Chi l’ha visto ovvero “La scuola dei tre no” di Roberto Maragliano

Un mesetto fa ho smarrito questo esile libretto nella sala professori del mio liceo. Era un sabato. Il lunedì è il mio giorno libero. Martedì ho trovato il segnalibro, oggetto di nessun valore, il mio segnalibro, ma a cui tenevo più che al libro, se non altro per l’inveterata abitudine a trasferirlo di libro in libro, finché non è diventato una striscia di cartoncino irriconoscibile e inusabile.

E anche perché non tenevo particolarmente al libro che, proprio nel momento in cui l’ho lasciato, stavo decidendo di abbandonare e quindi, adiuvante Freud, ho di fatto abbandonato.

Un libro è sempre un libro, e perciò ho avuto per qualche giorno la mezza idea di scrivere sulla lavagna della sala professori un annuncio di questo tipo: chi avesse trovato casualmente il libro la scuola dei tre no è pregato di tenerselo. Però mi avrebbe fatto piacere, e comodo, poter rileggere certe note a margine che ho scritto sul treno. Anche perché mi capita raramente.

Di prendere il treno, prima di tutto, e di scrivere glosse, secondo poi. Per me leggere i libri è come bere. E quando bevo non centellino, non centrifugo, non lecco il bordo del bicchiere. Quindi, attestazione di un’esistenza, l’incontro con il libro c’è stato. E dopo c’è stato il divorzio.

Non stiamo a farla lunga, poi. Le glosse erano molto elementari, qua e là dei punti interrogativi, esclamativi, e serie di punti interrogativi ed esclamativi insieme. Ad un certo punto ho scritto: i professori yes. Mi riferivo ad un lungo affondo contro la classe docente: l’opinione contraria dei docenti, argomenta finemente il Maragliano, è considerata uno degli ostacoli alla riforma della scuola.

Qualsiasi riforma, peraltro. L’input del libro, condivisibilissimo, è che la scuola deve essere riformata. Il focus è che non si riesce a farlo. Non ci è riuscito Berlinguer e neppure la Moratti ci sta riuscendo. O dovrebbe essere: non ci stava, la data di pubblicazione del libro non la so.

Tutte le riforme tentate, e miseramente abortite, e comunque svuotate, si schiantano contro la resistenza della classe docente. Una classe docente che, senza distinzioni, viene fatta segno, riga dopo riga, dal tipico disprezzo del pedagogista che crede di avere tutte le ricette. Avevo sottolineato molti esempi di questa mentalità gretta e pedante.

Naturalmente la classe docente non è on line (una volta si scriveva à la page). Per esempio non accetta il fatto che la scuola ha perso il monopolio dell’istruzione (a favore di chi e che cosa, qui i punti interrogativi erano parecchi) e, naturalmente, non si eccita per le nuove tecnologie, di cui si parla nel terzo e ultimo capitolo, dove avevo fatto una croce perché sta storia della multimedialità a scuola è buona giusto per il cane.

Lasciamo perdere il cane. Dite quello che volete, non mi va di tornare su questo argomento che, in passato, mi è costato più di un’amarezza. Io mi ero soffermato di più sulla resistenza. Maragliano è molto furbo, non suggerisce un modo per venire a un accordo con questi insegnanti riottosi, ma aizza il riformatore contro di loro.

Dice: la riforma non deve limitarsi a una nuova idea di formazione, a un nuovo modo di apprendere, ma anche a un nuovo modo di insegnare, e quindi deve riformare anche gli insegnanti, cambiargli le idee, renderli collaborativi e non riottosi: i professori yes, avevo scritto.

Io non nego il disagio di essere un insegnante di questa scuola di mezzo tra un’epoca in cui regnavano dei dogmi, sbagliati, e un’altra in cui ci sono altri dogmi, ugualmente sbagliati, ma sicuramente diversi. Più che disagio è una sensazione indefinibile, quasi di paura, un boccheggiare fuori dalla pozzanghera, per certi versi.

(as 2004-2005)

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