Latino

I

«IL LATINO non serve». Ad affermarlo non è stato Papa Francesco, giovedì scorso, quando ha deciso di pronunciare in italiano la sua prima omelia (Ratzinger l’aveva tenuta in latino, e aveva detto messa voltato verso l’altare). La recisa opinione è stata invece espressa lo scorso sabato, in una lettera che il lettore Giuseppe Chiassarini ha inviato a Repubblica.Il figlio non aveva avuto le ore di latino previste per quel giorno, e se ne era dispiaciuto perché il «latino è cultura». Il padre si è dichiarato preda di «una grande tristezza e anche di una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnassero molte energie per imparare una lingua morta e, peggio, che ha inculcato in loro l’idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta». Certamente la pensa diversamente Giovanna Chirri, la giornalista dell’Ansa che unica fra i colleghi ha capito subito cosa stesse succedendo quando Benedetto XVI annunciava, in latino, le proprie dimissioni. Chirri è diventata una specie di star internazionale e alla Bbc si chiedono quanto morta sia una lingua in cui vengono ancora pronunciate parole capaci di cambiare la storia.
Procura intanto un certo compiacimento appurare come nel corso di una sola generazione (nel senso proprio della parola) le parti si siano rovesciate. Ancora negli anni Settanta, quando si può presumere che l’autore della lettera fosse lui in età scolare o pochi anni prima, il latino si studiava anche alle scuole medie inferiori: obbligatorio al secondo anno, facoltativo al terzo, per chi non prevedeva di andare al liceo. I neotredicenni passavano l’estate intermedia fra i due anni scolastici a cercare di convincere i genitori che il latino è una lingua morta e non serve. I gescontronitori ribattevano con argomenti che oggi si rileggono nelle molte lettere di risposta a Chiassarini giunte già lo stesso sabato alla redazione di Repubblica: che il latino è «la base di tutto», che dà la «forma mentis », che permette di intuire le etimologie e che il nostro italiano non è che un suo dialetto, assieme alle lingue consorelle. Tutte cose sacrosante; tutti argomenti remotissimi dall’orizzonte di un ragazzo di dodici anni. Solo pochi genitori scaltri sorprendevano i figli dicendo loro: «Hai ragione, il latino non serve assolutamente a nulla. Però è bellissimo».
A quell’epoca, peraltro, si era ben lontani dall’attuale società, che mangia pane e inglese, googleggia a manetta, viaggia alla velocità delle fibreottiche e tutto il resto: ai ragazzi non restava che rinunciare al loro primo serio tentativo di opposizione ai vincoli scolastici, e rassegnarsi a godere delle dubbie gioie della perifrastica attiva e passiva. Cosa ha potuto produrre questa inversione dei punti di vista?
C’è purtroppo da immaginare che, in realtà, il Chiassarini giovane abbia espresso opinioni non condivise da troppi suoi coetanei (molti e sentiti complimenti alla sua professoressa o professore). Ma quello che rende volgare (in senso tecnico) la contrapposta opinione del padre non è l’avere tenuto in poca considerazione la residua utilità del latino: è proprio la concezione delle materie scolastiche come strumenti utilitari, un’attrezzeria tecnica che a scuola ci viene consegnata perché «ci servirà» nella vita. L’inglesuccio che serve a usare il computer lo si impara facilmente usando appunto il computer; il latino si può imparare solo a scuola e morirà davvero solo il giorno in cui nessuna scuola lo insegnerà più. L’idea di quantificarne l’utilità è gemella all’idea di depurare i bilanci pubblici dagli investimenti per la cultura e dal sostegno a tutte quelle attività che l’economo considera improduttive e «senza ritorno». Certo, che non c’è ritorno! La cultura è infatti un viaggio di sola andata; l’unico modo per tornare indietro è abrogarla.
