogisti e fra gli altri anche dal maestro Lorenzoni. Vediamo dunque il titolo: “Una cordata della scuola per il nostro Invalsi, la valutazione che vorremmo… un promemoria (non richiesto) per il nuovo Presidente”. I corsivi sono nel testo. Un documento rivolto a chi potrebbe aspirare a fare il Presidente dell’Istituto (nel frattempo, come dirò, ora individuato)? Un monito ai docenti resistenti, che incentivano il fenomeno del cheating (falsificazione dei test), che fanno obiezione, che non hanno la cultura della valutazione che i nostri obblighi europei ci impongono? A chi è rivolto il documento? Qual è l’intenzione di chi l’ha redatto? Cito testualmente: “Non ci appassionano i formalismi tra approcci quantitativi e qualitativi, tra dinamiche censuarie o campionarie, né i distinguo fra pedagogisti ed economisti.” Dunque i precedenti Presidenti Sestino e Cipollone è un caso che venissero dal mondo dell’economia liberista? Così i temi caldi della valutazione non hanno alcuna importanza nella cultura di cui questo testo vuol farsi promotore per attivare un “dialogo” e promuovere un “consenso” fattivo nelle scuole?

Fra uno e due. Cosa ha visto Lorenzoni in questo testo tanto da apporvi la sua firma? Forse la risposta sta nell’avverbio ormai, che compare nella frase citata su e che ho evidenziato. I bravi maestri svolgono le prove Invalsi come un male necessario ma poi fanno scuola come pare a loro. Vale nelle piccole scuole di Giove (dove insegna Lorenzoni) o anche in quelle delle periferie delle grandi città dove fare gli intellettuali è un pochino più difficile, soprattutto è assai più difficile sfuggire all’attenzione occhiuta dei Dirigenti Scolastici o godere della benevolenza concessa ai migliori? Domande legittime suscitate da un documento ad alto tasso di ambiguità.

Tre. Leggo nel foglio dell’Accademia della Crusca (“La Crusca per voi” n. 47, 2013) un intervento di Elio Franzini, ordinario di Estetica presso la Facoltà di Letteratura e Filosofia dell’Università di Milano, dedicato alle prove Invalsi per la Lingua Italiana. Da acuto lettore e commentatore di letteratura, ci invita a ragionare sul fatto che ci sono competenze, come quelle legate alla comprensione e all’apprezzamento di un testo, che non sono valutabili attraverso i test, a risposta chiusa, aperta, multipla, che sia. Il filosofo analizza due esempi di comprensione del testo proposti agli studenti di terza media: un breve lavoro di Cerami tratto dal libro “La gente”, e un articolo di D‘Avenia su Harry Potter, dal quotidiano “La Stampa”. Ambedue sono stati adattati dagli esperti Invalsi. Perché? Non erano adatti ad alunni tredicenni? Non erano adatti a rispondere alle domandine sulla comprensione? Il filosofo sembra convinto che entrambe queste sue perplessità siano valide: sono i testi a dovere esser manipolati per reggere le domande, non sono le domande a servire per indagare la complessità dei testi. Il professor Franzini conclude citando Paul Valery:

Regna ancora una certa confusione, a tra poco tutto si chiarirà: vedremo infine apparire il miracolo di una società animale, un perfetto e definitivo formicaio.

Aggiunge, in margine alla citazione, che essa è tratta da “[…] un’opera che non saprei parafrasare, non saprei nemmeno se l’ho compresa […] ma la conosco e ho perfino la presunzione di averla, non so come, capita…”

Quattro. La nuova Presidente dell’Invalsi è Anna Maria Ajello, attualmente professore ordinario alla Università La Sapienza di Roma, facoltà di Medicina e Psicologia. Nel 1991 era ricercatrice presso la stessa Università e faceva parte del gruppo di lavoro guidato da Clotilde Pontecorvo. In quell’anno il collettivo mandò in stampa un libro molto importante e tuttora insuperato, “Discutendo si impara”. La Ajello firmava un articolo intitolato, “ Il ragionamento informale in economia”. Vi si riferiva di una ricerca effettuata con alunni decenni su un problema di organizzazione economica, suscitato da una domanda: come fare funzionare un grande magazzino? Per valutare i risultati del lavoro, svolto sempre in gruppi cooperativi di bambini ,secondo i dettami di Vygotskij sull’area prossimale di sviluppo, si privilegiarono metodi qualitativi. Emozioni, senso comune, prototipi culturali legati all’idea di lavoro che i bambini si erano formati al di fuori della scuola. Si considerarono competenti soluzioni e convinzioni che trattavano i problemi (anche quelli “mal strutturati”) di organizzazione del magazzino, rimanendo nell’ampio alveo dell’economia, come disciplina e come epistemologia. Dunque si valutarono catene di significati che dimostravano la comprensione del contesto in cui si era svolta la ricerca. Oggi, cosa suggerirebbe la professoressa Ajello ai valutatori Invalsi per ridurre questa esperienza alla logica del testing?

(Renata Puleo è stata dirigente scolastica per la scuola primaria Pietro Maffi di Roma)

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