La scuola buona

Fino alla Buona scuola erano i governi a demolire la scuola pubblica (Autonomia, parità scolastica, Riforma Moratti, Riforma Gelmini…), i lavoratori della scuola opponevano resistenza a corrente alternata (sono state poche le piazze riempite), ma offrivano un apporto mediocremente tiepido all’applicazione delle riforme. Renzi non ha solo reso buona la scuola che prima non era buona, ha migliorato anche la mentalità.

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Philosophes de la Republique

Ogni festa comandata (laica e religiosa) i philosophes de la republique ci regalano uno scampolo della loro sapienza: gli insegnanti che non hanno empatia non devono stare su una cattedra, tutt’al più possono fare le figure di sistema (Galimberti), che la scuola non boccia abbastanza (Crepet), che gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a dei test psico-attitudinali (Recalcati).
Chi vuole può fare una sintesi

La scuola senza studenti

Poiché ogni giorno qualcuno esce fuori con la scuola senza qualcosa (i compiti per casa, i voti, i libri di testo e quindi gli zaini, i banchi, la cattedra, le discipline e quindi anche gli insegnanti1), io modestamente volevo proporre una scuola senza studenti. Non nel senso che costoro non possano frequentare un edificio chiamato scuola, bensì che non siano considerati studenti, anche perché non hanno nulla da imparare.

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Anarcostatalismo

Alcuni giorni fa, davanti a una pizza (amatriciana), è nata una discussione tra me e un vecchio comunista che per simpatia chiamerò Jean-Jacques. Lui dice che l’anarchia non è compatibile con lo statalismo. Osservo che non mi aspetto di ricevere la tessera di anarchico. D’altra parte ci sono tante forme di anarchia quanti sono gli anarchici. Un anarchico all’inizio del Novecento (in «Perché gli anarchici non votano») afferma il rifiuto del parlamentarismo notando tra le altre cose che in una riunione di 5 anarchici scoppia ogni giorno una rissa. E si chiede giustamente: cosa può uscire da una camera con 500 teste. Pensanti, supponendo. J-J dice che non è lui a distribuire le tessere bensì il vocabolario. Continua a leggere “Anarcostatalismo”

Bocciature

Ho sentito alla radio che una bocciatura costa allo Stato 11.000 euro. La cifra è tutta da dimostrare e anche il concetto, secondo il quale la spesa per l’istruzione deve essere diminuita anziché aumentata. Mettiamola così. Riducendo il numero di alunni per classe, a costo zero, si potrebbe ridurre proporzionalmente l’insuccesso scolastico. E invece le classi diventano ogni anno più numerose, e gli studenti sono sempre più impegnati in ogni genere di attività, grazie alle quali possono competere, il successo nelle soft skills oscura l’insuccesso nelle (inutili) conoscenze scolastiche. La capienza dell’aula è un problema solo nostro, semmai l’insuccesso deriva dalla fissazione per la didattica trasmissiva e della valutazione punitiva (fatta con numeri freddi).

Banchi

L’amico Max osserva che alcun* (l’asterisco è suo) docenti credono che dalla disposizione dei banchi dipenda la relazione educativa. Mi autodenuncio: sono anni che tento di convincere i colleghi che la soluzione sono i banchi a castello, risolvono tra l’altro anche il problema delle classi pollaio. La cattedra, dotata di un ascensore, può essere pagata con i fondi del Pnrr che riguardo al reparto giocattoli sono molto generosi.

Ancora meglio, dal punto di vista economico sebbene non ergonomico, sarebbe fissare i banchi al soffitto così da ottenere la classe capovolta (flipped classroom) mentre la valorizzazione dei docenti orientatori si potrebbe realizzare con una base girevole su cui piantare i banchi, una specie di giostra di cui i docenti possono regolare la velocità, la direzione, l’inclinazione. Quanto ci sembra già superata, Max, e ridicola, l’aula con i banchi monoposto a rotelle disposti a semicerchio, con il docente che occupa il centro credendosi Socrate e invece è solo una manopola, la mano che gira la manovella.

Stress

La Repubblica, sempre a caccia di notizie con cui rappresentare il lato folcloristico della scuola, stavolta ha scovato un liceo paritario di Bologna dove sarà sperimentata (in una classe) la scuola senza voti (in itinere), come al liceo Morgagni di Roma (dove la sperimentazione è stara chiusa). Dice che il voto crea stress e non deve essere usato come una minaccia. Gli studenti fortunati di questa classe del Manzoni saranno quindi tartassati (dice il referente: «la valutazione degli studenti sarà molto più frequente e costante») di verifiche senza voto numerico, ma ogni volta per capire come sono andati dovranno leggere una pappardella in didattichese. E tutto ciò non è ancora più stressante?

Allegria

C’è questa proposta di accorciare di un anno la scuola secondaria di secondo grado. Tecnici e professionali per ora, a quanto sembra. Per fortuna io insegno al liceo. Però dico: perché non due? Si è capito, lo aveva capito prima e meglio di noi Oscar Wilde, e con lui la grande Maria Stella Gelmini, che la scuola genera l’ignoranza (Oscar dice che si è istruito finché non è andato a scuola, fatemi ritrovare la citazione), lo ribadiscono l’Ocse-Pisa, l’Invalsi, l’Indire, Eduscopio, la Repubblica, Paolo Crepet, che per aumentare la formazione bisogna diminuire la scuola. E quindi? Attacchiamo alla primaria e alla scuola media il triennio delle superiori, niente bocciature, niente voti, programmi snelli, zainetti leggeri, cuori pieni di allegria

Metodo Singapore

Tra lunedì e oggi ho letto tre notizie riguardanti la scuola italiana. La prima dice che Valditara si vuole intestare una riforma che riduce i licei a due bienni di cui il secondo orientante. La filosofia è: più formazione in meno tempo. Da notare che la formazione non è costituita dalle conoscenze, che non sono formative perché non sono performative.

La seconda notizia è la proposta di pagare di più gli insegnanti del nord. Detta così fa anche ridere. Però nasconde un retropensiero che contiene la fine del contratto e rimanda ad altre riforme che stanno nel cassetto. Anche i tutor e il portfolio stavano nel cassetto e sono stati trainati dal piano di ricostruzione resiliente sviluppista.

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