Un giorno un commissario leggerà i programmi scolastici con un paio di affilate forbici: quella sera a essere fatto a coriandoli non sarà il solo latino. La storia, non è forse “morta” per sua stessa definizione? E la filosofia? E a cosa serve la matematica, a un futuro avvocato o ortopedico? A cosa servono le lezioni di inglese, quando si sa che l’inglese lo si impara solo sul posto? La verità è che la scuola non è utile né inutile: è autile, un’industria no-profit (la pubblica) di trasmissione del sapere in cui comunità di due generazioni diverse si scambiano insegnamenti e aggiornamenti su cosa implichi e cosa significhi essere italiani oggi. Che la scuola sia in crisi lo dimostrano i risultati elettorali, il tono e la logica del dibattito pubblico, la carenza di sentimento nazionale, la diffusione epidemica di quella malattia dell’intelligenza che si chiama furbizia.
Essere italiani oggi significa anche (e tristemente) legare immediatamente ogni scontentezza a responsabilità della «classe politica che per decenni» eccetera. Il nesso che il lettore trova fra il latino come «lingua morta» e «la classe politica a sua volta morta» non può che ricordare Beppe Grillo e il linguaggio del Movimento Cinque Stelle. È infatti Grillo ad avere introdotto la categoria terminale della “morte” nel politico, riprendendo peraltro l’immagine degli zombie da maestri dell’antipolitica come Umberto Bossi e il Francesco Cossiga delle esternazioni. Il furore contro il passato non ha nulla a che vedere con alcun tentativo di miglioramento del presente. Se il futuro sarà migliore del presente, a renderlo tale forse non sarà qualcuno che ha studiato latino, ma certamente sarà qualcuno che a scuola ha trovato ragioni di amore verso lo studio. Perché l’amore per lo studio, quello non passa: e serve, eccome se serve.
Visto che a buttarla in politica è stato il lettore, corre l’obbligo di ricordare che Silvio Berlusconi ha sempre formato i suoi attivisti (quelli del marketing delle sue aziende, ancor prima di quelli politici) dando loro un’istruzione fondamentale: «l’italiano di ogni età, il nostro potenziale cliente è uno scolaro delle medie inferiori, e non siede neppure nei primi banchi». Ecco. Suo figlio, signor Chiassarini, anche grazie al suo latinorum si avvia a uscire dall’incantamento di un’ideologia semplice e più attraente del Paese dei Balocchi, che esorta a odiare la noia, l’insofferenza, l’indignazione spicciola, l’egoismo totalitario, l’attenzione esclusiva per il proprio tornaconto, l’intolleranza verso ogni ostacolo che impedisce il soddisfacimento immediato delle proprie pulsioni. Le dispiace così tanto?
Oggi Grillo ha problemi di quorum, Berlusconi invoca la legittima suspicione, esistono studenti dodicenni che amano studiare. Morti non siamo: tutt’altro.
Stefano Bartezzaghi, La cultura è un viaggio di sola andata. L’unico modo per tornare indietro è abrogarla ovvero «Il ragazzo ama il latino (ed è subito polemica)», «la Repubblica», 18 marzo 2013

