Una ribollita di «Buona scuola»: il programma del m5s per la scuola

Mi sono fatto il download del programma per la scuola dei 5s pensando che forse fosse meglio non farlo. Ma è il primo documento che il movimento produce in tanti anni che possa essere definito programma e quindi ne valeva la pena. La prima notizia (buona) è che il fascicolo consta solo di 28 pagine. Ci risparmiano le inutili chiacchiere con cui di solito si intontiscono gli elettori perché non leggano il programma.

Nell’introduzione viene ribadito l’impegno a spendere più soldi e cancellare la riforma Gelmini. Dubbio: l’introduzione è stata scritta nel 2013? La Buona Scuola di Renzi compare a pag. 6 viene definita uno dei punti più bassi raggiunti dal legislatore in materia di istruzione e un’occasione mancata.

L’impegno a dotare la scuola pubblica di quelle risorse che «troppo spesso sono state indirizzate altrove» (dove?) viene comunque ripreso, in modo articolato, al par. 3.1 sull’organizzazione scolastica. Il pallino del Movimento è il contributo volontario che molti dirigenti scolastici (errore: deve essere approvato dal consiglio di istituto) chiedono in modo coercitivo all’atto dell’iscrizione e può ammontare anche ad alcune centinaia di euro. La soluzione è: punire gli abusi e aumentare il fondo di istituto. Le famiglie non devono pagare (giusto), ma vanno coinvolte nell’attiva gestione delle scuole. In cosa esattamente, il programma non lo dice.

C’è una piaga grave che nessuno riesce a risolvere, e gli è «la mancanza di un numero sufficiente di dirigenti scolastici» La prima mezza pagina sui dirigenti scolastici è stata scritta nel 2013 o giù di lì. C’è scritto che i dirigenti hanno troppe responsabilità e sono troppo pochi. Per questo si vuole affiancarli con figure elette dal collegio docenti. Il paragrafo successivo invece è posteriore a Renzi e la diagnosi è cambiata:

La cosiddetta “Buona scuola” ha portato a compimento un progetto ventennale di privatizzazione e di “aziendalizzazione” della scuola pubblica, attraverso l’istituzione di un nuovo modello autocratico e verticistico, con a capo la figura del dirigente scolastico.

Il modello verticistico l’elezione dei collaboratori non lo scalfisce. Ci si limita a diluire il modello autocratico trasformando la dittatura in una blanda oligarchia. Non si agisce sulle leve dello strapotere dei dirigenti, a parte quello di togliere loro la responsabilità della chiamata diretta dei docenti, di cui si chiede, in modo deciso, l’abolizione.

Una delle piaghe più grandi del sistema scolastico resta per ora quella del precariato, dice il programma. Parole chiave: “resta” e “per ora”. Questa formulazione era alla base anche del dèpliant della Buona scuola ma da un punto di vista opposto. Lì si ammiccava all’opinione pubblica promettendo di eliminare anche fisicamente i precari della scuola, qua si parla invece del diritto dei precari di essere assunti dal momento che ogni anno occupano posti vacanti e disponibili. Il programma chiede quindi l’assunzione di tutti i precari, ma con un criterio che poi nei fatti è solo il ritorno allo status quo ante Buona scuola: il censimento del fabbisogno effettivo. Insomma, il turnover. Chiede di eliminare gli ambiti ma non dice cosa fare dell’organico dell’autonomia. Siamo da capo a dodici. Peggio, senza un’idea chiara, razionale, complessiva, c’è il rischio di un ulteriore ingorgo. Ognuno è andato al governo e ha stabilito un proprio sistema di reclutamento.

I nuovi docenti devono possedere le competenze: performing skills per dominare il futuro. La formulazione successiva suona molto simile al renziano “Gli insegnanti devono smettere di insegnare quello che hanno imparato”. Cambia solo lo stile.

Incentrare la formazione iniziale dei docenti sugli aspetti didattici e metodologici della professione, sull’utilizzo delle nuove tecnologie e sulle importanti sfide a cui saranno chiamati i cittadini di domani e per cui saranno fondamentali l’educazione civica, ambientale, alimentare e l’educazione alle emozioni, all’affettività, alla parità di genere e alla sessualità consapevole.

Idem dicasi per i vecchi docenti, che saranno sottoposti a piani di formazione obbligatoria, assistiti da equipe altamente specializzate. Da pag. 12 a pag. 15 del programma c’è l’apoteosi delle nuove tecnologie. Salto a piè pari e vado alla lotta alla dispersione scolastica. Per contrastare la quale il Movimento propone di portare il numero di alunni per classe da 35 a 22, ripristinare il tempo pieno, le compresenze e i moduli dove sono stati tolti. E, naturalmente, tanta didattica innovativa, che trasforma la scuola in un luogo di benessere.

