BEPPE FENOGLIO Arrenditi!

Da «Una questione privata»

A quell’ora Milton era in marcia verso la villa di Fulvia sull’ultima collina prima di Alba. Aveva già fatto il più della strada, si era già lasciato di molto alle spalle il cocuzzolo dal quale aveva avuto la prima vista della casa. Gli era apparsa fantomatica, velata com’era dalle cortine della pioggia. Pioveva come non mai, a piombo, selvaggiamente. La strada era una pozzanghera senza fine nella quale egli guadava come in un torrente per lungo, i campi e la vegetazione stavano sfatti e proni, come violentati dalla pioggia. La pioggia assordava. Dal cocuzzolo si era buttato giù nella valletta, senza frenarsi, anzi sollecitando le scivolate. Scivolò sul dorso un paio di volte, ognuna per dieci-dodici metri sul pendio gonfio e ondoso, tenendo con le due mani la pistola come un timone. Poi prese a risalire il poggetto in cima al quale gli si sarebbe riofferta la visione della casa di lei. Sgambando con tutta la forza, procedeva con un passetto da bambino. E intanto tossiva e gemeva. «Ma che ci vado a fare? Stanotte ero pazzo, certo deliravo per la febbre. Non c’è nulla da chiarire, da approfondire, da salvare. Non ci sono dubbi. Le parole della donna, una per una, e il loro senso, il loro unico senso…». Arrivò in cima e prima di allungare lo sguardo si scartò dalla fronte i capelli che la pioggia alternativamente incollava e scuoteva. Ecco la villa, alta sulla sua collina, a un duecento metri in linea d’aria. Certo le fitte cortine di pioggia concorrevano a sfigurarla, ma egli la vide decisamente brutta, gravemente deteriorata e corrotta, quasi fosse decaduta di un secolo in quattro giorni. I muri erano grigiastri, i tetti ammuffiti, la vegetazione all’intorno marcia e sconquassata.
«Ci vado, ci vado ugualmente. Non saprei proprio che altro fare e non posso stare senza far niente. Manderò in città il ragazzo del contadino, per sapere di lui. Gli darò… gli darò le dieci lire che dovrebbero restarmi in tasca».
Si avventò giù per il pendio, perdendo immediatamente la vista della villa, e arrivò in scivolata sulla riva del torrente, a valle del ponte. L’acqua sommergeva di un palmo i massi collocati per il guado. Passò da un pietrone all’altro con l’acqua gelida e grassa alle caviglie. Poi imboccò la stradina percorsa al ritorno davanti a Ivan, quattro giorni prima. Al piano, camminò con furore, rispondendo al furore della pioggia. «In che stato sono. Sono fatto di fango, dentro e fuori. Mia madre non mi riconoscerebbe. Fulvia, non dovevi farmi questo. Specie pensando a ciò che mi stava davanti. Ma tu non potevi sapere che cosa stava davanti a me, ed anche a lui e a tutti i ragazzi. Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti».
Saliva al penultimo ciglione, a occhi serrati e piegato in due. Quando si fosse saputo al culmine, sarebbe scattato dritto e avrebbe sgranato gli occhi per riempirseli subito della casa di lei. Le gocce gli picchiavano in testa come pallini di piombo, e aveva a volte voglia di urlare d’intolleranza. E così, fra tutto, non vide una figura umana che avanzava di contro a lui, a ridosso di una siepe, in un campo a un trenta passi a sinistra di lui. Era un giovane contadino, che camminava in punta di piedi in quel fango, rannicchiato e svelto come una scimmia, come se ad ogni momento dovesse buttarsi a correre e mai si fidasse di scattare. Presto la figura si dissolse nella pioggia.
Lui arrivò al culmine e subito lanciò gli occhi in alto alla villa, senza fermarsi, quasi inciampando nella prima discesa. Nel riequilibrarsi livellò gli occhi e si vide dinnanzi i soldati. Si arrestò netto in mezzo alla stradina, con le due mani premute sul ventre.
Erano una cinquantina, sparsi per i campi, in tutte le direzioni, uno solo sulla strada, non tutti con l’arma pronta, tutti in mimetico ammollato, la pioggia si polverizzava sui loro elmetti splendenti. Il meno lontano era quello sulla strada, a trenta metri da lui, teneva il moschetto fra spalla e braccio, come se lo ninnasse.
Nessuno si era ancora accorto di lui, parevano tutti, lui compreso, in trance.
Con una zecca del pollice sbottonò la fondina, ma non estrasse la pistola. Nell’istante in cui il soldato più vicino dirigeva su di lui gli occhi frastornati dall’acqua, Milton ruotò seccamente all’indietro. Non gli arrivò l’urlo dell’allarme, solo un rantolo di stupore.
Camminava verso il culmine con passi lunghi e indifferenti, mentre il cuore gli batteva in tanti posti e tutti assurdi e sentiva la schiena allargarglisi, fino a debordare dalla strada. «Sono morto. Mi prendesse alla nuca. Ma quando arriva?».
«Arrenditi!».