II

Non si crede più, non che alla necessità, alla utilità dello studio del latino e del greco. Il lavoro di demolizione è cominciato: tolta una pietra, un’altra cadrà, una terza crollerà. Così si sfascerà la casa tra un nuvolo di quella polvere che chiamano erudita. O cieco Omero, dunque rinnegheranno anche una volta la tua sacra voce, la parola del canto, nella loro insania? […] E tolto il greco, rimarrà il latino? e il latino non si porterà via con sé l’italiano antico? Perché la guerra è contro le lingue morte, contro gli studi liberali, in nome del presente e pratico, del reale e utile.
Giovanni Pascoli, Pensieri scolastici

III

Perché si studia il latino? O meglio, a che scopo dovremmo farlo studiare a scuola?
Se non è al fine di imparare a parlarlo, e neppure per sviluppare le capacità intellettuali degli studenti la risposta non può che essere questa: lo si deve apprendere per riuscire a tradurlo, ovverosia per poter tradurre e interpretare i testi che la civiltà romana ci ha lasciato. Vale la pena conoscerlo per poter leggere Plauto, Orazio, Virgilio, a attraverso di loro avvicinarsi alla civiltà dei Romani. In altre parole, imparare il latino significa prima di tutto apprendere l’arte di decifrare una cultura, diventare capaci di traghettarne i contenuti in una lingua, e in una cultura, che sono necessariamente diverse: la nostra. Per questo si studia il latino, per riuscire ad avvicinare i Romani a noi e noi ai Romani attraverso i loro testi e la loro lingua.
Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani?

IV

Lingua morta, noiosa, pesante, inutile. È il latino.

Altro che “la lingua dei nostri padri”… Roba per occhialuti sgobboni, per secchioni appiccicati alla sedia, in vena di gingillarsi con arzigogoli cervellotici.

O, piuttosto, quella riga in più nel curriculum che piace tanto alle moderne imprese e può fare la differenza nell’assunzione di personale qualificato in un’azienda?

Forse perché qualcuno si è accorto che il latino è un sistema multiprocessuale che piace a industria e imprenditoria. Forse perché lo studio di rosa-rosae assomiglia tanto a una palestra di multitasking (nel senso informatico del termine).

In ogni caso, l’insolito matrimonio tra lingua morta e azienda viva è celebrato sotto gli auspici di Giuseppe Bruno, general manager di Info Jobs, il portale dedicato ai giovani in cerca di occupazione e consultato dalle aziende in cerca di talenti: 6 milioni e mezzo di iscritti in cerca di lavoro, 3000 società che offrono occupazione e 1000 nuove offerte ogni giorno sono il vanto del sito e ciò che rende il suo manager una osservatore più che attendibile.

Il tutto con la benedizione della Fondazione Pirelli e l’impulso della consulta dei professori universitari di latino (Cusl), l’Ufficio scolastico regionale lombardo e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Che sia una scaltra operazione di marketing avrà la sua incidenza, ma il risultato è che lo scorso aprile ben 750 persone hanno tentato il test di Certificazione Lingua Latina (CLL) – nello stile del  “Cambridge Esol” – tra Milano, Brescia, Como, Bergamo, Mantova e Pavia. In 750 hanno raccolto il messaggio di Giuseppe Bruno: “In un mercato del lavoro molto dinamico il latino è la disciplina che per eccellenza denota capacità di ragionamento e di logica”. Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, alla logica vi aggiunge pure la “bellezza”.

Non è un caso che l’iniziativa nasca in Lombardia, ovvero nella prima regione italiana per vivacità economica e reddito medio, meglio nota come uno dei “quattro motori dell’Europa”. Il che significa che fra le tre “i” (impresa, inglese, informatica) si dovrà fare spazio a una “elle”.

Non poco peso ha il fatto che nelle università Usa e inglesi lo studio del latino non sia mai stato abbandonato e, ultimamente, rinforzato. E che il latino affascini le imprese straniere.

Nondimeno il fenomeno impone alcune riflessioni sulla qualità dei test CLL per capire quale aspetto della lingua latina studiata a scuola rappresenti per le aziende un appeal degno di essere sostenuto e tonificato.

Il che equivale anche a capire quale indirizzo didattico una scuola dovrebbe adottare nel proporre agli studenti (ai loro genitori e ai detrattori del latino) una strategia (moderna) dello studio del latino. Di conseguenza questa potrebbe essere la strada per fornire una motivazione forte e una spiegazione chiara della finalità dello studio di questa lingua a chi vi si accosti per la prima volta.

In genere, tutti si è concordi nel riconoscere che il latino rappresenti il primo abbozzo di unità linguistica europea, che sia una delle ragioni identitarie, il serbatoio del patrimonio ideale greco romano, che per secoli sia stata la lingua di letterati e filosofi; ed altre speciali e irripetibili ragioni che determinano il profilo occidentale e le sue radici.

