I Romani tenevano buono il popolo con panem et circenses, oggi poco panem, circenses il giusto (più che altro il pallone, il cinema no perché si prende coviddi), tanti numeri, ma hai visto che giochi psichedelici: rosso, giallo, arancio, rosso, no arancio, no giallo, no rosso, di nuovo arancio ma solo per sei ore, tutto rosso, tutto giallo. E non so se avete notato che quando non è rosso piove o c’è una riunione a oltranza.
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I buoni propositi per il 2021:
Un buon punto di partenza potrebbe essere togliere il saluto a:
Autobannarsi da tutti i gruppi whatsapp (se non proprio tutti, la maggior parte)
Disimparare il congiuntivo e poi impararlo di nuovo e dire caspita quanto è potente il congiuntivo
Che però vada usato con cautela
Imparare a fare i buchi nelle mattonelle con il trapano (naturalmente è una metafora)
Leggere Perrault in lingua originale (non so perché non l’ho fatto finora)
A proposito: la bella addormentata alla fine della storia viene svegliata da un capostazione e gli dice (lei a lui) non voglio più essere il personaggio delle storie che vi raccontate su di me (spoiler).
Infinite Jest
[Diario DaDa, 6 novembre-30 dicembre 2020]
La scuola senza andare a scuola non è scuola.
Giuseppe Caliceti
6 novembre
Poiché i miei 25 followers si sono giustamente stancati di leggere gli aggiornamenti dei diari DaDa, da oggi trascriverò ogni giorno su questa pagina una riga di Infinite Jest di David Foster Wallace.
Pìttima
1. ant. Decotto di aromi nel vino (anche epitema e epittima), che in passato si applicava caldo sulla regione del cuore, o del fegato, o dello stomaco, a scopo terapeutico, come un impiastro. 2. fig. a. Persona uggiosa, fastidiosa, che annoia con le sue insistenze o le sue lamentele (cfr. gli analoghi usi fig. di cataplasma e impiastro). 3. [etimo incerto]. – Nome dei varî uccelli scolopacidi appartenenti al genere limosa, con becco esile, molto lungo, ali appuntite, coda corta quasi quadrata e zampe lunghe e sottili, con tre dita anteriori, piumaggio estivo rossiccio e invernale grigiastro.
Vocabolario Treccani
pìttima, (lombardo) si dice di un pedante causidico sempre pronto a trovare il pelo nell’uovo.
Carlo Emilio Gadda, La meccanica
Gilgamesh, re di Uruk
[L’epopea di Gilgamesh, prologo]
Proclamerò al mondo le imprese di Gilgamesh, l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise.
Quando gli dèi crearono Gilgamesh gli diedero un corpo perfetto. Il sole glorioso Samash lo dotò di bellezza, Adad, dio della tempesta, lo dotò di coraggio, i grandi dèi resero perfetta la sua bellezza, al di sopra di ogni altro, terribile come gran toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo.
Foibe
Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila: ex fascisti, collaborazionisti e repubblichini, ma anche partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava e cittadini qualunque.
Cosa sono le foibe, Internazionale
Chiunque abbia infoibato esseri umani ha commesso un crimine e ciò deve essere riconosciuto, le vittime hanno diritto alla giustizia e la loro sofferenza al compianto e alla memoria. Lo stesso si dica per la tragedia degli esuli istriani contro cui vennero praticati anche atti di crudeltà ideologica a priori. Stabilito questo, il compito che sarebbe spettato alle generazioni successive e anche alla nostra sarebbe quello di capire.
Moni Ovadia, Da Salvini equiparazioni perniciose, «il manifesto», 12 febbraio 2019
leggi anche:
Enzo Collotti, La storia dal nulla, «il manifesto», 14 febbraio 2004
Nicoletta Bourbaki, Cosa dimentichiamo nel Giorno del ricordo?, Internazionale, 10 febbraio 2017
FRANCESCO GUCCINI Inutile
Da «Guccini» (1983)
A Rimini la spiaggia com’è vuota, quasi inutile di marzo,
deserta dell’estate, in ogni simbolo imbecille e vacanziera
e noi, senza nemmeno un poco d’ironia, fra gusci e quarzo,
ad inventare insieme primavera.
Era piovuto piano e senza pause quasi fino a quel momento,
picchiando sopra ai pali della spiaggia il mare si spezzava in lembi;
nel ristorante vuoto il cameriere, assorto e lento,
cifrava il rebus dei cumulonembi.
Compiendo poi quel rito inevitabile e abusato,
corremmo coraggiosi e scalzi lungo la battigia:
di un verde di bottiglia era quel mare affaticato,
l’aria una stanza grigia…
ANTONIO PRETE Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai
[Doppiozero, 28 ottobre 2020]
È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri.
Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana Continua a leggere “ANTONIO PRETE Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai”
WISŁAWA SZYMBORSKA Nulla due volte
Da «Appello allo Yeti» (1957)
Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.
Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.
Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.
PIERO CALAMANDREI Perché difendiamo la scuola?
[Da Uaar]
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950
[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]
Cari colleghi,
Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo?
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