Non violenza

Coretta Scott King, Introduzione a Martin Luther King, Il sogno della non violenza

Martin ha sempre avuto una forte propensione ad aiutare il prossimo. Mi aveva confessato che la svolta nella riflessione su come conciliare il pacifismo cristiano con l’attività pratica era avvenuta mentre frequentava il seminario, quando entrò in contatto con l’insegnamento del leader indiano, il Mahatma Gandhi. Martin scrisse in seguito, in Marcia verso la libertà: «Gandhi è stato probabilmente il primo uomo nella storia a innalzare l’etica dell’amore di Gesù da mera interazione tra gli individui a una potente effettiva forza sociale su larga scala… Fu nell’enfasi posta da Gandhi sull’amore e sulla non violenza che scoprii il metodo che per tanti mesi avevo cercato per riformare la società».

Martin e io ci sposammo nel 1953. L’anno successivo egli ebbe il suo primo incarico come pastore, nella Chiesa battista di Dexter Avenue, a Montgomery, in Alabama. Ci trasferimmo di nuovo nel Sud, dove regnava ancora incontrastato il regime segregazionista nel quale eravamo nati e cresciuti. Nel 1954, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva stabilito che la segregazione fra bambini bianchi e neri nelle strutture scoIastiche era ingiusta e incostituzionale. Le successive indicazioni della Corte tese a promuovere l’integrazione scolastica causarono violente reazioni nel Sud. I Consigli dei cittadini bianchi si opposero alla decisione della Corte e il Ku Klux Klan tirò fuori lenzuola e cappucci e cominciò a sfilare issando croci infuocate. Tutte le strutture pubbliche continuavano a essere forzatamente segregate. Le imposte elevate, necessarie per accedere ai seggi elettorali, impedivano di fatto a molti neri di esercitare il diritto di voto.

Uno degli aspetti più umilianti della segregazione razziale a Montgomery era rappresentato dal regolamento della linea di autobus, la Montgomery City Bus Lines. Veniva imposto ai neri di sedersi in fondo alle vetture, anche nel caso in cui ci fossero posti liberi nella parte anteriore, riservata ai bianchi. Inoltre i neri dovevano acquistare il biglietto dall’autista, per poi uscire e risalire sull’autobus dalla porta posteriore. Capitava spesso che gli autisti ripartissero lasciandoli a terra dopo che questi avevano acquistato il biglietto. Il 10 dicembre 1955, Rosa Parks, una donna molto rispettata nella comunità nera, salì su un autobus di ritorno da una giornata di lavoro come sarta in un grande magazzino del centro. Si sedette nella prima fila dietro il settore riservato ai bianchi. Il conducente ben presto chiese alla signora Parks di lasciare il posto a un passeggero bianco appena salito e di spostarsi più indietro nella vettura. AI suo calmo e sommesso rifiuto, il conducente scese e andò a chiamare un poliziotto, che la arrestò. Una volta giunta al Palazzo di giustizia, la signora Parks telefonò all’amico E. D. Nixon, che firmò la garanzia per lei. Nixon telefonò a me e a Martin il giorno successivo e ci raccontò l’accaduto sostenendo che era arrivato il momento di boicottare gli autobus. «Soltanto così possiamo far capire ai bianchi che non accetteremo più di essere trattati in questo modo», disse.

Martin fu d’accordo e offrì la Chiesa battista di Dexter Avenue come luogo di incontro. Alla riunione parteciparono più di quaranta leader in rappresentanza di tutti i settori della comunità nera. Diedero vita a un’associazione per il miglioramento civico, la Montgomery Improvement Association (MIA), elessero Martin presidente e organizzarono il boicottaggio, che ebbe inizio il 5 dicembre. Per oltre un anno i cinquantamila neri di Montgomery si recarono al lavoro, a scuola, in chiesa, a piedi o con un servizio di macchine private. Quando le autorità cittadine si accorsero che il boicottaggio funzionava davvero, decisero di appigliarsi a qualsiasi pretesto per arrestare i neri. Un giorno, dopo aver fatto salire tre passeggeri in un parcheggio che fungeva da punto di raccolta, Martin venne seguito da un poliziotto in moto. Rispettò scrupolosamente tutte le regole del codice stradale, ma quando, giunto a destinazione, fece smontare i suoi passeggeri, il poliziotto gli ordinò di scendere dall’auto e lo arrestò per eccesso di velocità, sostenendo che andava a cinquanta chilometri orari in una zona in cui il limite era di quaranta. In prigione venne messo in una squallida cella riservata ai neri assieme ad altri manifestanti. La notizia del suo arresto si diffuse rapidamente e, in seguito all’assembramento di molti neri fuori dalla prigione, gli furono prese le impronte digitali e venne rilasciato dopo aver firmato egli stesso a garanzia.

Iniziammo a ricevere minacce di morte e telefonate anonime. Una notte, mentre Martin si trovava a una riunione del MIA e io ero a casa con un’amica e la nostra primogenita di due mesi, Yolanda, una bomba esplose nel portico di casa nostra. Allertati dalle minacce, quando udimmo l’esplosione uscimmo dal retro, invece di fuggire dal fronte della casa, e fortunatamente nessuno rimase ferito.

Tali arresti e atti di violenza servirono solo a rafforzare l’azione di boicottaggio e a far crescere l’entusiasmo per il nostro movimento di protesta non violento. Ci accorgemmo che il movimento non era solo un fenomeno locale; esso aveva dato slancio a una rivendicazione nazionale, e perfino internazionale, dei diritti individuali alla libertà e al rispetto. E condusse alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi che in Alabama imponevano il regime segregazionista sugli autobus da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti. Il 21 dicembre 1956 sugli autobus di Montgomery fu pacificamente abolita la segregazione.