Ma i test CLL aggiungono una specificità che, evidentemente, finora era rimasta nascosta.

La prova di livello base (Vestibulum) saggia la comprensione di un testo, la conoscenza metalinguistica e lessicale in rapporto a testo e cotesto con quesiti a risposta multipla, vero/falso o a riempimento.

Le prove avanzate (Ianua e Palatium) sondano la comprensione di un autore classico, tardo antico, medioevale o moderno con gli stessi metodi del livello precedente ma articolati su criteri di stile, contenuto, grammatica e logica secondo i ritmi scolastici. Le riposte aperte, rigorosamente in latino, sono riservate a chi vuole raggiungere il massimo punteggio.

Tutte le prove prevedono misure dispensative o strumenti compensativi per chi certifichi i propri bisogni educativi speciali.

Resta da capire cos’abbia il latino per rappresentare una risorsa decisiva a determinare il peso di una preparazione per il mondo del lavoro e il buon fine di un’assunzione.

A considerare le abilità e le competenze richieste dal test CLL, quello che il latino può fornire è la capacità di affrontare, analizzare, comprendere e risolvere un problema complesso articolato in diverse fasi (almeno costruzione, comprensione e traduzione) con ordine, metodo e una dose di stile personale, di fantasia si potrebbe dire.

Partendo da un’imprescindibile serie di nozioni, regole e costrutti notevoli memorizzati (elemento comune a molte materie scolastiche e non), quello che il latinista dovrebbe essere capace di mettere in campo per risolvere il problema è un procedimento per prove ed errori, la capacità di autocorrezione e ristrutturazione del campo di esperienza (la frase o la versione), di deduzione e induzione.

Fin qui niente di eccezionale. Anzi: si nota una stretta parentela con le scienze matematiche, con la geometria, a esempio.  Ma il latino pretende e prevede qualche abilità in più che è la capacità espressiva attraverso la lingua, la conoscenza di due sistemi referenziali diversi e di sapersi muovere tra di essi in entrambe i sensi, delle regole della retorica, il possesso di un lessico che sia ben fornito ed elastico, la capacità di correlazione con altre discipline (la storia, la geografia, la filosofia, le scienze…).

Il fatto inconfutabile e paradossale è che il latino (forse) perde autonomia e guadagna notorietà grazie all’industria, a quel sistema che sembra il suo contrario. Invece di essere relegato nel limbo dell’inutilità astratta, trova un suo scopo nella realizzazione quotidiana. Si trasforma, si adatta. E poi, di conseguenza, invece di guardare solo al passato, trova una sua collocazione nel presente. Di più: nel futuro. Per non parlare del greco…
Roberto Calogiuri, Cicerone lavora per le imprese. Ovvero la risurrezione della lingua morta, ilfriuliveneziagiulia, 17 settembre 2016

V

La lingua più parlata del mondo? È il latino. Non quel che resta del latino ecclesiastico, né quello dei pochi filologi classici ancora in grado di scriverlo, né dei certami ciceroniani, stranamente popolari. Ma il latino che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Lo spagnolo come lingua materna è da solo, con 500 milioni di parlanti, secondo al mondo soltanto al cinese. Se vi aggiungiamo il portoghese (230 milioni), il francese (100), l’italiano (65) e il romeno (35), si arriva a 930 milioni di “parlanti latino”.

