GIANNI RODARI La guerra delle campane

Da «Favole al telefono»

C’era una volta una guerra, una grande e terribile guerra, che faceva morire molti soldati da una parte e dall’altra. Noi stavamo di qua e i nostri nemici stavano di là, e ci sparavano addosso giorno e notte, ma la guerra era tanto lunga che a un certo punto ci venne a mancare il bronzo per i cannoni, non avevamo più ferro per le baionette, eccetera.
Il nostro comandante, lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, ordinò di tirar giù tutte le campane dai campanili e di fonderle tutte insieme per fabbricare un grossissimo cannone: uno solo, ma grosso abbastanza da vincere tutta la guerra con un sol colpo.

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GIANNI MARCONATO Il cambiamento antropologico della società e della scuola, tra bieco realismo e illuminato idealismo

[Apprendere sempre – il blog di Gianni Marconato, 19 novembre 2021]

La scuola vorrebbe cambiare, inseguendo un’innovazione che non è sostanziale, perché è cambiato il modo di apprendere dei giovani (1): nulla di più sbagliato perché la scuola vorrebbe cambiare solo per adeguarsi alle richieste dei giovani che crescono in una civiltà dei consumi di massa e che domandano un “prodotto” educativo che sia di consumo semplice, facile e veloce. Questa è, però una scuola che tradisce se stessa, che gioca al ribasso, che adotta una strategia difensivistica. È una scuola che ha deciso di rinunciare ad una proposta culturale che richiede tempo, capacità di ascolto, osservazione, riflessione. Questa, la scuola di massa, crea le condizioni all’avvento della scuola delle élite.

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FABRIZIO DE ANDRÈ Canzone del maggio

Da «Storia di un impiegato» (1973)

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.

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Identità (digitale)

L’identità digitale sarà appannaggio di un’impresa privata che serberà traccia nei propri server privati del profilo racchiuso in un PIN, in un PUK, in uno SPID, in una password, cui forse potrà accedere la sovranità politica solo in determinati casi […]. Nell’identità digitale l’intero nostro profilo biografico ed esistenziale sarà tracciato e rintracciabile attraverso le tracce lasciate a ogni piè sospinto dal nostro uso dei devices digitali, dallo smartphone alla carta di credito, dal bancomat alla tessera sanitaria, dai siti che frequentiamo a ciò che acquistiamo online e via proseguendo.

Salvo Vaccaro, Gli algoritmi della politica

FOLGÓRE DA SAN GIMIGNANO Lunidie

Da «Sonetti della Semana»

Quando la luna e la stella dïana
e la notte si parte e ‘l giorno appare,
vento leggero, per polire l’are
e far la gente stare allegra e sana;

il lunedí, per capo di semana,
con istormenti mattinata fare,
ed amorose donzelle cantare,
e ‘l sol ferire per la meridiana.

Lèvati sú, donzello, e non dormire,
ché l’amoroso giorno ti conforta
e vuol che vadi tua donna a servire.

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Assassinio alla posta


XI

Telefono al numero verde. Risponde una tizia che si qualifica come assistente digitale.
Tizia: cosa posso fare per te?
Io: Voglio parlare con l’operatore
Tizia: fammi una domanda in un linguaggio semplice che posso comprendere
Io: Voglio parlare con un operatore
Tizia: Vuoi parlare con un operatore? Se è perché non ho capito la tua domanda rispondi sì se non hai fiducia in me rispondi no
Io: no
Tizia: …
Io: ….
Tizia: dammi un’altra possibilità

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ERICH MARIA REMARQUE Colloquio col nemico morto

Da «Niente di nuovo sul fronte occidentale»

Il silenzio diventa lungo e vasto. Io mi metto a parlare, debbo parlare. Mi rivolgo al morto e gli dico: «Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare».

ASSEMBLEA MUSICALE TEATRALE La fattoria degli animali

La fattoria degli animali
Lascia un vuoto dietro sé
Come negli occhi di ogni bestia che lavora
Forse qualcuno riesce a malapena
A chiedersi perché
Senza un padrone in guerra ci si ammazza ancora

La fattoria degli animali
Buttò fuori il signor Jones
Perché era stanca di lasciarsi macellare
Bruciando tutti i premi di riproduzione e cotillons
Sotto la furia del volere popolare

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Buscopan

«La solitudine del satiro», 25 gennaio 2014

La preside vuole che scriviamo gli argomenti del colloquio con i genitori. E allora dopo aver colloquiato con quel bravo padre del fatto che il figlio è distratto da una fanciulla nuova che è arrivata quest’anno e non segue la lezione né studia a casa che ci scrivo nello spazio apposito «Innamoramento e amore»?

E comunque nell’apposito spazio dovrei scrivere anche «buscopan» dato che una mamma è stata tutto il tempo a lamentarsi dei propri dolori de panza.

Catechismo

«…O fai come tutti, e allora vai bene, o sennò se sei un po’ diverso ti danno addosso mazzate, pure. Mo’ faccio un esempio. Mio padre, buonanima, aveva una sola mano, che l’altra l’aveva persa sul trinciaerba. ‘Mbè, ogni volta che passava a la piazza con i pacchi gli strillavano: “Umbe’ , che ti serve una mano?”, e ridevano. Mio padre non si incazzava mai. Quando poi ha vinto i regionali di filotto, con una mano sola, che nella mancante si era fatto montare una testa a ponte, tutti si so’ stati zitti a porta’ rispetto a patreme. Si’ capite, mo’ ?».«Gli racconto questo fatto a mio cugino?».
«Sì. Secondo me è un bel prologo».
«Che vuoi dire?».
«Gli esempi che raccontava Gesù pe’ fa’ capi’ alla gente le cose difficili».
«Parabola, no prologo» lo corresse Deruta. «Manco il catechismo hai fatto?».
«Due volte, al primo tentativo non ce l’ho fatta».
«Come fa uno a essere bocciato al catechismo?».
«Ho vomitato l’ostia. Lu prete a Mozzagrogna mi voleva fa’ l’esorcismo».

Da Antonio Manzini, Vecchie conoscenze