Cosa (non) leggo

VI
Cosa (non) ho letto nel 2021
31 dicembre 2021

Tra i libri letti nel 2021 non so decidere quale sia stato il migliore, quindi vada per una cinquina: I lanciafiamme di Rachel Kushner, Patria di Fernando Aramburu (sebbene i Baschi non sono d’accordo), Il Dottor Semmelweis di Céline e naturalmente non si tralasci di citare Sanguina ancora di Paolo Nori. Il titolo vintage Il crematorio di Vienna di Goffredo Parise. Il libro più faticoso Mare di papaveri di Amitav Ghosh. Il libro di maggior spessore Capitale e ideologia di Thomas Piketty. Il più smilzo E se smettessimo di fingere? di Jonathan Franzen. Su un libro preferirei non pronunciarmi dal momento che è finito in un secchio pieno d’acqua. Posso solo pensare, come insegna la Psicopatologia della vita quotidiana, che sia scivolato per una specie di lapsus che ha messo in pratica il secondo principio di Pennac che riguarda il diritto di smettere di leggere un libro quando non si ha più voglia di leggerlo. Ripensandoci anche Il vento selvaggio che passa di Richard Yates. potrebbe far parte della cinquina. E manca la «scoperta». Nel 2021 ho scoperto Samanta Schweblin, ma non mi ha convinto del tutto.

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Colonialismo

Si distinguono due fasi storiche della colonizzazione europea: la prima che inizia all’alba del Cinquecento, con la scoperta dell’America e delle grandi vie marittime che dall’Europa conducono in India e in Cina, e termina tra il 1800 e il 1850, con la fine graduale della tratta atlantica e dello schiavismo. La seconda fase culmina invece negli anni compresi tra il 1900 e il 1940, e si conclude con la conquista dell’indipendenza degli ex possedimenti coloniali negli anni sessanta (o negli anni novanta, se includiamo nello schema coloniale il caso del Sudafrica con la fine dell’apartheid) del secolo scorso.

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