Senza contare le numerose lingue minori (come il ladino). Poco meno dei “parlanti cinese”, che però si suddividono anch’essi in numerose lingue diverse, non sempre mutuamente intellegibili se parlate, ma unificate concettualmente da una scrittura ideografica che non rispecchia direttamente la pronuncia. E il latino ha una presenza capillare anche fuori dell’ambito propriamente romanzo: in inglese (terza lingua materna più parlata al mondo, con 350 milioni) il 58% del lessico deriva dal latino o da lingue neolatine, specialmente francese. Lo stesso è vero di tutte le lingue europee, dal tedesco al russo: forse nessuna lingua più del latino ha mostrato forza di penetrazione e tendenza a radicarsi in sistemi linguistici di altra origine. Inoltre, anche numerose parole di matrice greca (come “filosofia”) o etrusca (come “persona”) si sono diffuse universalmente, ma passando attraverso il latino.

Fra cinese e latino c’è un abisso, ma anche qualcosa in comune: “cinese”, infatti, è la piattaforma di intercomprensione fra tutte le lingue della famiglia sinica, “latino” può essere la piattaforma di intercomprensione fra tutte le lingue romanze. Se usassimo una scrittura ideografica come i cinesi, potremmo leggere il portoghese e il romeno anche senza averli mai studiati. Ma davvero l’italiano è così simile al latino? Proviamo a leggere qualche verso: «Te saluto, alma dea, dea generosa, / O gloria nostra, o veneta regina! / In procelloso turbine funesto / Tu regnasti secura: mille membra / Intrepida prostrasti in pugna acerba». La metrica è italiana, ma il testo “funziona” perfettamente sia come italiano che come latino. Autore di questo poemetto in lode di Venezia fu Mattia Butturini (1752-1817), amico di Ugo Foscolo e professore di greco a Pavia. E continua: «Per te miser non fui, per te non gemo, / Vivo in pace per te: Regna, o beata, / Regna in prospera sorte, in pompa augusta, / In perpetuo splendore, in aurea sede! / Tu severa, tu placida, tu pia, / Tu benigna, me salva, ama, conserva». Perfetto italiano, perfetto latino, come in altri poemi simultaneamente bilingui, a cominciare da quello di Gabriello Chiabrera nel tardo Cinquecento.

L’ottusa lotta contro il latino e contro il liceo classico, che riemerge periodicamente con la complicità di ministri maldestri e sprovveduti, non tiene conto di questo aspetto assolutamente centrale. È vero, nella scuola sopravvive un approccio piattamente grammaticale, che nello studio del latino vede solo una sorta di astratta educazione alla precisione del pensiero, a prescindere da tutto il resto. Ma tradurre tale critica in un ripudio del latino sarebbe «un gesto violento e arrogante, un attentato alla bellezza del mondo e alla grandezza dell’intelletto umano», come scrive Nicola Gardini in un libro bello e intenso (Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile, Garzanti). Quel che serve è un vero rilancio del latino come palestra per le generazioni future, tenendo in conto anche le sue enormi potenzialità come piattaforma di intercomprensione fra le lingue romanze, gigantesco serbatoio linguistico da cui pescano anche le lingue germaniche e slave, apparato concettuale che favorisce la comunicazione fra le culture. Ha ragione Gardini, «grazie al latino una parola italiana vale almeno il doppio».

Ma non è tutto. Le parole non sono nulla se non le vediamo agire nel loro contesto, nei testi latini da Cicerone a Newton. Lo spessore (il valore) delle parole latine, trasmigrate in altre lingue, si può apprezzare se siamo in grado non solo di snocciolare elenchi di parole o sfogliare vocabolari, ma di leggere e comprendere Virgilio e Sant’Agostino, le lettere di Petrarca e la cosmografia di Keplero. Trama narrativa, struttura della frase, tecnica dell’argomentare danno alle parole e alle frasi quella forza che aiuta a riconoscerne la traccia in Dante, in Shakespeare, Cervantes, Goethe. Quando leggiamo un testo, scrive Gardini, «non si tratterà propriamente del latino di Cicerone né del latino di Virgilio, ma piuttosto di quel che il latino compie e ottiene quando esce dallo stilo di Cicerone o dallo stilo di Virgilio», in termini di «capacità lessicale, correttezza sintattica e convenienza ritmica» .

