L’attesa ai tempi di whatsapp

«Trickle Down», 21 ottobre 2023

«Buffo che la maggior parte di questi giovani non abbia mai visto un telefono a disco», disse, guardando lo schermo. «Qualche volta mi manca, il piacere tattile di infilare il dito nel buco, far girare la rotella fino alla fine, poi lasciarla andare».
Da David Leavitt, Decoro

In un compito di italiano sul valore dell’attesa leggo: «È un dato di fatto che la società contemporanea è depressa». Gabriele scrive piuttosto che innervosirsi nell’attesa di una risposta a un messaggio molto meglio andare nei boschi a guardare gli animali selvaggi. Per Valentina invece questa storia di aspettare è più snervante di andare a zappare la terra sette giorni su sette (era un’iperbole, prof). In generale l’attesa di una risposta su whatsapp dopo che si è accesa la punta evoca impazienza, ma anche impotenza, frustrazione, rancore, terrore, malcontento e noia. Prima no, non c’era questa frenesia, se uno arrivava in ritardo a un appuntamento non suscitava questo malumore. Annoto a margine: questo lo dici tu.

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Catone

«Trickle Down», 4 ottobre 2023

Domando alla classe chi incontrano Dante e Virgilio quando arrivano ai piedi della montagna del Purgatorio. Qualcuno dice forse Catone? E come si presenta Catone? Dice come un giovane vecchio, sale e pepe, qualche capello bianco, una pettinatura strana, con dei ciuffi che sembrano dei lunghi baffi. E cosa dice Catone quando vede arrivare Dante e Virgilio? Nessuno risponde. Allora do le tre opzioni:
prima opzione: benvenuti al Purgatorio!
seconda opzione: chi siete, dove andate, cosa portate, un fiorino!
terza opzione: cosa ci fate qui? Sono state cambiate le leggi dell’abisso e nessuno mi ha detto niente?

Quella più gettonata è stata…

FLAVIO MARACCHIA Lettera agli alunni di ieri

[Da Gli opliti di Aristotele, 12 settembre 2023]

Non volevo mancare. Sono venuto all’ingresso del vostro primo giorno alle medie e vi ho visto entrare tutti col sorriso. È stato emozionante. A guardare nei vostri zaini sarebbe stato possibile trovarci curiosità, impazienza, sogni, e perché no, anche qualche briciola di timore, il bagaglio giusto per la nuova avventura che stava iniziando. Poi vi ho guardato varcare l’ingresso di quella scuola e mi sono sentito fiero di voi.

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CARLO COLLODI Che bel paese!

Da «Pinocchio»

Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo il quale si chiamava di nome Romeo, ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola, ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Di fatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era; tornò una terza volta, e fece la strada invano. Continua a leggere “CARLO COLLODI Che bel paese!”

Tiktok

Se ci fosse stato tiktok quando andavo alla scuola media avrei potuto filmare il mio (anziano) prof di matematica che batteva un pugno così forte sulla cattedra da farla ribaltare con tutto quello che c’era sopra. Siccome lo faceva spesso, per richiamare l’attenzione, un monellaccio aveva svitato il piano. Bastava puntare la telecamera del cellulare e aspettare e nel frattempo fare ogni sorta di pernacchie. Naturalmente non c’era tiktok, e nemmeno i cellulari. O forse non c’erano i cellulari né tiktok perché mancava questa esigenza di trasformare ogni fatto in cronaca da propinare a una platea di sconosciuti (follower)

Rosso Malpelo

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.

Rosso Malpelo in realtà si chiamava Massimiliano Tosti. Lo sapevate? Io non lo sapevo. E mentre la studente con la coda di cavallo parlava ho pensato: guarda come sono ignorante, non ho mai saputo che Rosso Malpelo si chiamava Massimiliano Tosti. Poi, naturalmente, ho googlato e ho scoperto che Massimiliano Tosti, che si fa chiamare Rosso Malpelo, è un tiktoker. A questo punto mi sarei dovuto alzare in piedi e fermare la commissione denunciando lo scandalo. Macché. Mi accontento di osservare dove va la scuola, gli studenti che pescano nella realtà aumentata con gli strumenti della next generation ogni sorta di cianfrusaglie. E noi? Noi facilitiamo, aiutiamo a estrarre info. Non era quello che diceva Socrate, in fondo?

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Labor lime

«La solitudine del satiro», 8 marzo 2015

Cosa caratterizza la poesia di Orazio? Il labor lime. Era una specie di poeta del gelato.

Ho chiesto cosa consiglia Orazio a Taliarco.

Il migliore rimane quello che a Taliarco m’esce (deprome) un quartino di vino (quadrimum merum) dal frigo (frigus). D’altronde a casa mia escimi le melanzane dal frigo si diceva.

Orazio invita il suo amico Taliarco di cui però non siamo certi dell’esistenza ad ammirare il paesaggio e a lasciare tutto il resto agli dei.

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Avanscoperta

«La solitudine del satiro», 30 maggio 2014

Correggendo il compito di Ariosto ho trovato le seguenti boutades:

«questo è ‘l duol che tutti gli altri passa» corrisponde al dolore che fa passare tutti gli altri; «che tu le venga a traversar la strada» è diventato che tu la veda invece attraversare la strada; il quore per il cuore, spezzato, di Orlando (ma prima o poi l’amore arriva, ho intitolato la foto).

Correggendo i compiti sono andato a fare una supplenza. In classe non c’era quasi nessuno. Mando uno a richiamare gli altri dal cortile. Torna dopo cinque minuti affermando: stanno a fa’ una partita, dicono che preferiscono la nota. Un tizio verso la fine dell’ora chiede se faccio supplenza anche l’ora successiva. Rispondo che viene la professoressa Nara. Dopo nemmeno tre minuti sono tutti in classe, composti nei banchi.

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Io, Robot

Ha ragione Brunella, se noi docenti siamo diventati dei robot, è anche colpa nostra. Tutti guardiamo l’orologio quando una riunione si è prolungata oltre l’orario. Lo spettacolo deve continuare, ma da un’altra parte. Questo avviene perché la mutazione da uomo a robot-cane-di-pezza-parlante-da-ammaestrare ha trovato degli inciampi. L’innocenza è perduta (quando precisamente: nel momento in cui ci siamo rimboccati le maniche per attuare la buona scuola o quando abbiamo cominciato a trasmettere le lezioni a distanza, o prima?), tuttavia come robot siamo imperfetti. Un robot che ha la coscienza di essere un robot non è perfetto. Ma non è questo. Eseguire i compiti non ci piace, non ci piace la dad, siamo consapevoli dei danni che ha prodotto, le prove invalsi ci lasciano indifferenti, ma se serve le utilizziamo come test di ingresso, i pcto vanno fatti, meglio se fuori dall’orario curricolare, ma alcuni progetti sono meglio di altri, le ore di formazione obbligatoria si possono fare da remoto spicciando casa. Ma soprattutto questo ronzio di ministri sottosegretari funzionari associazioni di dirigenti anche qualche sindacalista che pontificano sulla scuola come dovrebbe funzionare. Questo è il difetto più grave dei robot, non si riesce proprio a togliere questo ronzio.

1 ottobre
Lory: prof, ma lei non la personalizza la sua aula?
Prof: vorrei mettere uno scaffale con dei libri…
Lory: ci starebbe bene una palma.

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