L’edilizia scolastica è un argomento di grande attualità: la situazione è allarmante, gli istituti sono fatiscenti. i soffitti crollano, il governo ha fatto poco o niente, noi ci impegniamo a risolvere: piano decennale di investimenti (la cifra non è indicata) e ricognizione sugli interventi. Vorrei sapere quale programma direbbe il contrario. Questo paragrafo l’ho letto un po’ frettolosamente perché ho visto che a pagina 23 ne inizia un altro che si intitola «Scuole Paritarie».

Le prime venti righe sono un’analisi spietata sulla vexata quaestio del finanziamento (incostituzionale) delle scuole non statali, quantificato attualmente in circa 512 milioni, e delle responsabilità della legge di Berlinguer che ha aperto i rubinetti nel 2000. Poi, la doccia fredda: «È innanzitutto necessario chiarire come il MoVimento 5 stelle non abbia alcun approccio ideologico a questo tema». Da qui in poi il discorso diventa fumoso. Il programma non chiede l’abolizione della parità, ma la rafforza chiedendo il rispetto della legge 62:

Gli istituti non statali che vogliono ottenere la qualifica di scuola paritaria devono dimostrare di possedere determinati requisiti stabiliti dal Ministero, anche in tema di criteri ministeriali per assicurare la qualità della didattica, la regolarità dei contratti e l’adeguatezza degli stipendi dei docenti che vi lavorano.

Ne consegue che vanno perseguiti («contrastare il fenomeno») i diplomifici. Cioè quelle «scuole private che si accaparrano il titolo di paritarie al solo fine di diventare fabbriche di diplomi a pagamento». Cioè, non possono dare il diploma (solo le scuole statali possono), ma se l’aggiustano con commissioni compiacenti e docenti precari ricattati. Manca solo «che roba, signora mia»

A pag. 25 leggo che il “bonus merito docenti” è uno strumento di ricatto nelle mani del dirigente che può disporre in modo discrezionale aumenti di stipendio. Ora, o il Movimento non è informato sulla consistenza del bonus o pensa che siamo dei pezzenti. Ma tant’è, la scienza ha dimostrato, almeno dal 1975, che i bonus «non sono efficaci per il miglioramento delle prestazioni individuali e collettive dei lavoratori intellettuali». Un riferimento a un autore, a un’opera, a un ramo? C’è solo una data, il 1975. Comunque, il Movimento «mira a promuovere una società fondata sulla cooperazione» e chiede aumenti di stipendio slegati dalla logica premiale. Qua sarebbe stato bello leggere non solo aumenti adeguati e sblocco del contratto ma anche: scatti di anzianità.

L’alternanza scuola lavoro, di per sé, non è da buttare. È andata male, ma non del tutto, per il modo in cui è stata concepita dalla 107: «L’alternanza voluta dal governo si configura in troppi casi come disponibilità di manodopera a costo zero per le multinazionali e come un onere burocratico per le scuole, anche se non manca qualche esperienza positiva». Il Movimento propone una sua versione depurata di alternanza:

Per il MoVimento 5 Stelle l’alternanza scuola-lavoro deve essere una reale opportunità formativa per gli studenti, strettamente connessa al percorso di studi: si apre l’orizzonte ad una visione più ampia, che chiameremo Azione di Apprendimento nel Territorio. Le ore di alternanza vanno ridotte, rese facoltative e svolte solo presso enti, aziende e botteghe artigianali virtuose disposte a offrire una formazione di qualità. Andranno bandite le aziende e le multinazionali che intendano solo assicurarsi manodopera a basso costo.

Se fosse coerente con la propaganda quotidiana del Movimento un programma per la scuola dovrebbe iniziare chiedendo la cancellazione della 107 e dopo, eliminato lo sconcio, fondare una proposta organica su personale, reclutamento, governance, inclusione. Invece. la pars destruens è solo smontare un pezzo di qua e e un pezzo là e sostituire la terminologia, e la pars construens è esile, molte proposizioni scontate, livello di analisi praticamente inconsistente, maldestro copia-incolla di documenti riciclati, nessuna idea originale. Il programma non recepisce nessuna delle rivendicazioni che dalla primavera del 2015 sono state formulate dai lavoratori della scuola, ignora la campagna referendaria, la legge di iniziativa popolare, i comitati contro l’Invalsi (e i loro studi). Il risultato è una ribollita di “Buona scuola”.

 

 

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