Questo doppio registro del latino, in orizzontale ( lettura dei testi e rimando ai contesti) e in verticale (come piattaforma di intercomprensione fra lingue oggi parlate) ha un altro vantaggio. Funziona come macchina della memoria, ci ricorda che quel che leggiamo del latino classico è un’infima parte di quel che fu allora scritto. E che, nonostante questo, abbiamo preteso per secoli di continuare, sulla scena del mondo, la storia di Roma. Non per niente quelli che noi chiamiamo “bizantini” chiamarono se stessi sempre rhomaioi, “romani”, e il più intimo carattere della grecità, conservatosi anche sotto la dominazione ottomana, si esprime in neogreco con la parola rhomaiosyne, “romanità”; eppure intanto a Istanbul i sultani, dopo aver spodestato l’ultimo imperatore romano, mantennero dal 1453 al 1922 il titolo di Kayser- i- Rum, “Cesare di Roma”. “Cesare”, cioè imperatore; come il Kaiser a Vienna o a Berlino, lo Czar a Mosca o Pietroburgo. Altro esempio, il diritto: i sistemi di civil law sono fondati sul diritto romano (spesso, ma non sempre, attraverso il codice napoleonico), e oltre all’Europa continentale, inclusa la Russia, coprono l’America Latina e vari Paesi in Asia e Africa. Ma anche i sistemi di common law, pur di origine inglese, esprimono in latino molti termini- chiave, a partire dal principio fondamentale stare decisis (conformarsi alle sentenze già emesse); perciò anche nei film americani sentiamo parlare di subpoena, affidavit, persona non grata; per non dire di habeas corpus. Il latino come dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte o viadotto verso altre culture. Il latino come lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. Questo, e non un’impalcatura di precetti, dovrebbe saper trasmettere la nostra scuola.

“Nostra”, cioè quanto meno europea. Questa Europa delle tecnologie saprà inventare una nuova didattica del latino che contribuisca all’intercomprensione culturale? E l’Italia, dove il latino è nato, avrà in merito qualcosa da dire?
Salvatore Settis, «Salviamo il latino, la lingua più parlata del mondo», la Repubblica, 10 agosto 2016

VI

L’ondata di avversione per gli studi classici e storici è partita dal mondo anglo-americano — più statunitense che britannico — e ha coinvolto molti paesi dell’Occidente. Si dice che questo si accompagni ai processi di modernizzazione e alla globalizzazione. Credo che si possano e debbano avere dubbi su questo punto. Paesi che marciano alla testa della modernizzazione, alcuni con fatica, altri molto più speditamente, hanno un atteggiamento completamente diverso. Si pensi a Giappone, Cina, India, Israele, e anche ai paesi arabi. Tutti questi paesi si guardano bene dall’idea stessa di tagliare le radici con il loro passato storico e letterario classico e linguistico. I loro «latini», i loro «greci» continuano a essere studiati per tutto il corso della scuola di base e poi nella media superiore per 12-13 anni. Il cinese classico, il giapponese medioevale sono presenze vive nelle scuole. Il sanscrito è una presenza viva nelle università indiane E nel mondo arabo si sa che bisogna conoscere il Corano. […]. L’Occidente è isolato nella sua scelta di sopprimere lo studio dell’eredità greca e latina.
Tullio De Mauro, Perché non bisogna recidere le nostre radici (2016)

VI

Se tutti i libri in latino e greco (a parte il Nuovo Testamento) venissero bruciati in un falò, il mondo sarebbe solo più saggio e migliore.
Benjamin Rush (1746-1813)

Chissà se i Latini sono mai esistiti? Forse si tratta di una lingua inventata.
Arthur Rimbaud

Il latino è ricco del suo futuro, l’italiano del suo passato.
Giovanni Pascoli

Il latino appare adattissimo alla comunicazione via Twitter.
Ivano Dionigi

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